sabato 3 gennaio 2009

«Hamas è caduto nella trappola»

IL CORRIERE DELLA SERA

GERUSALEMME —Signor Erekat, voi e Hamas...
«Non ho alcuna intenzione di parlare del Fatah, di Hamas, delle divisioni. Quello che sta accadendo a Gaza è una tragedia spaventosa che riguarda tutto il popolo palestinese. La prego di riformulare la domanda...».

Va bene: c'è spazio per una tregua?
«Al momento, c'è spazio per chiedere solo una cosa: lo stop a quest'aggressione. Bisogna fermare i bombardamenti. È l'emergenza numero uno».

Se la prima vittima della guerra è la verità, e Gaza non fa eccezione, subito dopo vengono Abu Mazen, il Fatah, l'Autorità palestinese e tutta la nomenklatura sopravvissuta ad Arafat che Saeb Erekat, da una vita, rappresenta in giro per il mondo. L'uomo ha già pronti laptop e bagaglio leggero da negoziatore-express — «ho poco tempo, sto decidendo se accompagnare a New York il presidente Abu Mazen...» — e di tutte le piccole grandi paci che ha visto abbozzare e qualche volta nascere, da Oslo a Camp David, da Madrid ad Annapolis, questa è forse la più complicata. Troppa distanza fra le parti, nessun mediatore forte e credibile: «C'incontreremo con gli altri leader arabi, per trovare un punto di consenso generale e obbligare Israele a finire subito, e senza condizioni, l'attacco alla Striscia».

Lei ha appena parlato coi consoli americano e inglese, con l'inviato europeo. Lunedì, Sarkozy arriva a Gerusalemme, prima della missione europea. Chi può giocare un vero ruolo?
« Chiunque è il benvenuto, se serve. La precondizione d'ogni colloquio è lo stop immediato all'aggressione militare israeliana e il rispetto della Convenzione di Ginevra. Chiediamo un intervento internazionale. Poi, si possono trovare misure adatte e garantire una tregua reciproca e accettabile da tutti».

La Cisgiordania è in ebollizione. Poche cose spiegano le vostre spaccature come vedere la polizia palestinese pigliare sassate da palestinesi, per gli israeliani poi...
«La situazione nei Territori è sostanzialmente sotto controllo, abbiamo dimostrato di poter vigilare senza interferenze esterne ».

Ma Abu Mazen sta in una posizione impossibile, fra il martello dei raid e l'incudine della frustrazione palestinese.
«Fin dal primo giorno, Abu Mazen ripete senza sosta che gli attacchi vanno fermati. È l'unica cosa che ci preme. Da mesi dicevamo che un'aggressione israeliana a Gaza avrebbe arrestato il processo di pace, spingendo tutta la regione verso il caos, nuove violenze, un bagno di sangue. La situazione ora è sfuggita di mano e non possono essere gli innocenti a pagarne le conseguenze».

Lei parla dei raid aerei, ma una causa di tutto ciò sono i razzi che Hamas continua a lanciare...
«L'autodifesa non giustifica tutto. Qui ci sono massacri spaventosi. Quanto a Hamas, li avevamo avvertiti un mese fa che rompere i negoziati del Cairo sarebbe stato un pericolo. L'avevano capito tutti, ma loro sono caduti nella trappola. Non è possibile un'azione comune con chi agisce così. Però adesso non è questo il problema: conta salvare i nostri fratelli palestinesi».

Lei non vuol parlare di divisioni. Ma fra una settimana scade il mandato di Abu Mazen e Hamas vuole che se ne vada...
«Lei conosce la legge che abbiamo approvato? Dice che il mandato presidenziale finisce nel 2010. Questa è la sola parola che vale ».

Un anno: proprio quel che serve a schiacciare Hamas?
«Adesso, l'unica cosa che importa è che finisca l'aggressione israeliana».

Francesco Battistini
03 gennaio 2009

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