di Marco Damilano
Prese di posizione. Interventi mirati. Il capo dello Stato vuole arginare gli assalti del Cavaliere alla Costituzione. E cerca sponde politiche. Non solo D'Alema e Casini. Ma anche Fini e Bossi. E dire che nelle riunioni con i suoi collaboratori Giorgio Napolitano non smette di predicare la virtù della parsimonia in interventi e parole: "Per mantenere un rapporto positivo con l'opinione pubblica e con i cittadini non bisogna mai esagerare con i discorsi", ripete spesso il presidente, educato a una politica in cui le esternazioni dei leader erano poche e ben calibrate. Eppure negli ultimi giorni il presidente della Repubblica è stato costretto a intervenire più volte: evidentemente il momento lo richiede. Ha lavorato fino all'ultimo momento per limare il discorso di fronte alle alte cariche dello Stato, fissato, al diavolo la superstizione, per mercoledì 17 dicembre alle ore 17, quello che Napolitano ritiene l'intervento più compiuto degli ultimi mesi. Preoccupazione per una crisi economica che potrebbe mettere a rischio la coesione sociale. Appello al dialogo per fare le riforme in Parlamento, dove forze politiche alternative devono trovare un terreno comune su cui lavorare. E allarme per un clima di scontro politico che rischia di logorare tutte le istituzioni: governo, Parlamento, magistratura.
È l'ultima di una serie di posizioni presidenziali che sono risuonate nel dibattito politico come un controcanto al premier. Silvio Berlusconi minaccia sulla giustizia la riforma della Costituzione a colpi di maggioranza? E Napolitano, davanti al Fai di Giulia Maria Crespi, trova il modo di dire, quasi per inciso, che i principi costituzionali non si toccano, "sono fuori discussione, nessuno può pensare di modificarli o alterarli". Il Cavaliere invita gli italiani a spendere per i regali di Natale? E l'uomo del Colle interviene ancora: "Fare velo sulle difficoltà della situazione impedirebbe di assumere le misure necessarie per affrontarla e superarla". Nei colloqui riservati il capo dello Stato è ancora più loquace. E tesse instancabile la tela del dialogo. Sulla giustizia, la settimana scorsa ha ricevuto sia il ministro Angelino Alfano che il titolare del governo-ombra del Pd Lanfranco Tenaglia. I risultati si vedono: lunedì 15 dicembre un lungo incontro a Montecitorio tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e il leader del Pd Walter Veltroni ha rimesso in carreggiata il fronte del dialogo, con la proposta di una commissione che prepari la riforma sulla giustizia. Benedetta dal Quirinale.
Il partito del Colle è il vero protagonista di questa stagione politica. Trasversale e influente, ben più di quanto lascerebbe immaginare il reale peso politico di un presidente che, a differenza di Carlo Azeglio Ciampi votato dall'intero Parlamento, è stato eletto due anni e mezzo fa a maggioranza semplice, con i soli voti del centrosinistra. Con il ritorno di Berlusconi a palazzo Chigi si poteva pensare a un capo dello Stato assediato, come faceva intuire la foto di gruppo del nuovo governo Berlusconi: ministri azzurri, risate post-fasciste, fazzoletti leghisti e al centro Napolitano impassibile, in cravatta rossa. Invece, silenziosamente, mettendo in campo tutte le doti di sapienza politica di cui dispone, il presidente è riuscito a conquistare alla causa del dialogo un bel pezzo di centrodestra: quella parte di maggioranza che cerca una sponda istituzionale e politica per limitare il potere di Berlusconi e riportare il cesarismo del Cavaliere sui binari di una monarchia costituzionale, almeno.
La tessera numero uno del partito del Colle spetta di diritto al presidente della Camera Gianfranco Fini. Da mesi il più attento interprete delle preoccupazioni del Quirinale: il portavoce del presidente nelle istituzioni, l'ambasciatore di Napolitano nei palazzi della politica, ruolo utilissimo per ritagliarsi uno spazio di mediatore in prima persona. A costo di scontentare i falchi governativi su tutti i dossier più caldi: la denuncia dell'abuso del voto di fiducia, la promessa del voto segreto quando si voterà sulla legge elettorale europea, l'appello continuo a fare riforme condivise su giustizia e federalismo. Mosse in sintonia con gli interventi di Napolitano, che suscitano irritazione tra i berlusconiani del Pdl. È stato il quotidiano della famiglia Berlusconi, 'il Giornale', a lanciare il sospetto che la vera ambizione di Fini sia di succedere a Napolitano al Quirinale come presidente di garanzia dell'opposizione. Un avvertimento in piena regola, dato che alla massima carica aspira anche Berlusconi. L'attuale inquilino del Quirinale, intanto, apprezza l'attivismo del presidente della Camera: quando in estate trapelò la notizia di un lungo pranzo di Fini con Massimo D'Alema nell'appartamento presidenziale di palazzo Montecitorio, il più veloce a mostrare gradimento fu Napolitano, davanti alle telecamere del Tg1. Una dichiarazione certo irrituale, che serviva a segnalare quale fosse lo stato d'animo del presidente.
La tessera numero due del partito quirinalesco va al compagno di strada più inaspettato, ma proprio per questo il più prezioso. "Sulla saggezza di Napolitano non ho mai dubitato", ha fatto sapere Umberto Bossi sbarrando la strada all'idea di Berlusconi di procedere a riforme a colpi di maggioranza. Sorprendente, ma fino a un certo punto. Tra il presidente della Repubblica e il leader leghista, tra l'uomo del Quirinale, meridionale ma freddo e controllato come uno svedese, e il profeta della Padania in camicia verde che ricorda Masaniello, c'è una imprevedibile simpatia umana che risale ai tempi in cui Napolitano presiedeva la Camera nella tempestosa e brevissima legislatura dell'era Tangentopoli, tra il 1992 e il 1994. A pochi mesi dalla sua elezione al Quirinale il presidente in visita a Milano si fermò in prefettura per un incontro con il fondatore della Lega. Sembrava solo un gesto di cortesia nei confronti del Senatur ancora convalescente, invece era il primo tassello di una solida costruzione politica: "Da Bossi ho ascoltato parole di grande realismo e responsabilità sui temi delle riforme", si complimentò Napolitano. E il filo non si è più spezzato. Come non hanno mai cessato di circolare nel Palazzo i boatos clamorosi che vedrebbero il nome di Bossi in testa alla lista dei senatori a vita che Napolitano nominerà appena se ne presenterà l'occasione.
Altri interlocutori sono habitué del presidente. Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini è di casa al Quirinale, ha incontrato Napolitano nel pieno dello scontro tra governo e magistrati. E poi c'è il partito del presidente all'interno del Pd, guidato da Massimo D'Alema, a spingere sul dialogo. Una strategia raccomandata dal Colle, dove si fa notare che solo così è stata ottenuta la marcia indietro del governo sul maestro unico previsto nella riforma Gelmini. E si aggiunge che mai il presidente ha respinto la possibilità di toccare la Costituzione nelle parti da rivedere: ma solo con riforme condivise da tutti. Quelle di parte, prima o poi, hanno fallito, vedi la devolution del 2006, bocciata dai cittadini con un referendum.
È la tela che può tenere a bada la tentazione plebiscitaria del Cavaliere: un referendum sulla nuova Costituzione che potrebbe riguardare a quel punto non solo la riforma della giustizia, ma tutto l'ordinamento dello Stato, fino a introdurre l'elezione diretta del presidente, da sempre il sogno nel cassetto di Berlusconi. A questo pensa il Cavaliere, il progetto non ancora dichiarato di questa legislatura. E su questo, sul Colle, c'è una diga chiamata Napolitano.
(22 dicembre 2008)


1 commento:
Se l'analisi e le conclusioni di Marco Damilano sono corrette, allora qui ci troviamo di fronte ad una rivoluzione copernicana, io mi dovrò cospargere il capo di cenere per fare penitenza e Tonino Di Pietro dovrà fare le sue di valutazioni.
Ma sono scettico, molto scettico: troppo bello per essere vero !
Non dimentichiamo che lì c'è il Caimano, non un tizio qualsiasi.
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