lunedì 5 gennaio 2009

Sangue senza fine

LA STAMPA
4/1/2009
IGOR MAN

E’ un momento grave. L’anno nuovo, segnato dalla spedizione punitiva di Israele a Gaza, cavalca l’incognita del «dopo» - e cioè tutto finirà quando Hamas sarà in ginocchio ovvero il blitz accenderà un nuovo fronte, in Libano, dove Hezbollah sarebbe in pre-allarme? L’interrogativo verosimilmente cadrà nelle prossime quarantott’ore, allorché sarà possibile capire se l’operazione «Piombo fuso» avrà raggiunto l’obiettivo fissato dallo stato maggiore di Tzahal, obiettivo oggi difficile da individuare. Al Cairo quegli esperti puntano l’attenzione sul consenso popolare in Israele, alto.

L’80% della popolazione appoggia «Piombo fuso», solo il 4 per cento si oppone. Detto una volta ancora che Israele s’è mosso per difesa davvero legittima, sarà utile ricordare che gli accadimenti mediorientali non possono misurarsi col metro occidentale. C’è una «previsione» sul risultato del blitz israeliano sulla quale occorre per altro riflettere. A formularla è stato un leader di Hamas, il giuresperito Nizar Rayan, esattamente quattro giorni fa. Dopo aver dettato la «previsione» alle agenzie di stampa, il dottor Rayan è morto: nelle macerie dell’Università islamica rasa al suolo dall’aviazione israeliana. «Qualsiasi cosa faccia Israele ad Hamas, Hamas vincerà. E questo perché se ci uccideranno diventeremo martiri - se non ci uccideranno consacreranno la nostra vittoria». Ipse dixit uno dei più popolari uomini di Hamas. Se le sue parole saranno percepite dai miliziani, sarà estremamente difficile per Israele bonificare Gaza. Certamente i soldati di Israele potrebbero distruggere (nel senso di tabula rasa) Hamas magari in pochi giorni ma l’esercito di Tel Aviv non è un esercito di lazzaroni. Ci sono regole che solo banditi di passo potrebbero violare; c’è un’etica che va rispettata ancorché sia fatta di sangue e odio. Va detto altresì che gli uomini di Hamas sapevano che la pazienza di Israele si era esaurita, la pioggia di razzi sulle città israeliane invalidava un Paese intero. Israele è territorialmente piccolo, è una sorta di «piccola provincia» dove un po’ tutti si conoscono, come da noi nel Sud; ogni persona o soldato ha nome cognome e indirizzo. Tutto il Paese chiedeva da tempo che finisse l’incubo dei razzi di Hamas. Va detto ancora che le formazioni politiche sono sul piede di guerra in vista di prossime elezioni. Ed è possibile che la dura reazione israeliana alla sistematica provocazione dei «guerriglieri di Dio» sia stata anticipata in vista, appunto, della consultazione elettorale.

C’è, poi, un risvolto interno nella tragedia. La guerra è sempre una tragedia e non risolve: è dal 1947 che Israele ha fatto, fa guerre. Per resistere al crescente stillicidio di colpi di mano, conflitti e tregue, insomma per sopravvivere. Israele, oggi, è una minuscola nazione nucleare, ha l’aviazione più forte del mondo e ci precede nel campo della ricerca. E’ diventata un Paese piccolo e felice che tuttavia non ha saputo rassegnarsi a considerare il dramma di un altro popolo, quello palestinese. C’è stato un momentum che la pace con l’eterno nemico sembrava possibile: sul tema della pace ad ogni costo, Rabin, e con lui il partito laburista, vinse le elezioni proponendo agli israeliani un futuro «normale». Ma un giovinetto forse pazzo volle leggere nella Torah che Rabin era un «rinnegato», e come tale passibile di morte. E lo uccise. Da quel momento Israele ha camminato su due piani: la pace ma non ad ogni costo - la pace con tutti i nemici, quindi anche con Hamas, con Hezbollah. Queste due opzioni han finito con l’annullarsi ed oggi, paradossalmente, Israele a dispetto della sua potenza è in difficoltà.

Rimane solo da augurarsi che gli innocenti che fatalmente questo blitz frantuma non siano morti invano. I morti non risolvono il dramma dei vivi: la guerra è un vicolo cieco. Ma la Storia ci dice che sempre dal grembo insanguinato della guerra è nata la pace.

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