lunedì 12 gennaio 2009

L'invasore alla stazione

LA STAMPA
12/1/2009
GIOVANNA ZINCONE

Ciò che ha generato maggiori reazioni emotive nelle manifestazioni dei fedeli musulmani a Milano è l’uscita allo scoperto. Tutti sapevano che in Italia le comunità di religione islamica sono numerose, ma non si aspettavano una così straordinaria occupazione dello spazio pubblico.

Il termine «invasione» utilizzato dal quotidiano leghista per definire il fenomeno segnala una percezione di spossessamento: l’appropriazione di luoghi che si considerano propri da parte di migliaia di individui che vivono nel nostro paese, ma sono percepiti ancora come estranei. E alla Lega va riconosciuta la capacità di cogliere i sentimenti primari di noi umani in quanto primati.

La reazione alle piazze colme di oranti è amplificata dal fatto che gli «invasori» non solo sono stranieri, ma appartengono a una religione decisamente minoritaria nella tradizione nazionale, e però assai robusta a livello internazionale. La scossa emotiva è acuita dal fatto che si tratta di una religione che, al di là dei suoi contenuti spirituali, si sta prestando a veicolare movimenti politici non democratici, né irenici. È comprensibile quindi che anche in Italia si tema che la massa dei suoi credenti possa offrire l’acqua in cui pesci sovversivi possano nuotare. Ma il carattere sostanzialmente pacifico delle manifestazioni avrebbe dovuto smussare questi timori. L’aggrondato stupore nei confronti della manifestazione può allora dipendere da un diffuso orientamento dell’opinione pubblica italiana a favore di Israele nell’attuale conflitto?

Il fatto è che questa netta presa di posizione della opinione pubblica italiana non c’è. Al di là del titolo assegnatogli, cioè «La maggioranza degli italiani con Israele», i risultati del recente sondaggio di Mannheimer vedono la maggioranza relativa degli italiani «vicini a nessuno» (32%), una quota che sommata a quella dei «vicini a entrambi» (16%) e di chi «non sa» (12%) consegna una maggioranza assoluta all’equidistanza o all’astensione: i pro-Israele sono solo il 22% (stabili), i pro-Palestina il 18% (in crescita). Si deve quindi escludere che alla fonte del brivido di panico ci sia questa motivazione.

Resta invece lo sconcerto per la penetrazione massiccia dello spazio pubblico. Quantitativamente questa manifestazione in Italia è un fatto nuovo, ma non lo è qualitativamente: le minoranze immigrate e musulmane hanno già manifestato altre volte, e soprattutto la loro presenza fisica si esprime nella quotidianità dello spazio pubblico, suscitando reazioni infastidite. Il kebab prende il posto della pizza al taglio, le insegne della macelleria araba soppiantano quelle della vecchia bottega, nei mercati rionali vegetali alieni sfidano familiari cavolfiori, e poi nelle vie si parlano lingue estranee a voce troppo alta, si annusano cibi troppo aggressivamente odorosi.

L’ostruzionismo che alcune forze politiche in Italia e altrove muovono alla costruzione di moschee non si fonda solo sul timore che possano ospitare gruppi terroristici, perché quando ciò è avvenuto, che fossero costruzioni ad hoc o vecchi edifici adattati, proprio la visibilità di quel tipo di sede ha reso più facili le attività di indagine e repressione. Le moschee non si vogliono perché si considerano dissonanti rispetto al panorama urbano consueto. In Olanda un consiglio comunale ha votato una delibera per cui si è potuta costruire una moschea purché adattata allo stile architettonico locale. Per quanto riguarda il bacino mediterraneo, ed è evidente a chiunque viaggi nel Medio Oriente, dietro l’apparente estraneità delle moschee traspare una grande familiarità. Le moschee hanno ereditato le antiche forme delle basiliche o delle chiese a pianta centrale romano-bizantine, anzi hanno cominciato semplicemente entrandoci dentro e adattandole. Dietro le moschee turche sta l’archetipo di Santa Sofia. Sono quindi forme che dovremmo sentire sufficientemente «nostre». Ma la percezione di cosa sia possibile far entrare nello spazio pubblico senza traumi è soggetta a processi di identità e di estraneazione che poco hanno a che fare con la ragione. Il che non li rende meno forti. Purtroppo.

2 commenti:

Unknown ha detto...

Basterebbe applicare il principio della reciprocità, ovvero poter professare liberamente la nostra o altre religioni senza essere ammazzati nei paesi islamici. Quì, invece, tutto è concesso. Mi sento sempre più debole e meno tutelato.

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Vuoi forse dire che noi trattiamo loro quà come loro trattano noi là ?
Scherzo !