IL CORRIERE DELLA SERA
NAPOLI - «Non vorrei fare la guastafeste proprio ora che l'Archivio di Stato compie duecento anni. Ma la nostra istituzione, antica e pregistigiosa, scricchiola sotto il peso di tanti problemi. Credo sia venuto proprio il momento di lanciare l'allarme per un patrimonio unico, che rischia la sua stessa esistenza». Maria Rosaria de Divitiis, ex Soprintendente Archivistico e da poco a capo del bellissimo — quanto ai più misconosciuto — convento dei Santi Severino e Sossio, che conserva pergamena su pergamena e carta su carta, la storia di Napoli, comprensibilmente non ce la fa a tenere fuori dall'occasione celebrativa (con il sindaco Iervolino e tanto di concerto d'orchestra con un solista come Bruno Canino) le urgenze dell'Archivio che dirige. La sua sede, la più antica insula monastica benedettina della città, è un sito di grande suggestione, che vale la pena visitare anche se non si hanno documenti da consultare, per una passeggiata che in questi giorni vi gioverà anche la visione della mostra documentaria con una sezione iconografica importante.
«Ci sono bolle, decreti, privilegi — rivela la direttrice — carte miniate, platee incise e minuziosamente disegnate e colorate con particolare riferimento agli istituti del periodo spagnolo (il Consiglio del Collaterale, la Regia Camera della Sommaria) o di quello Borbonico (con le carte dei ministeri, del tribunale di commercio, della Camera di Santa Chiara). E poi i documenti miniati, le platee dei fondi dei monasteri soppressi o le carte degli archivi privati, come il testamento di Fernand Cortés (dal Pignatelli Aragona Cortés) che tanto ha entusiasmato il ministro della Cultura spagnolo quando, a giugno, abbiamo firmato un accordo di programma. Infine ci sono i documenti che riguardano il monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio e la sua ristrutturazione avvenuta tra il 1835 e il 1845. Valutare come si procedette allora nei lavori induce allo scoramento se si fa il paragone con una situazione oggi difficile, per lavori e miliardi (di lire) spesi in una ristrutturazione che sembra non aver fine e produce più danni che vantaggi. Attualmente mancano anche i mezzi per effettuare quella troppo enfatizzata digitalizzazione che è nemica degli archivi contemporanei (la carta deve essere sempre conservata, mai sostituita), ma darebbe tanto ossigeno nel preservare il tesoro delle carte antiche che non devono essere manipolate dagli studiosi per le loro letture e le loro ricerche».
Per questo lei ha scritto un appello. Nel quale dice anche che più di tutto teme la pioggia.
«È proprio così. Una giornata di pioggia ci getta nel panico perché nei nostri sessanta chilometri di deposito, ormai stracolmi e insufficienti, non sappiamo mai cosa può succedere. La sede fa acqua da tutte le parti, alla lettera, e le nostre terrazze che si rimepiono pericolosamente ».
Qual è il suo obiettivo a breve termine?
«La messa a punto di un progetto speciale per l'Archivio al fine di scongiurare la perdita di una straordinaria ricchezza che, peraltro, si trova in un luogo riconosciuto patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Ne ho già parlato con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che mi ha dato la sua disponibilità a collaborare, mentre il prefetto Pansa predisporrà un tavolo di concertazione ».
E a lungo termine?
«Vorrei che l'Archivio di Stato ricalcasse il percorso fortunato della Certosa di Padula sulla quale, nel periodo in cui fu presidente Carlo Azeglio Ciampi, si accesero giustamente i riflettori e non si sono mai più spenti».
Natascia Festa
23 DICEMBRE 2008
«Ci sono bolle, decreti, privilegi — rivela la direttrice — carte miniate, platee incise e minuziosamente disegnate e colorate con particolare riferimento agli istituti del periodo spagnolo (il Consiglio del Collaterale, la Regia Camera della Sommaria) o di quello Borbonico (con le carte dei ministeri, del tribunale di commercio, della Camera di Santa Chiara). E poi i documenti miniati, le platee dei fondi dei monasteri soppressi o le carte degli archivi privati, come il testamento di Fernand Cortés (dal Pignatelli Aragona Cortés) che tanto ha entusiasmato il ministro della Cultura spagnolo quando, a giugno, abbiamo firmato un accordo di programma. Infine ci sono i documenti che riguardano il monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio e la sua ristrutturazione avvenuta tra il 1835 e il 1845. Valutare come si procedette allora nei lavori induce allo scoramento se si fa il paragone con una situazione oggi difficile, per lavori e miliardi (di lire) spesi in una ristrutturazione che sembra non aver fine e produce più danni che vantaggi. Attualmente mancano anche i mezzi per effettuare quella troppo enfatizzata digitalizzazione che è nemica degli archivi contemporanei (la carta deve essere sempre conservata, mai sostituita), ma darebbe tanto ossigeno nel preservare il tesoro delle carte antiche che non devono essere manipolate dagli studiosi per le loro letture e le loro ricerche».
Per questo lei ha scritto un appello. Nel quale dice anche che più di tutto teme la pioggia.
«È proprio così. Una giornata di pioggia ci getta nel panico perché nei nostri sessanta chilometri di deposito, ormai stracolmi e insufficienti, non sappiamo mai cosa può succedere. La sede fa acqua da tutte le parti, alla lettera, e le nostre terrazze che si rimepiono pericolosamente ».
Qual è il suo obiettivo a breve termine?
«La messa a punto di un progetto speciale per l'Archivio al fine di scongiurare la perdita di una straordinaria ricchezza che, peraltro, si trova in un luogo riconosciuto patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Ne ho già parlato con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che mi ha dato la sua disponibilità a collaborare, mentre il prefetto Pansa predisporrà un tavolo di concertazione ».
E a lungo termine?
«Vorrei che l'Archivio di Stato ricalcasse il percorso fortunato della Certosa di Padula sulla quale, nel periodo in cui fu presidente Carlo Azeglio Ciampi, si accesero giustamente i riflettori e non si sono mai più spenti».
Natascia Festa


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