
IL CORRIERE DELLA SERA
MASSIMO FRANCO
Dietro la guerra degli «ismi», federalismo contro presidenzialismo, rimangono una solida alleanza ed un'altrettanto duratura competizione nel Pdl. L'opposizione si illude se valuta la freddezza dichiarata di Bossi verso le ambizioni berlusconiane di riforma come un inizio di rottura.
Il Pd prenderebbe un abbaglio anche interpretando il colpo di freno di An sulla giustizia come un rifiuto definitivo delle misure in cantiere a Palazzo Chigi.
Il «no» della Lega al modello presidenziale è netto, certo. «Siamo molto occupati », avverte il suo leader. «Perciò è impensabile in questo momento lavorare ad un grosso progetto come quello del presidenzialismo. Mi sembra poi non molto condiviso, e quindi ci sarebbero grandi difficoltà. È una vecchia idea di Fini e poi di Berlusconi. Non vedo molto spazio». Sono parole liquidatorie. Ma riflettono soprattutto una gran voglia di rivendicare l'identità leghista.
Servono a smarcare l'alleato più autonomo e insieme fedele del presidente del Consiglio da un'operazione che finirebbe per sottolineare la sua subalternità: culturale prima ancora che politica; e che avrebbe come probabile effetto collaterale un ulteriore rallentamento del federalismo fiscale. Il «partito del Nord» è già inquieto sul destino della sua legge-simbolo. Sente che la crisi economica l'ha fatta scivolare oggettivamente in secondo piano.
Per questo nelle scorse settimane ha accolto con diffidenza i primi accenni berlusconiani ad una riforma della giustizia. Ha intravisto il pericolo di uno slittamento dei tempi di approvazione della «sua» riforma in Parlamento. E adesso, l'irruzione dell'idea di un'elezione diretta del capo del governo con modifica della Costituzione sembra fatta apposta per acuire i sospetti di Bossi. Quando il ministro Roberto Calderoli avverte che lui di «ismo» conosce solo il federalismo, ripropone le vecchie priorità. E rifiuta la prospettiva che vengano accantonate, anche in presenza di un contesto mutato.
Di più: lascia capire che se Palazzo Chigi non manterrà le promesse, avrà di fronte una Lega pronta a boicottare ogni altra velleità riformista. Insomma, sta emergendo in modo chiaro che, al di là delle frasi ufficiali sulla contestualità, si tratta di opzioni alternative, non complementari. Il Parlamento «straoccupato», per dirla col leader leghista, non consente l'esame di molti provvedimenti: o se ne approva uno, o l'altro. E questo affastellarsi di annunci finisce per trasmettere l'impressione di un eccesso di legislazione a parole, dal quale riemergeranno approvate poche leggi.
Per forza di cose, molte finiranno su un binario morto: tanto più se risulterà impossibile un coinvolgimento dell'opposizione. I rapporti col centrosinistra rappresentano il secondo elemento di frizione con il premier. La Lega ha un maledetto bisogno dell'appoggio del Pd. Le proposte berlusconiane, invece, si tratti di giustizia o di elezione diretta delle massime cariche dello Stato, scavano fossati parlamentari; e rendono quasi impossibile il dialogo. Finiscono dunque per frustrare i piani dei lumbard che mirano ad una riforma approvata quasi all'unanimità; e dunque blindata contro qualunque rappresaglia referendaria.
Non sono manovre esclusivamente «romane ». Promettono di influire sull'orientamento di una parte dell'elettorato, in particolare nel Nord del Paese. Il nervosismo leghista nasce da questa consapevolezza; e dalla coscienza del braccio di ferro più o meno palese che il Pdl e le truppe di Bossi hanno ingaggiato da tempo sopra il Po. Le elezioni europee di primavera esalteranno la concorrenza fra il partito unico allo stato nascente FI-An, e la Lega. E' prevedibile dunque che nei prossimi mesi la tensione si accentui.
Annuncia una gara per ridisegnare i rapporti di forza nel centrodestra a nord; e per farli pesare sia sulla formazione delle giunte locali, sia sul Parlamento nazionale. Per Bossi, limitarsi ad assecondare le decisioni e le ambizioni berlusconiane significherebbe rinunciare al ruolo di forza trainante e diversa dalle altre; e lasciare spazio alle scorrerie dell'Idv di Antonio Di Pietro, che insegue l'obiettivo di accreditarsi come l'unica vera opposizione; e come un partito «antiromano» non per motivi geografici ma morali.
E' questo timore a rendere anche An prudente sulla riforma del sistema giudiziario. Diversa in tutto dalla Lega, sui rapporti fra politica e magistratura la destra, o almeno la parte meno berlusconiana cerca di ritagliarsi un fazzoletto di criticità; di smentire l'evidenza di un Pdl nel quale il reggimento di Gianfranco Fini confluisce nell'esercito del premier. Rimane un dettaglio curioso. Con le loro diatribe sulla giustizia e sugli «ismi», le forze della maggioranza tendono a coprire tutti i ruoli. Per gli avversari, quelli veri, si profila il rischio di diventare spettatori più o meno interessati e importanti. Ma, comunque, spettatori.
22 dicembre 2008
Il Pd prenderebbe un abbaglio anche interpretando il colpo di freno di An sulla giustizia come un rifiuto definitivo delle misure in cantiere a Palazzo Chigi.
Il «no» della Lega al modello presidenziale è netto, certo. «Siamo molto occupati », avverte il suo leader. «Perciò è impensabile in questo momento lavorare ad un grosso progetto come quello del presidenzialismo. Mi sembra poi non molto condiviso, e quindi ci sarebbero grandi difficoltà. È una vecchia idea di Fini e poi di Berlusconi. Non vedo molto spazio». Sono parole liquidatorie. Ma riflettono soprattutto una gran voglia di rivendicare l'identità leghista.
Servono a smarcare l'alleato più autonomo e insieme fedele del presidente del Consiglio da un'operazione che finirebbe per sottolineare la sua subalternità: culturale prima ancora che politica; e che avrebbe come probabile effetto collaterale un ulteriore rallentamento del federalismo fiscale. Il «partito del Nord» è già inquieto sul destino della sua legge-simbolo. Sente che la crisi economica l'ha fatta scivolare oggettivamente in secondo piano.
Per questo nelle scorse settimane ha accolto con diffidenza i primi accenni berlusconiani ad una riforma della giustizia. Ha intravisto il pericolo di uno slittamento dei tempi di approvazione della «sua» riforma in Parlamento. E adesso, l'irruzione dell'idea di un'elezione diretta del capo del governo con modifica della Costituzione sembra fatta apposta per acuire i sospetti di Bossi. Quando il ministro Roberto Calderoli avverte che lui di «ismo» conosce solo il federalismo, ripropone le vecchie priorità. E rifiuta la prospettiva che vengano accantonate, anche in presenza di un contesto mutato.
Di più: lascia capire che se Palazzo Chigi non manterrà le promesse, avrà di fronte una Lega pronta a boicottare ogni altra velleità riformista. Insomma, sta emergendo in modo chiaro che, al di là delle frasi ufficiali sulla contestualità, si tratta di opzioni alternative, non complementari. Il Parlamento «straoccupato», per dirla col leader leghista, non consente l'esame di molti provvedimenti: o se ne approva uno, o l'altro. E questo affastellarsi di annunci finisce per trasmettere l'impressione di un eccesso di legislazione a parole, dal quale riemergeranno approvate poche leggi.
Per forza di cose, molte finiranno su un binario morto: tanto più se risulterà impossibile un coinvolgimento dell'opposizione. I rapporti col centrosinistra rappresentano il secondo elemento di frizione con il premier. La Lega ha un maledetto bisogno dell'appoggio del Pd. Le proposte berlusconiane, invece, si tratti di giustizia o di elezione diretta delle massime cariche dello Stato, scavano fossati parlamentari; e rendono quasi impossibile il dialogo. Finiscono dunque per frustrare i piani dei lumbard che mirano ad una riforma approvata quasi all'unanimità; e dunque blindata contro qualunque rappresaglia referendaria.
Non sono manovre esclusivamente «romane ». Promettono di influire sull'orientamento di una parte dell'elettorato, in particolare nel Nord del Paese. Il nervosismo leghista nasce da questa consapevolezza; e dalla coscienza del braccio di ferro più o meno palese che il Pdl e le truppe di Bossi hanno ingaggiato da tempo sopra il Po. Le elezioni europee di primavera esalteranno la concorrenza fra il partito unico allo stato nascente FI-An, e la Lega. E' prevedibile dunque che nei prossimi mesi la tensione si accentui.
Annuncia una gara per ridisegnare i rapporti di forza nel centrodestra a nord; e per farli pesare sia sulla formazione delle giunte locali, sia sul Parlamento nazionale. Per Bossi, limitarsi ad assecondare le decisioni e le ambizioni berlusconiane significherebbe rinunciare al ruolo di forza trainante e diversa dalle altre; e lasciare spazio alle scorrerie dell'Idv di Antonio Di Pietro, che insegue l'obiettivo di accreditarsi come l'unica vera opposizione; e come un partito «antiromano» non per motivi geografici ma morali.
E' questo timore a rendere anche An prudente sulla riforma del sistema giudiziario. Diversa in tutto dalla Lega, sui rapporti fra politica e magistratura la destra, o almeno la parte meno berlusconiana cerca di ritagliarsi un fazzoletto di criticità; di smentire l'evidenza di un Pdl nel quale il reggimento di Gianfranco Fini confluisce nell'esercito del premier. Rimane un dettaglio curioso. Con le loro diatribe sulla giustizia e sugli «ismi», le forze della maggioranza tendono a coprire tutti i ruoli. Per gli avversari, quelli veri, si profila il rischio di diventare spettatori più o meno interessati e importanti. Ma, comunque, spettatori.
22 dicembre 2008

Nessun commento:
Posta un commento