sabato 20 dicembre 2008

Non hanno idea

LA STAMPA
20/12/2008
LUIGI LA SPINA


C’era molta attesa nel popolo della sinistra per l’esito della direzione Pd. Certo l’impressionante susseguirsi di inchieste contro gli amministratori locali del partito democratico aveva acuito l’interesse per la cosiddetta «questione morale». Ma anche sulla validità della linea politica del segretario, dalla strategia delle alleanze al rinnovamento di programmi e uomini, si aspettava una convinta conferma o una chiara bocciatura. Insomma, si attendeva un segnale di svolta, nella consapevolezza della necessità di decisioni tali da riannodare quel rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e suoi elettori che sembra si stia sfaldando.

Il discorso di Veltroni ha ripreso con efficacia molti dei temi innovativi che avevano favorevolmente colpito nell’esordio della campagna elettorale, al Lingotto di Torino. Il dibattito che ne è seguito è stato non rituale e gli interventi, fra gli altri, di D’Alema e Bersani, da una parte, e di Chiamparino, dall’altra, hanno esposto con franchezza dubbi e anche critiche non ipocrite.

Ma è difficile pensare che il documento finale, votato con un solo voto contrario, costituisca davvero quell’avviso di cambiamento di rotta capace di rassicurare sia i militanti sia i potenziali elettori del Pd.

La delusione per il risultato della lunga giornata di dibattito nel Partito democratico, in sostanza, è costituita dallo scarto tra la drammaticità della situazione del Pd e le scelte concrete varate dal «vertice» dei suoi dirigenti per cercare di ribaltare la crisi in cui si trova. Se i contrasti emersi nella discussione si sono risolti con una sconcertante votazione plebiscitaria, vuol dire che tutti i problemi, in realtà, sono stati rinviati. Da quello della leadership di Veltroni, rafforzata apparentemente nei numeri, ma indebolita dalla severità e, persino, dall’asprezza di alcune pesanti critiche che gli sono arrivate. A quello della concezione del partito cosiddetto «leggero», processata proprio per l’allentamento di quei forti legami con il territorio e la società che lo contraddistinguevano e gli consentivano di superare anche le bufere più insidiose.

Non basta rivendicare giustamente l’onestà di tanti amministratori locali del Pd per convincere che il partito possegga davvero gli anticorpi per sconfiggere l’omologazione morale di certi suoi dirigenti al costume di servilismo della politica rispetto al mondo degli affari. Su questo argomento, senza decisioni, urgenti e straordinarie, nei confronti dei responsabili, almeno di mancata vigilanza, non si può pretendere di essere creduti sulla parola e sulle buone volontà. Ma ha ragione D’Alema quando sostiene che la questione morale nel Pd ha tanto peso soprattutto perché è finora fallito l’amalgama tra i due tronconi che hanno dato origine al nuovo partito.

Se dobbiamo riconoscere che è questo il punto di partenza per la diagnosi del male oscuro nel Pd, non si capisce perché, poi, si pretenda di curarlo senza cambiare né il medico né la medicina. La contraddizione è troppo evidente perché non si sospetti che le vecchie liturgie del rinvio e della dissimulazione dei contrasti perdurino ostinatamente anche nelle pretese novità di una forza politica appena nata.

Le alternative sono due e, anche in questo caso, le famigerate «terze vie» non esistono. O Veltroni ha ragione e le difficoltà derivano dalle resistenze che i suoi oppositori interni pongono al rinnovamento del partito e dei suoi quadri dirigenti. Con il risultato che le lotte di corrente paralizzano il partito, incapace di scelte riformiste non ambigue e comprensibili al suo elettorato. E, allora, bisogna riconoscere al segretario il potere di imporre tutti quei cambiamenti che lui giudica necessari, senza veti da parte dei «cacicchi» nazionali e locali.

Oppure bisogna prendere atto che la pretesa di un partito democratico «all’americana», già l’aggettivazione è significativa del problema, nell’Italia d’oggi, non corrisponde alla realtà storica e politica del nostro Paese. Perché impedisce un coerente allineamento con le grandi forze presenti in Europa. Perché finisce, paradossalmente, per inasprire e non risolvere il contrasto tra l’ispirazione laica e quella cattolica, in una continua costrizione o al compromesso o all’afasia. Perché non riesce a rassicurare la grande area moderata degli elettori italiani, diffidente per le troppe ambiguità di un riformismo che non vuole pagare il prezzo di scelte coraggiose. Né conforta quel settore di sinistra della società italiana, cospicuo anche se minoritario, che si sente privo di una rappresentanza politica, magari non sufficiente per governare, ma utile per costituire un’opposizione efficace rispetto a Berlusconi.

In questo caso, è illusorio attendere, dopo il voto dell’Abruzzo, quelle altre conferme negative, nelle prossime elezioni europee, che costringano Veltroni a gettare la spugna. Il problema non è la sorte di un segretario, ma la sopravvivenza del centrosinistra in Italia.

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