di Enrico Fierro
Striscioni allo stadio, interviste e lettere ai giornali, canzoni e film, ma se serve anche la Rete con i blog, i siti e Facebook. Chi l’ha detto che la mafia preferisce il silenzio? Una volta, forse. Ora, in tempi di economia globalizzata se non comunichi non sei nessuno. Le mafie italiane lo sanno e per questo parlano. Con tutti i mezzi, quelli antichi della tradizione e quelli, sofisticatissimi, offerti dalle tecnologie moderne.
«L’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi costituisce una delle attività principali dell’uomo d’onore...Tutto è messaggio, tutto è carico di significato nel mondo di Cosa Nostra». Così Giovanni Falcone nel 1991. Il magistrato ucciso a Capaci aveva studiato a lungo gli uomini d’onore cercando di decifrarne le parole, i detti e i non detti, le pause e finanche i sospiri.
Perché «la mafia - ha scritto in un recente saggio lo studioso Marco Santoro analizzandone il linguaggio politico - non è solo una forma organizzativa, una struttura di relazioni sociali, un sistema di norme e regole». È altro: «Un sistema di comunicazione, fatto di segni, scambi linguistici, di messaggi, di reti informative, di sistemi simbolici. Comunicazione, si è a lungo creduto e sostenuto, tipicamente orale, interazione personale in situazione di co-presenza, faccia a faccia, secondo un modello tipico di società di piccole dimensioni, elementari, tanto più se segrete».
Oggi non è più così, o almeno, non è solo così. Perché, spiega il professor Enzo Ciconte, storico della criminalità organizzata a «Roma Tre», «Cosa Nostra ha un bisogno disperato di comunicare con il mondo esterno». «La mafia siciliana, con tutte le sue proiezioni internazionali è una organizzazione in profonda crisi. Non ha più capi riconosciuti e riconoscibili come dimostrano gli ultimi arresti che hanno portato alla luce il tentativo di ricostruzione della Cupola. Ecco perché devono per così dire, rifarsi una immagine», è la conclusione di Ciconte. Una volta si lanciavano messaggi di onnipotenza con il sasso infilato nella bocca della vittima di un omicidio (ti uccido perché sei un infame), con il taglio dei testicoli del responsabile di uno sgarro.
Le stragi sono state un formidabile e tragico strumento di comunicazione. «Cosa Nostra - ricordava il magistrato palermitano Michele Prestripino - è una organizzazione che viene da lontano, ha una prospettiva e guarda lontano e per essere tale ha avuto necessità di un sistema di comunicazione valido. Un sistema che si è adattato, in maniera flessibile, al contesto in cui la mafia si è trovata ad operare». Quando i capi si rendono conto che le immagini di Capaci e via D’Amelio provocano indignazione e commozione e stimolano la crescita di una coscienza antimafia, invertono la rotta. Cambiano strategia politico-militare e ridefiniscono gli obiettivi della comunicazione. Bernardo Provenzano opta per la strada della sommersione: meno omicidi più affari e rapporti col mondo politico. Sceglie la comunicazione scritta, i «pizzini».
Di nuovo Prestipino: «Si tratta di una comunicazione più orizzontale, una forma di esercizio del potere che non ha bisogno della mediazione delle strutture territoriali». Insomma, Binnu tratta direttamente affari e strategie con i suoi uomini più fidati.
«Una scelta geniale - la definisce il magistrato palermitano - che mette al riparo le relazioni più importanti».
Ed è questo il punto che per il professor Ciconte deve destare preoccupazione e allarme. «Oggi la comunicazione di Cosa Nostra avviene attraverso i figli, penso alla lettera che il 9 ottobre 2008 Vincenzo Santapaola, figlio di Nitto, invia al quotidiano “La Sicilia” per protestare contro la sua condizione di detenuto al carcere duro, ma anche attraverso personaggi organici alla mafia e non affiliati ufficialmente.
La prima fila è in seria difficoltà e si utilizza la zona grigia, quella borghesia mafiosa alla quale un certo mondo politico sta chiedendo di “autonomizzarsi” dall’ala militare di Cosa Nostra». Ma c’è una mafia che non è affatto in difficoltà, che conserva intatta la sua potenza economica in Italia e nel mondo, che fa della comunicazione uno dei capisaldi della propria strategia: è la ‘ndrangheta calabrese. «I boss della mia terra - sottolinea Ciconte - sono abilissimi nello sfruttamento della tradizione folklorica per rivendicare le ragioni profonde del loro agire e per acquisire la leadership del mito ormai consunto della calabresità».
Dal senso dell’onore al legame sempre strettissimo con la famiglia e col sangue, ad una certa interpretazione della devozione religiosa, fino alla spettacolarizzazione di un vittimismo dalle radici antiche: tutto fa gioco.
Due anni fa il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, invitato a San Luca per una manifestazione , ebbe una bruttissima sorpresa. Nella piazza del paese c’erano i parenti degli uomini accusati di aver organizzato la strage di Duisburg, sei morti nel parcheggio del ristorante «Da Bruno». Avevano cartelli e striscioni stampati in tipografia e t-shirt con il volto di Giovanni Strangio (latitante ancora oggi perché accusato di essere il killer di quella strage). «Giovanni è innocente», c’era scritto. Tutto era stato preparato prima, pensato e organizzato nella consapevolezza che quel giorno nel paese di Corrado Alvaro sarebbero piombati giornali e tv. Tutto studiato nei minimi particolari per diventare padroni dell’evento mediatico. Francesco Sbano («documentarista e regista in tutto il mondo», così si definisce) vive in Germania e ha trasformato la «cultura» della mafia in un fiorente business. Ha un sito internet, «Malavita.com», che fin dalla prima pagina non delude.
In fotografia c’è un uomo in canottiera, i gomiti appoggiati su un tavolo con sopra una calibro 9. Sbano produce e vende migliaia di cd di canti della mafia. Uno è dedicato alla morte del generale Dalla Chiesa: «Hanno ucciso il prefetto di Palermo/ non ha avuto neppure il tempo di pregare/l’hanno mandato diritto all’ospedale». «Malavita malavita/appartengo all’onorata/ Io non sgarro sono calabrese». Altri titoli: “Sangu chiama sangu”, “I cunfirenti”, canzone che parla (ovviamente malissimo)dei pentiti. Questi cd vendono migliaia di copie nei negozi della Germania ma anche sulle bancarelle di Reggio.
Un successo che l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani spiega così: «La Calabria costituisce la zona oscura della coscienza civile europea. Il cliché del calabrese arretrato e ferino è a suo modo rassicurante». Soprattutto dove la ‘ndrangheta investe milioni di euro in attività finanziarie e imprenditoriali. Come in Germania. Qui Sbano ha avuto una durissima polemica con la scrittrice Petra Reski, autrice di inchieste e libri sul potere delle mafie nel suo paese. L’ha accusata di strumentalizzare San Luca e la sua gente, di infangare l’onore degli italiani che vivono in Germania.
Convinto di sé, in una lettera al quotidiano “CalabriaOra”, ha scritto che «quando lo Spiegel produce reportage sulla Calabria io svolgo il ruolo di caposervizio». La quadratura del cerchio: chi meglio della mafia può raccontare la mafia?
efierro@unita.it
19 gennaio 2009
«L’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi costituisce una delle attività principali dell’uomo d’onore...Tutto è messaggio, tutto è carico di significato nel mondo di Cosa Nostra». Così Giovanni Falcone nel 1991. Il magistrato ucciso a Capaci aveva studiato a lungo gli uomini d’onore cercando di decifrarne le parole, i detti e i non detti, le pause e finanche i sospiri.
Perché «la mafia - ha scritto in un recente saggio lo studioso Marco Santoro analizzandone il linguaggio politico - non è solo una forma organizzativa, una struttura di relazioni sociali, un sistema di norme e regole». È altro: «Un sistema di comunicazione, fatto di segni, scambi linguistici, di messaggi, di reti informative, di sistemi simbolici. Comunicazione, si è a lungo creduto e sostenuto, tipicamente orale, interazione personale in situazione di co-presenza, faccia a faccia, secondo un modello tipico di società di piccole dimensioni, elementari, tanto più se segrete».
Oggi non è più così, o almeno, non è solo così. Perché, spiega il professor Enzo Ciconte, storico della criminalità organizzata a «Roma Tre», «Cosa Nostra ha un bisogno disperato di comunicare con il mondo esterno». «La mafia siciliana, con tutte le sue proiezioni internazionali è una organizzazione in profonda crisi. Non ha più capi riconosciuti e riconoscibili come dimostrano gli ultimi arresti che hanno portato alla luce il tentativo di ricostruzione della Cupola. Ecco perché devono per così dire, rifarsi una immagine», è la conclusione di Ciconte. Una volta si lanciavano messaggi di onnipotenza con il sasso infilato nella bocca della vittima di un omicidio (ti uccido perché sei un infame), con il taglio dei testicoli del responsabile di uno sgarro.
Le stragi sono state un formidabile e tragico strumento di comunicazione. «Cosa Nostra - ricordava il magistrato palermitano Michele Prestripino - è una organizzazione che viene da lontano, ha una prospettiva e guarda lontano e per essere tale ha avuto necessità di un sistema di comunicazione valido. Un sistema che si è adattato, in maniera flessibile, al contesto in cui la mafia si è trovata ad operare». Quando i capi si rendono conto che le immagini di Capaci e via D’Amelio provocano indignazione e commozione e stimolano la crescita di una coscienza antimafia, invertono la rotta. Cambiano strategia politico-militare e ridefiniscono gli obiettivi della comunicazione. Bernardo Provenzano opta per la strada della sommersione: meno omicidi più affari e rapporti col mondo politico. Sceglie la comunicazione scritta, i «pizzini».
Di nuovo Prestipino: «Si tratta di una comunicazione più orizzontale, una forma di esercizio del potere che non ha bisogno della mediazione delle strutture territoriali». Insomma, Binnu tratta direttamente affari e strategie con i suoi uomini più fidati.
«Una scelta geniale - la definisce il magistrato palermitano - che mette al riparo le relazioni più importanti».
Ed è questo il punto che per il professor Ciconte deve destare preoccupazione e allarme. «Oggi la comunicazione di Cosa Nostra avviene attraverso i figli, penso alla lettera che il 9 ottobre 2008 Vincenzo Santapaola, figlio di Nitto, invia al quotidiano “La Sicilia” per protestare contro la sua condizione di detenuto al carcere duro, ma anche attraverso personaggi organici alla mafia e non affiliati ufficialmente.
La prima fila è in seria difficoltà e si utilizza la zona grigia, quella borghesia mafiosa alla quale un certo mondo politico sta chiedendo di “autonomizzarsi” dall’ala militare di Cosa Nostra». Ma c’è una mafia che non è affatto in difficoltà, che conserva intatta la sua potenza economica in Italia e nel mondo, che fa della comunicazione uno dei capisaldi della propria strategia: è la ‘ndrangheta calabrese. «I boss della mia terra - sottolinea Ciconte - sono abilissimi nello sfruttamento della tradizione folklorica per rivendicare le ragioni profonde del loro agire e per acquisire la leadership del mito ormai consunto della calabresità».
Dal senso dell’onore al legame sempre strettissimo con la famiglia e col sangue, ad una certa interpretazione della devozione religiosa, fino alla spettacolarizzazione di un vittimismo dalle radici antiche: tutto fa gioco.
Due anni fa il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, invitato a San Luca per una manifestazione , ebbe una bruttissima sorpresa. Nella piazza del paese c’erano i parenti degli uomini accusati di aver organizzato la strage di Duisburg, sei morti nel parcheggio del ristorante «Da Bruno». Avevano cartelli e striscioni stampati in tipografia e t-shirt con il volto di Giovanni Strangio (latitante ancora oggi perché accusato di essere il killer di quella strage). «Giovanni è innocente», c’era scritto. Tutto era stato preparato prima, pensato e organizzato nella consapevolezza che quel giorno nel paese di Corrado Alvaro sarebbero piombati giornali e tv. Tutto studiato nei minimi particolari per diventare padroni dell’evento mediatico. Francesco Sbano («documentarista e regista in tutto il mondo», così si definisce) vive in Germania e ha trasformato la «cultura» della mafia in un fiorente business. Ha un sito internet, «Malavita.com», che fin dalla prima pagina non delude.
In fotografia c’è un uomo in canottiera, i gomiti appoggiati su un tavolo con sopra una calibro 9. Sbano produce e vende migliaia di cd di canti della mafia. Uno è dedicato alla morte del generale Dalla Chiesa: «Hanno ucciso il prefetto di Palermo/ non ha avuto neppure il tempo di pregare/l’hanno mandato diritto all’ospedale». «Malavita malavita/appartengo all’onorata/ Io non sgarro sono calabrese». Altri titoli: “Sangu chiama sangu”, “I cunfirenti”, canzone che parla (ovviamente malissimo)dei pentiti. Questi cd vendono migliaia di copie nei negozi della Germania ma anche sulle bancarelle di Reggio.
Un successo che l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani spiega così: «La Calabria costituisce la zona oscura della coscienza civile europea. Il cliché del calabrese arretrato e ferino è a suo modo rassicurante». Soprattutto dove la ‘ndrangheta investe milioni di euro in attività finanziarie e imprenditoriali. Come in Germania. Qui Sbano ha avuto una durissima polemica con la scrittrice Petra Reski, autrice di inchieste e libri sul potere delle mafie nel suo paese. L’ha accusata di strumentalizzare San Luca e la sua gente, di infangare l’onore degli italiani che vivono in Germania.
Convinto di sé, in una lettera al quotidiano “CalabriaOra”, ha scritto che «quando lo Spiegel produce reportage sulla Calabria io svolgo il ruolo di caposervizio». La quadratura del cerchio: chi meglio della mafia può raccontare la mafia?
efierro@unita.it
19 gennaio 2009


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