13/1/2009
EMANUELE MACALUSO
EMANUELE MACALUSO
I partiti-coalizione Pdl e Pd sembra che si disarticolino. A destra, Fini ha ormai assunto un ruolo non separato ma distinto da quello di Berlusconi, il quale deve contenere le iniziative autonome degli alleati della Lega e assorbire anche le intemerate (sull’Alitalia) di Letizia Moratti. Tuttavia non mi pare che siano in discussione la maggioranza di governo e lo stesso disegno di unificazione tra Fi e An.
Il cemento non sono solo Berlusconi e gli enormi mezzi di cui dispone, ma è anche l’adesione di una parte non piccola di opinione pubblica che si identifica nella politica e nei comportamenti del Cavaliere e di coloro che non vedono alternative e considerano l’attuale governo il meno peggio.
Tra questi, anche quella parte di borghesia delle imprese e delle professioni che in passato ha puntato sul centro-sinistra. E se oggi guardiamo alla vicenda politica complessiva del Pd e a ciò che in esso si verifica in questa fase politica, il quadro che abbiamo sommariamente delineato si rafforza. Infatti la disarticolazione che si manifesta nel Pd va assumendo sempre più i segni di una possibile rottura. E non mi riferisco alle separazioni minacciate al Nord o al Sud sul terreno politico o di potere, che pure sono un dato inquietante. Quel che va maturando è una separazione che ha come protagoniste forze che nel Pd considerano fallita l’unificazione tra Ds e Margherita e fallito il disegno di fare un partito a «vocazione maggioritaria». Forze che pensano a dare più consistenza al disegno centrista di Casini.
A mettere con chiarezza le carte in tavola è il presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai, vincitore delle recenti elezioni nel Trentino e ispiratore della Margherita, nell’intervista apparsa ieri sulla Stampa. Per la verità c’erano stati altri segnali: un articolo dell’autorevole rivista cattolica di Bologna Il Regno, nel quale si osservava che i «popolari» nel Pd sono come gli indipendenti di sinistra nel Pci e lo stesso Rutelli, notava giorni fa il Corriere, dice che «il Pd sa di Pci». Del resto lo stesso D’Alema, che aveva messo fretta nel fare il Pd, ha recentemente affermato che la fusione non è pienamente riuscita. La fusione, come nei metalli, o c’è o non c’è, l’avverbio pienamente significa che non c’è. E se Dellai pensa che il Pd «somiglia a un moderno partito socialista», c’è chi pensa che somigli alla Dc senza De Gasperi, Fanfani, Moro, i «cavalli di razza».
La verità, come dice lo stesso Dellai, è che nel Pd non riescono ad esprimersi appieno «né la cultura socialista né quella popolare e si fatica a trovare il mix». Ma il mix si fa nei cocktail, non in un partito. Dellai e altri la «ristrutturazione del campo politico» la vedono con un Pd alleato a «un nuovo centro riformatore». Come aggregare questo «centro» è l’oggetto della discussione anche perché celebrando i novant’anni di Giulio Andreotti ritorna alla mente la Dc di centro che cuoceva il suo pane in «due forni», quello di sinistra e quello di destra. E siccome in questi anni il trasformismo e il personalismo hanno trionfato a destra e anche a sinistra, i timori non sono infondati.
Ma nel Pd si fa avanti anche un’altra spinta, il cui ispiratore è l’imprenditore Renato Soru, leader del Pd sardo, impegnato in uno scontro con il Cavaliere in Sardegna: «Torniamo all’Ulivo prodiano». Subito sono piovuti consensi da pezzi del Pd e c’è chi vede nel governatore sardo il futuro leader del centrosinistra riulivizzato. Anche Soru constata che il Pd non è un partito in grado di essere un’alternativa di governo e perciò rilancia l’Ulivo. E Veltroni? Il segretario del Pd per mantenere l’unità (ma quale unità?) ha chiesto una «tregua» sino alle elezioni europee, come se la politica conoscesse tregue. La verità è che si teme come il fuoco un confronto e una lotta politica aperta, chiara, leggibile in grado di definire una posizione maggioritaria indicando le scelte da fare. Oggi il Pd paga alla sua fittizia unità un prezzo molto salato. E pensare di lasciare il partito a bagnomaria sino alle elezioni, significa rassegnarsi a inseguire le iniziative centriste, uliviste, socialiste, nordiste, sudiste ecc. e alla conseguente frantumazione postelettorale. Non so se ci sia tempo per rimediare.
Il cemento non sono solo Berlusconi e gli enormi mezzi di cui dispone, ma è anche l’adesione di una parte non piccola di opinione pubblica che si identifica nella politica e nei comportamenti del Cavaliere e di coloro che non vedono alternative e considerano l’attuale governo il meno peggio.
Tra questi, anche quella parte di borghesia delle imprese e delle professioni che in passato ha puntato sul centro-sinistra. E se oggi guardiamo alla vicenda politica complessiva del Pd e a ciò che in esso si verifica in questa fase politica, il quadro che abbiamo sommariamente delineato si rafforza. Infatti la disarticolazione che si manifesta nel Pd va assumendo sempre più i segni di una possibile rottura. E non mi riferisco alle separazioni minacciate al Nord o al Sud sul terreno politico o di potere, che pure sono un dato inquietante. Quel che va maturando è una separazione che ha come protagoniste forze che nel Pd considerano fallita l’unificazione tra Ds e Margherita e fallito il disegno di fare un partito a «vocazione maggioritaria». Forze che pensano a dare più consistenza al disegno centrista di Casini.
A mettere con chiarezza le carte in tavola è il presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai, vincitore delle recenti elezioni nel Trentino e ispiratore della Margherita, nell’intervista apparsa ieri sulla Stampa. Per la verità c’erano stati altri segnali: un articolo dell’autorevole rivista cattolica di Bologna Il Regno, nel quale si osservava che i «popolari» nel Pd sono come gli indipendenti di sinistra nel Pci e lo stesso Rutelli, notava giorni fa il Corriere, dice che «il Pd sa di Pci». Del resto lo stesso D’Alema, che aveva messo fretta nel fare il Pd, ha recentemente affermato che la fusione non è pienamente riuscita. La fusione, come nei metalli, o c’è o non c’è, l’avverbio pienamente significa che non c’è. E se Dellai pensa che il Pd «somiglia a un moderno partito socialista», c’è chi pensa che somigli alla Dc senza De Gasperi, Fanfani, Moro, i «cavalli di razza».
La verità, come dice lo stesso Dellai, è che nel Pd non riescono ad esprimersi appieno «né la cultura socialista né quella popolare e si fatica a trovare il mix». Ma il mix si fa nei cocktail, non in un partito. Dellai e altri la «ristrutturazione del campo politico» la vedono con un Pd alleato a «un nuovo centro riformatore». Come aggregare questo «centro» è l’oggetto della discussione anche perché celebrando i novant’anni di Giulio Andreotti ritorna alla mente la Dc di centro che cuoceva il suo pane in «due forni», quello di sinistra e quello di destra. E siccome in questi anni il trasformismo e il personalismo hanno trionfato a destra e anche a sinistra, i timori non sono infondati.
Ma nel Pd si fa avanti anche un’altra spinta, il cui ispiratore è l’imprenditore Renato Soru, leader del Pd sardo, impegnato in uno scontro con il Cavaliere in Sardegna: «Torniamo all’Ulivo prodiano». Subito sono piovuti consensi da pezzi del Pd e c’è chi vede nel governatore sardo il futuro leader del centrosinistra riulivizzato. Anche Soru constata che il Pd non è un partito in grado di essere un’alternativa di governo e perciò rilancia l’Ulivo. E Veltroni? Il segretario del Pd per mantenere l’unità (ma quale unità?) ha chiesto una «tregua» sino alle elezioni europee, come se la politica conoscesse tregue. La verità è che si teme come il fuoco un confronto e una lotta politica aperta, chiara, leggibile in grado di definire una posizione maggioritaria indicando le scelte da fare. Oggi il Pd paga alla sua fittizia unità un prezzo molto salato. E pensare di lasciare il partito a bagnomaria sino alle elezioni, significa rassegnarsi a inseguire le iniziative centriste, uliviste, socialiste, nordiste, sudiste ecc. e alla conseguente frantumazione postelettorale. Non so se ci sia tempo per rimediare.


1 commento:
Una analisi perfetta.
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