sabato 3 gennaio 2009

Il silenzio di Obama e Hillary

LA REPUBBLICA
MARIO CALABRESI

NEW YORK - Saranno troppo filo-israeliani, torneranno alle loro radici pro-palestinesi o saranno capaci di diventare dei veri mediatori? Hillary Clinton e Barack Obama per due anni hanno parlato sempre e soltanto delle guerre in Iraq e Afghanistan, della debolezza e pericolosità del Pakistan e della minaccia iraniana. Oggi sono in silenzio, fedeli al motto che "ci sono solo un segretario di Stato e un presidente alla volta", ma le prime frasi che saranno costretti a pronunciare, tra meno di venti giorni, dovranno necessariamente contenere le parole "Gaza", "Israele" e "Palestina".

Sul loro silenzio, Obama ha appena terminato le vacanze alle Hawaii e Hillary insieme al marito Bill ha scandito il conto alla rovescia del capodanno a Times Square a New York, si esercitano da giorni analisti, giornalisti e politici di tutto il mondo per cercare di prevedere l'atteggiamento della nuova Amministrazione democratica davanti alla crisi mediorientale.

Se di Obama ci si limita a ricordare la frase pronunciata a Sderot la scorsa estate, quando disse che trovava lecito reagire contro chi lancia missili su case civili, la figura e l'eredità di Hillary Clinton sono molto più complesse e l'ex first lady dopo essere stata considerata troppo filo-araba oggi dovrà convincere gli interlocutori mediorientali di non essere invece troppo schiacciata sulle posizioni israeliane.

Quando nove anni fa decise di correre per diventare la senatrice di New York, Hillary dovette lavorare a fondo per convincere l'elettorato ebraico a sostenerla e a votare per lei, doveva cancellare la memoria di due "incidenti". Il primo a dire la verità dimostra che stava dalla parte giusta della storia: nel 1998, parlando a un gruppo di giovani arabi ed ebrei come first lady, disse che per arrivare alla pace era necessario creare uno Stato palestinese. La Casa Bianca fu costretta a prendere le distanze dall'idea dei due Stati che allora non andava per la maggiore ma poi sarebbe diventata centrale nella politica americana.

L'anno dopo, mentre visitava Ramallah insieme a Suha Arafat, ascoltò senza reagire un discorso della moglie dello scomparso leader palestinese in cui si accusava Israele di usare gas tossici e di causare il cancro a donne e bambini. Numerosi gruppi ebraici e i giornali newyorchesi si scatenarono contro il suo silenzio - lei si giustificò dicendo che la traduzione era stata incompleta - e la sua corsa al Senato si fece difficoltosa.

In questi ultimi otto anni Hillary si è invece trasformata in una delle migliori amiche di Israele, tanto che dopo aver perso le primarie, parlando alla riunione annuale della più nota organizzazione ebraica americana, ha sottolineato che "il prossimo presidente dovrà evitare negoziati diretti con Hamas perché si tratta di un gruppo terroristico, armato dall'Iran e deciso a distruggere Israele".

Ora, come ha sottolineato al New York Times l'analista di politica internazionale Aaron Miller, "dovrà invece dimostrare la sua indipendenza da Israele" e la strada che molti prevedono sarà la ricostruzione di un forte rapporto e di un dialogo continuo con l'Egitto per poter indirettamente mediare con Hamas.

La sua carta migliore però resta il suo cognome da sposata: Bill Clinton è ancora considerato nel mondo arabo come il presidente che più ha lavorato per un accordo di pace e oggi i collaboratori e i mediatori di allora sono pronti al lavorare con lei.

Ma il silenzio di questi giorni di Hillary e del futuro presidente, considerato normale negli Stati Uniti, comincia ad essere vissuto come insostenibile in Europa: ieri a Londra un gruppo di star politicamente impegnate tra cui la cantante Annie Lennox e Bianca Jagger hanno lanciato un appello a Barack Obama perché parli subito e chieda a Israele l'immediata fine dei bombardamenti su Gaza.

(3 gennaio 2009)

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