sabato 17 gennaio 2009

Musica che dà un senso alla vita

EUGENIO SCALFARI
L'ESPRESSO

Nella messa di requiem di Verdi l'anima si trasfigura nell'anelito verso la salvezza; Mozart invece restituisce l'umanità agli elementi in un giorno apocalittico: 'Dies irae, dies illa'

Tratterò oggi un tema inconsueto per questa pagina: due messe di 'requiem', quella di Giuseppe Verdi eseguita per la prima volta a Milano nel 1874 in memoria di Alessandro Manzoni morto l'anno precedente, e quella di Mozart, K 626, composta nel 1791 nell'imminenza della prematura scomparsa del grande compositore salisburghese.

Il 'requiem' verdiano è stato eseguito pochi giorni fa nell'Auditorium di Roma dall'orchestra e coro di Santa Cecilia diretti dal maestro Pappano. Quella musica così intensa, ricca di armonia e perfino di frasi melodiche inusuali per un testo di musica sacra ha la capacità di suscitare sentimenti altrettanto intensi nell'animo di chi l'ascolta:
la morte, la vita, la trascendenza, la profezia, il giudizio, la pietà. La potenza del divino. La miserabilità delle creature.
Proprio l'intensità di questi temi e la loro incombenza esistenziale mi ha spinto a riascoltare la messa di 'requiem' mozartiana, secondo me una delle opere più alte che siano state scritte nella storia della musica. So che questo giudizio non è molto condiviso dalla critica militante, ma io non sono un critico, perciò mi valgo della libertà di esprimere il giudizio di un ascoltatore attento e partecipe.

Secondo me il 'requiem' di Mozart tocca corde e suscita emozioni ancor più profonde di quanto non avvenga con quello di Verdi. Non sto confrontando due testi per stabilire quali dei due sia esteticamente più riuscito dell'altro, operazione impossibile e criticamente assurda. Sto invece confrontando il coinvolgimento emotivo che quei due spartiti provocano nella sensibilità degli ascoltatori o, per esser più esatti, nella mia.
La messa verdiana fu composta a blocchi, in tempi diversi. Una parte Verdi la scrisse in occasione della morte di Rossini, ma non la completò. Una decina d'anni dopo morì Manzoni e fu questa l'occasione che gli fece completare lo spartito.

La storia del K 626 è ancor più complicata: Mozart la scrisse su commissione di un nobile viennese, ne iniziò la composizione nel febbraio del 1791 ma la morte sopraggiunse in dicembre e l'opera rimase incompiuta. Le parti del 'Sanctus', dell''Agnus Dei' e della 'Lux aeterna' mancavano del tutto e il musicista chiamato dalla moglie a completare la partitura utilizzò i temi che Mozart aveva usato nel 'Kyrie' di apertura variandone l'orchestrazione.
La conseguenza di questa operazione è stata a mio avviso positiva: ha dato compattezza alla partitura senza impoverirne la creatività.
Queste due messe da 'requiem' non sono composizioni ascrivibili al genere della musica sacra.
Sia per Mozart sia per Verdi sono state occasioni per confrontarsi con la morte e con i temi ad essa connessi.

Verdi è stato il creatore del melodramma romantico. Quella era la sua cifra e quella emerge anche nel 'requiem' con indicibile potenza espressiva: il testo liturgico della messa funebre offre infatti una traccia che tocca i vertici della drammaticità: la fine della vita, l'attesa del confronto col Signore dei cieli, la solitudine dell'anima e il rimorso dei peccati commessi, la tragica prospettiva delle bolge infernali e l'anelito alla beatitudine del Paradiso. Si può avere un libretto d'opera più intenso di questo?
Verdi lo usò profondendovi tutte le sue potenzialità poetiche e melodiche, affidando ai solisti la parte principale e utilizzando il coro come commento alle vicende del testo. Insomma il racconto dell'anima nel momento del trapasso dal mondo all'oltremondo. O al nulla.

Il 'requiem' mozartiano non ha invece alcuna parentela con il melodramma. Infatti è il coro a farla da protagonista mentre i solisti sono utilizzati per sottolineare i titoli del testo liturgico. Il coro cioè l'umanità, la specie più ancora che l'individuo, nel momento del confronto definitivo col creatore mentre risuonano le trombe del giudizio.
I violini e in generale gli archi hanno un ampio ruolo nel testo verdiano mentre in quello mozartiano predominano gli ottoni e i bassi. La scansione è solenne e ritmata laddove Verdi osa addirittura intrecciare la marcia con i tre tempi del valzer e con le melodie della romanza.

Mozart tocca il culmine nel 'Confutatis maledictis' e nel 'Lacrimosa', Verdi raggiunge il diapason nel 'Libera me Domine' e nel finale 'Lux aeterna'.
L'anima verdiana si trasfigura nell'anelito verso la salvezza; il 'requiem' di Mozart restituisce invece l'umanità agli elementi in un giorno apocalittico "Dies irae, dies illa solvet saeclum in favilla...".
Due grandiosi componimenti sulla morte, capaci di dare un senso alla vita.
(16 gennaio 2009)

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