Yes, the end», così ieri Elle Kappa commentava con fulminante sarcasmo le dimissioni di Veltroni, ma non ne saremmo tanto sicuri. L’ormai ex segretario del Pd è un maestro nell’arte della fuga, virtù che non dovrebbe mancare al buon politico. Nel 2001, da segretario dei Ds lasciò il partito ai minimi termini organizzativi ed elettorali per candidarsi a sindaco di Roma e attendere da quello scranno il prevedibile evolversi degli eventi; nel 2007, da sindaco dell’urbe abbandonò la capitale, prima per fare il segretario del Pd e poi per concorrere al governo del Paese, lasciando a Rutelli la gestione di una sconfitta sempre più annunciata. E di nuovo, rispetto al comunismo, quando ancora fumavano le brucianti macerie del muro di Berlino: «Io? Mai stato comunista».
Anche nell’attuale circostanza Veltroni ha rivelato una notevole abilità riuscendo a prendere in contropiede gli avversari interni, in primis Bersani: con le sue repentine dimissioni dopo la disfatta sarda, sceglie ancora una volta un’uscita di scena anticipata per non assumersi sino in fondo la responsabilità politica di condurre il partito alla prova delle elezioni europee. Alcuni pensano che questo sarebbe stato un comportamento coerente, che avrebbe consentito un bilancio effettivo della stagione incominciata con il discorso del Lingotto; altri, invece, ritengono che Veltroni avrebbe dovuto dimettersi già all’indomani del verdetto elettorale del 2008, come avviene in una democrazia normale: non ora, quando la barca del Pd è esposta ai marosi più perigliosi, quelli agitati dai venti di scissione. Eppure, le due posizioni non tengono nel giusto conto l’astuzia e il tempismo di Veltroni, che ha drammatizzato la sconfitta di Soru, pur di sottrarsi alla presa d’atto del fallimento della sua politica: evitando quindi di ammettere che la strategia dell’autosufficienza riformatrice e la retorica del correre da solo («ma anche» con Di Pietro e i Radicali) si sono rivelate velleitarie nell’immediato e sbagliate nel medio-periodo, condannando l’elefante Pd a un rissoso e autodistruttivo isolamento politico.
Ma i problemi, ovviamente, restano tutti in piedi: spezzare l’isolamento, riprendendo una strategia di alleanze che deve guardare anzitutto all’Udc, che ancora una volta ha mostrato di saper intercettare porzioni di elettorato preziose. Al riguardo i segnali politici degli ultimi due anni sono stati sin troppo evidenti: l’ex segretario del partito Follini che entra nel Pd, il suo padre nobile Casini che abbandona lo schieramento berlusconiano pagando un duro prezzo per difendere la propria autonomia politica, e che è ancora lì ad aspettare (Moro avrebbe detto «un appuntamento»): ma per quanto potrà ancora resistere, sottraendo i suoi alle lusinghe berlusconiane? E poi, a sinistra, auspicare la nascita di un cartello dichiaratamente post-comunista, libertario, ambientalista, pacifista che ha già validi leader (Vendola, Fava) e un potenziale elettorale non disprezzabile (i tanti astenuti a sinistra nel 2008 e i pentiti dal «voto utile» al Pd). Un bacino che qualunque proposta alternativa a Berlusconi dovrà essere capace di motivare e mobilitare se vuole avere una prospettiva di governo. Questa nuova stagione del centro-sinistra, che chiude un ciclo novecentesco incominciato nel 1994, può essere avviata anche da un segretario di transizione duttile e virtuoso, se sarà in grado di trasformare in forza la sua debolezza: come fece Zaccagnini a metà Anni Settanta nella Dc e in tal senso Franceschini non avrebbe che da ispirarsi al proprio maestro. A patto che si approfitti di questa crisi per confermare, una volta per tutte e per sempre, le ragioni di fondo dell’esistenza del Pd, a prescindere dalle sorti elettorali.
Poi verrà la questione della nuova leadership nella sfida di governo, quella del federatore necessario. Allora il «semplice deputato» Veltroni potrà ancora fornire un suo contributo alla cultura riformista italiana, proprio perché non si è bruciato con la scelta di oggi. Ma, come sosteneva Mitterrand, bisogna lasciare il tempo al tempo.
Anche nell’attuale circostanza Veltroni ha rivelato una notevole abilità riuscendo a prendere in contropiede gli avversari interni, in primis Bersani: con le sue repentine dimissioni dopo la disfatta sarda, sceglie ancora una volta un’uscita di scena anticipata per non assumersi sino in fondo la responsabilità politica di condurre il partito alla prova delle elezioni europee. Alcuni pensano che questo sarebbe stato un comportamento coerente, che avrebbe consentito un bilancio effettivo della stagione incominciata con il discorso del Lingotto; altri, invece, ritengono che Veltroni avrebbe dovuto dimettersi già all’indomani del verdetto elettorale del 2008, come avviene in una democrazia normale: non ora, quando la barca del Pd è esposta ai marosi più perigliosi, quelli agitati dai venti di scissione. Eppure, le due posizioni non tengono nel giusto conto l’astuzia e il tempismo di Veltroni, che ha drammatizzato la sconfitta di Soru, pur di sottrarsi alla presa d’atto del fallimento della sua politica: evitando quindi di ammettere che la strategia dell’autosufficienza riformatrice e la retorica del correre da solo («ma anche» con Di Pietro e i Radicali) si sono rivelate velleitarie nell’immediato e sbagliate nel medio-periodo, condannando l’elefante Pd a un rissoso e autodistruttivo isolamento politico.
Ma i problemi, ovviamente, restano tutti in piedi: spezzare l’isolamento, riprendendo una strategia di alleanze che deve guardare anzitutto all’Udc, che ancora una volta ha mostrato di saper intercettare porzioni di elettorato preziose. Al riguardo i segnali politici degli ultimi due anni sono stati sin troppo evidenti: l’ex segretario del partito Follini che entra nel Pd, il suo padre nobile Casini che abbandona lo schieramento berlusconiano pagando un duro prezzo per difendere la propria autonomia politica, e che è ancora lì ad aspettare (Moro avrebbe detto «un appuntamento»): ma per quanto potrà ancora resistere, sottraendo i suoi alle lusinghe berlusconiane? E poi, a sinistra, auspicare la nascita di un cartello dichiaratamente post-comunista, libertario, ambientalista, pacifista che ha già validi leader (Vendola, Fava) e un potenziale elettorale non disprezzabile (i tanti astenuti a sinistra nel 2008 e i pentiti dal «voto utile» al Pd). Un bacino che qualunque proposta alternativa a Berlusconi dovrà essere capace di motivare e mobilitare se vuole avere una prospettiva di governo. Questa nuova stagione del centro-sinistra, che chiude un ciclo novecentesco incominciato nel 1994, può essere avviata anche da un segretario di transizione duttile e virtuoso, se sarà in grado di trasformare in forza la sua debolezza: come fece Zaccagnini a metà Anni Settanta nella Dc e in tal senso Franceschini non avrebbe che da ispirarsi al proprio maestro. A patto che si approfitti di questa crisi per confermare, una volta per tutte e per sempre, le ragioni di fondo dell’esistenza del Pd, a prescindere dalle sorti elettorali.
Poi verrà la questione della nuova leadership nella sfida di governo, quella del federatore necessario. Allora il «semplice deputato» Veltroni potrà ancora fornire un suo contributo alla cultura riformista italiana, proprio perché non si è bruciato con la scelta di oggi. Ma, come sosteneva Mitterrand, bisogna lasciare il tempo al tempo.


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