sabato 10 gennaio 2009

Il tuo reato ha la precedenza

LA STAMPA
10/1/2009
BRUNO TINTI

L’Associazione Nazionale Magistrati fa male a criticare le opinioni del vicepresidente del Csm Nicola Mancino. Soprattutto fa male perché ne critica la parte ragionevole e fondata; e ne trascura invece una veramente pericolosa per la sopravvivenza del controllo di legalità: la scelta parlamentare dei reati da perseguire prioritariamente. Dice dunque Mancino che la composizione del Csm dev’essere modificata perché, con l’assetto attuale, si favorisce il correntismo, cioè (chiamiamolo con il suo nome) il clientelismo praticato dalle correnti da cui è composta l’Anm.

Che una simile osservazione non sia formulata da un politico qualsiasi, di quelli che parlano di riforma della giustizia senza avere la più pallida idea di quello che dicono, ma dal vicepresidente del Csm è già circostanza che dovrebbe far riflettere. Evidentemente Mancino sa quello che dice, perché lo constata tutti i giorni, nella consueta pratica delle vicende consiliari. D’altra parte le sue parole sono le stesse (anzi assai meno esplicite) di molti magistrati che denunciano da anni l’occupazione del Csm da parte dell’Anm (e dunque delle correnti) e la conseguente gestione clientelare della carriera dei magistrati. Le centinaia di missive comparse sulle mailing list dei magistrati negli ultimi anni che denunciano il correntismo e la crisi dell’autogoverno della magistratura sono la prova migliore che il problema esiste ed è grave.

Quanto sia grave lo provano le numerose sentenze del Tar che hanno annullato provvedimenti del Csm con motivazioni in cui si parla esplicitamente di violazione di legge e di decisioni non corrette. Per finire, è bene sapere che, sulle stesse mailing list, compaiono spesso missive provenienti dai vertici delle varie correnti, che denunciano abusi e violazioni. Insomma, ogni corrente, a turno, denuncia il clientelismo praticato dalle altre; con la risibile (ma in verità tragica) argomentazione che tutti gli altri sono inquinati da questa pratica, «ma noi no». Affermazione che si commenta da sola.

Alcuni magistrati, tra il dileggio dei «correntisti», hanno proposto di nominare i componenti del Csm mediante sorteggio: non si capisce infatti perché chi è idoneo a infliggere un ergastolo o affidare un minore alla madre piuttosto che al padre (o a fare una delle tante delicate e terribili cose che ogni giorno fa un magistrato) non dovrebbe avere le capacità per stabilire chi deve fare il procuratore di Roncofritto o il presidente del Tribunale di Poggio Belsito. Questa soluzione mi pare preferibile a quella proposta da Mancino e in genere da molti politici che vogliono un Csm composto per un terzo da magistrati eletti dalla magistratura, per un terzo da personalità nominate dal Parlamento e per un terzo da altre personalità nominate dal Presidente della Repubblica; ciò perché il rischio del controllo politico di un Csm così composto mi pare rilevante. E tuttavia, al punto cui è giunto l’attuale Csm occupato dalle correnti, anche la soluzione Mancino può andare bene.

È invece da respingere la proposta di affidare a una maggioranza (anche se elevata) parlamentare l’identificazione dei reati da perseguire prioritariamente. Prima di tutto deve essere chiaro che i reati «non prioritari» non sarebbero perseguiti in un secondo momento; interverrebbe la prescrizione e quindi non sarebbero perseguiti affatto. Dunque la scelta parlamentare significherebbe in pratica una previsione d’impunità per alcuni delitti; il che, con l’aria che tira, vuol dire semplicemente che i reati tipici della classe dirigente non sarebbero puniti. Evidentemente Mancino è consapevole degli aspetti negativi della soluzione che propone, tanto che la presenta come una soluzione straordinaria motivata dall’emergenza; una volta tornati alla normalità, si riprenderebbe con l’obbligatorietà dell’azione penale. Si tratta della stessa logica che ha caratterizzato l’indulto: c’è un’emergenza carceri, non ci sono più posti, occorre sfollare, occorre un indulto. A due anni di distanza, siamo allo stesso punto, con carceri sovraffollate come prima. Bisogna smetterla di far finta di ignorare che il problema è strutturale. Il sistema processuale italiano non permette di smaltire tutti i processi che gli si chiede di fare; ogni anno ne smaltisce (per di più in gran parte con la prescrizione, dunque rinunciando ad una sentenza di giustizia) meno di quelli che incassa. Questo significa che l’«emergenza» è endemica: se non si modifica il sistema, non sarà mai possibile dare una risposta effettiva alla domanda di giustizia del Paese.

Allora il problema non è di priorità, quali processi fare prima e quali dopo; il problema è costruire un sistema processuale che permetta di farli tutti. Naturalmente tutti quelli che meritano una risposta penale. E allora, per prima cosa, occorre una depenalizzazione ragionevole: per intenderci, il falso in bilancio deve restare reato e l’omessa autorizzazione dell’autorità di pubblica sicurezza per tenere un pubblico trattenimento invece no. E poi occorre buttare alle ortiche il dissennato codice di procedura penale che ci sciroppiamo da 20 anni; e adottarne uno che renda possibile condannare i colpevoli (e assolvere gli innocenti) in un tempo ragionevole. Eh già, e se poi il sistema comincia a funzionare davvero, come facciamo ad assicurare l’impunità al pubblico malaffare?

1 commento:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Che dire ?
Di magistrati così ce ne fossero !
Ma la speice è in estinzione.