PESCARA non è stata governata da una "cupola" mafiosa di politici corrotti e truffaldini. Soltanto dieci giorni fa, il giudice Luca De Ninis ne scriveva decidendo l'arresto di Luciano D'Alfonso, sindaco e segretario regionale del partito democratico. Quel giorno, il 15 dicembre, nella notte del voto abruzzese, il Pd si guarda allo specchio e si scopre indegno. Non solo politicamente in ginocchio, ma eticamente opaco.
La prima. Luciano D'Alfonso ritorna libero. Si è dimesso e non è più sindaco nonostante la buona opinione che hanno di lui i pescaresi. Il ministro dell'Interno ha sciolto il consiglio comunale e si andrà a nuove elezioni. Nonostante la mossa del pubblico ministero fosse avventata, D'Alfonso ha fatto la mossa giusta. E' giusto, forse doveroso, addirittura necessario per difendersi senza iattanza, se politico o amministratore, fare un passo indietro e affrontare, senza frapporre ostacoli, la verifica del proprio comportamento e delle proprie decisioni. Erano accuse che pregiudicavano il rapporto di fiducia con gli elettori e i cittadini. Libero ora dal peso, D'Alfonso potrà ritornare a chiedere il consenso della sua città.

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