di Luigi Pagano *
di Luigi Morsello **
In un mondo così tormentato ed impegnativo, qual è quello del carcere, chi è animato da scelte non casuali, che ha voluto e centrato quell’unico obiettivo, si impegna poi in quel lavoro - fare il direttore del carcere - fino al limite delle proprie capacità e del proprio potenziale umano ed accumula esperienze che hanno dello strabiliante.
Il dr. Luigi Pagano, oggi Provveditore regionale per
Ieri il dr. Pagano era direttore di S. Vittore, ed è stato direttore di quel carcere per 16 anni: un record di longevità.
La reciproca conoscenza è abbastanza antica, ma solo di recente tale conoscenza ha potuto essere verificata, approfondita, riscontrandosi molti valori comuni pur nella diversità caratteriale.
Un direttore a Milano – S. Vittore non dura tanto se non vale.
Chi scrive questa presentazione ha il non invidiabile privilegio di essere stato il direttore di carcere più anziano in servizio, almeno fino a gennaio dell’anno 2005.
Ha conosciuto tanti funzionari di vertice, sia di istituti penitenziari importanti che di organismi regionali dell’organizzazione penitenziaria.
Ebbene, a S. Vittore si ricordano solo due altri direttori altrettanto validi, uno prima del “decennio degli anni di piombo” e uno proprio di quel decennio, che il dr. Pagano ha vissuto solo nella fase terminale del fenomeno feroce e sanguinario del terrorismo, la più efferata.
Egli è testimone di quanto ha visto con i propri occhi nelle varie sedi in cui ha prestato servizio.
La prima sede fu quella di Pianosa, isola dell’arcipelago toscano, la quale ospitava un antico penitenziario, che comprendeva anche una sezione per tubercolotici, la c.d. “Diramazione Agrippa” poi utilizzata per contenervi i terroristi di destra e di sinistra irriducibili.
L’approdo a Pianosa, l’impatto con una realtà carceraria desolante viene raccontato con molta efficacia. Come anche molto efficace è l’analisi psico-sociologica, che descrive l’ambientazione della vita di un carcere in cui chi vi viveva era isolato prima materialmente e poi anche psicologicamente.
La tecnica narrativa dell’autore procede per capitoli che non sono indicati con una progressione ordinale, ma sulla base di concetti espressi in massime di cui è ricca la sua cultura umanistica e criminologica.
Di questo passo, via facendo l’autore racconta di tutte le sue esperienze nelle varie carceri in cui ha prestato servizio: Nuoro, Piacenza, Brescia ed infine Milano S. Vittore.
Il dr. Pagano è noto per avere partecipato a trasmissioni televisive di rinomanza nazionale, per essere stato l’ispiratore di tante iniziative, a Brescia ed a S. Vittore.
Il suo racconto prosegue negli anni del post-terrorismo, nelle avvisaglie della corruzione dilagante che poi sfociava nella celeberrima inchiesta di “Mani Pulite” del ‘pool’ della Procura della Repubblica di Milano.
I fatti di cui è stato spettatore privilegiato e talvolta co-protagonista non sono raccontati in modo piatto, come si lo farebbe un cronista, ma sono anche interpretati e commentati, soccorrendo in questo caso la cultura criminologica appresa alla scuola del prof. Paolella, celeberrimo criminologo poi assassinato dalle B.R., le quali occupano la scienza del racconto di Pagano, ma non ne escono indenni dalle sue valutazioni.
Il capitolo di “Mani Pulite”, che è stato vissuto tutto a S. Vittore, è il più interessante, ma l’autore non lo ancora raccontato.
Egli esamina e disamina le iniziative legislative le più svariate, dalle correzioni al regime dei permessi, nato male e modificato peggio fino alla emanazione della c.d. “legge Gozzini”, alle modifiche del regime delle prescrizioni dei reati e tante altre, che il lettore scoprirà leggendo il lavoro di Pagano.
Tutti, o quasi tutti, i grandi protagonisti della politica, della magistratura, delle forze dell’ordine a Pagano li ha conosciuti. Su di essi l’autore non trancia giudizio ma traspare dalle sue parole quali a suo giudizio meritavano stima e riconoscenza e quali altri no.
Particolarmente gustosi sono i personaggi detenuti comuni e le vicende che li riguardano (si veda il fantasioso racconto di un detenuto di Pianosa, che sosteneva di avere un rapporto amoroso con una ricca ed ancora giovane signora, che egli raccontava atterrasse con il suo aereo privato personalmente guidato dalla gentildonna, nientemeno che a Pianosa, sede del carcere, che non ha un aeroporto !), che Pagano guarda con l’occhio del ricordo in modo, dire, questi affettuoso e comunque indulgente.
Come si conviene a chi ha speso una intera vita, o quasi (l’autore è ancora relativamente giovane) in mezzo alle miserie umane, spirituali ed ideali prima che materiali, imparando da queste esperienza a profondere la propria personale umanità.
L’autore qualche hanno fa ricevette dalla città di Milano il prestigioso riconoscimento dello “Ambrogino d’oro”, unico direttore penitenziario negli annali della storia della città.
Una prima presentazione l’A. l’ha avuta con una riflessione sull’ottantesimo compleanno del Cardinal Martini, completata anche dal ventennio che egli ha trascorso alla direzione del carcere di S. Vittore.
Le riflessioni del dr. Pagano sono ripartite in trenta capitoli sei quali solo ventotto compiutamente formati.
Il 29° e il 30° sono abbozzi tuttavia sempre significativi, perché iniziano a raccontare la stagione di MANI PULITE da una visuale non populistica ma abbastanza critica.
È un vero peccato che Pagano non abbia sviluppato il racconto dei suoi sedici anni di direttore di San Vittore. Ne ha di cose da raccontare e di analisi da effettuare, ma fino ad oggi non l’ha fatto e ciò ha impedito la pubblicazione delle sue riflessioni storico-culturali in volume dalla casa editrice Giuffrè, che aveva dato un benestare di massima, ottenuto mediante l’intercessione di Roberto Ormanni, all’epoca direttore della rivista online giornaliera e cartacea settimanale Diritto & Giustizi@.
C’è da augurarsi che egli racconti i suoi sedici anni di San Vittore in un lavoro autonomo: fatti, episodi, drammi, tragedie vissute e raccontate dall’interno del carcere.
Ventotto capitoli sono stati pubblicati da IL PARLAMENTARE, diretto da Roberto Ormanni, che il 31 dicembre 2006 lasciò la direzione del giornale edito dalla Giuffrè per contrasti relativi alla linea editoriale, che voleva sopprime e poi ha soppresso l’edizione settimanale cartacea.
Alla data odierna il provveditore Pagano ha già al suo attivo:
1) la realizzazione di una sezione femminile per detenute-madri, esterna al carcere di San Vittore;
2) la creazione di una agenzia regionale per il lavoro penitenziario;
3) la creazione di un circuito penitenziario, da lui definito “a trattamento avanzato”, presso
Lodi, 14 febbraio marzo 2009
*Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria in Milano
**Ispettore Generale dell’amministrazione penitenziaria
L'OTTANTESIMO COMPLEANNO DEL CARDINALE MARTINI
1) “La vostra vita serve molto alla Chiesa e agli altri: i cammini di riabilitazione, di socializzazione, di lavoro sono estremamente importanti per ognuno di noi e per la società. Non mi stancherò di ripetere che tutti possiamo cambiare in meglio. Lo dico perché vi voglio bene e ho fiducia in voi…Ho cercato di fare qualcosa per voi e per il carcere, non mi fermerò. Anche se non sarò più Arcivescovo vi penserò da Gerusalemme,pregherò per tutte le sofferenze del mondo e vi avrò sempre nel cuore”.
Queste le parole di saluto e di congedo che il 23 maggio 2002 il Cardinal Martini pronunciò al carcere di San Vittore quando, raggiunto i limiti di età, lasciò
Nei suoi 22 anni milanesi il carcere aveva rappresentato un pensiero costante dell’attività pastorale condotta dal Cardinale, nei suoi discorsi l’istituto di San Vittore veniva definito come il cuore simbolico della città e il suo impegno era andato ben oltre la doverosa osservanza da parte di un Vescovo delle parole del Cristo citate da Matteo (25,26) “Ero in carcere e siete venuti a visitarmi”.
In una chiesa che appena pochi anni prima elevava in un convegno pastorale una vera e propria elegia al carcere perché " i detenuti sono coloro che sono caduti nella rete del Pescatore, cioè del Cristo...quei poveri fratelli reclusi sono i più fortunati, chiamati alla vera libertà, alla sanità cristiana. A me piace parlando dei fratelli reclusi chiamare l'istituto di pena non carcere, ma
Come rivelò egli stesso quando il 4 novembre 1981 varcò per la prima volta il portone di Piazza Filangieri 2, visitare le carceri e portare conforto ai detenuti era stato “il primissimo desiderio che ho avuto entrando a Milano l’anno scorso, nel mese di febbraio”, ma San Vittore in quel periodo era quanto di più lontano si possa immaginare da una “Santa Casa della Rinascita”.
2) All’inizio degli anni ’80 gli strascichi di un terrorismo oramai agonizzante, ma ancora temibile nei suoi cruenti colpi di coda, non avevano permesso di allentare le ferree norme di sicurezza esistenti all’interno, tuttavia l’aver accomunato sotto lo stesso duro regime penitenziario i detenuti comuni e quelli della violenza eversiva aveva creato alleanze tra di loro contro il comune nemico, lo Stato, e per regolare faide interne alle rispettive organizzazioni. Di conseguenza la pericolosità dei detenuti si esaltava piuttosto che inibirsi e le sezioni di “massima sicurezza” erano divenute, per tragico contrappasso, teatro di azioni sempre più gravi e violente; uccisioni efferate, rivolte, evasioni clamorose come quella realizzata da Renato Vallanzasca insieme ad altri undici compagni di pena, un perenne stato d’allarme che dava l’idea di una situazione oramai sfuggita ad ogni controllo.
a tranquillità con cui il Cardinal Martini, nonostante questa trista quanto meritata fama, fece ingresso in istituto, però, destò stupore e non solo negli operatori, ma negli stessi detenuti specie quando il Cardinale chiese ad uno sbalordito Direttore di poter entrare in ogni cella per salutare personalmente tutti gli occupanti.
Le deferenti, obiezioni del direttore sui motivi di sicurezza che sconsigliavano un agire così temerario non fecero breccia sulla determinazione di Martini e le celle si aprirono una a una.
In verità non credo che qualcuno potesse veramente temere per l’incolumità dell’illustre ospite; aldilà della imponente stazza fisica, c’è da dire che anche i più grossi criminali hanno sempre avuto atteggiamenti di grande riverenza nei confronti della Chiesa e dei suoi ministri, ne fa fede il lavoro dei cappellani che da sempre girano in ogni luogo degli istituti senza adottare alcuna precauzione. Figuriamoci, quindi, il rispetto di cui poteva godere un Cardinale, ma proprio perché si trattava di una delle più alte cariche ecclesiastiche tutti pensavano ad una mera visita di circostanza e nessuno credeva realmente che trovasse il tempo per salutare e fermarsi a parlare con ognuno dei 2000 e passa detenuti allora presenti.
Si dovettero ricredere, la visita si protrasse per quattro giorni e qualcosa di ancor più straordinario sarebbe avvenuto in quei giorni, un evento la cui portata, senza alcuna retorica, può essere definita storica: l’incontro con i detenuti brigatisti.
3) Chi conosceva, allora, le Br detenute sa bene che le occasioni di dialogo con loro, se non posto in termini di rapporti di forza, di scontro, a volte dialettico a volte anche fisico erano ben poche. Non lo cercavano loro, non lo cercavano le Istituzioni dello Stato, non lo cercavamo noi, i rappresentanti, i“servi”, dello “SIM”, quelli descritti nei comunicati come aguzzini da annientare.
Chissà, forse era di impedimento la reciproca, rigida posizione dei ruoli, forse nessuno sapeva come iniziare un discorso o forse, soltanto, nessuno lo voleva perché si temeva che ciò potesse dar loro quel riconoscimento politico di combattenti che avevano da sempre rivendicato.
Il Cardinale non sembrò porsi tutte quelle domande, quando arrivò ai cancelli del cortile di passeggio dove i detenuti stavano usufruendo dell’ora d’aria ai brigatisti che lo guardavano sconcertati chiese, semplicemente, il permesso di entrare per incontrarsi con loro.
Racconta Don Luigi Melesi allora e oggi cappellano del carcere, testimone oculare di quell’evento, che dopo un attimo di silenzio non solo i detenuti accettarono la visita, ma addirittura chiesero al Cardinale di farli pregare.
Non so se l’episodio si sia verificato esattamente in questi termini o se don Luigi abbia parafrasato dal suo amato Manzoni l’incontro tra il Cardinal Borromeo e l’Innominato, ma se anche ciò così fosse non credo che un altro paragone avrebbe potuto essere più calzante, perché da quell’incontro, è un dato di fatto, quelle persone assunsero atteggiamenti diversi, trovando nella persona del Cardinal Martini il loro principale interlocutore, la loro guida, non solo spirituale, che li aiutò a uscire da quella “soffocante” gabbia ideologica che li aveva resi ciechi del senso dell’esistenza di altri esseri umani.
E’ chiaro che, ancora mantenendoci nella suggestione manzoniana, quella conversione sarà stata preceduta da lunghe riflessioni e, “se non da rimorso”, da dolorose inquietudini, “una certa uggia”, ma questo possiamo dedurlo oggi, col senno di poi, mentre è indubbio merito del Cardinale, presumo ben consigliato dal cappellano che aveva seguito la crisi dei detenuti, fu quello di trovare il momento giusto per far defluire la situazione.
Tre anni dopo, alla metaforica resa delle armi seguì anche quella concreta e i brigatisti fecero “dono” a quello che era divenuto il loro Vescovo di tre borse piene di armi.
4) Sono arrivato a San Vittore nel 1989.
Il Paese, anche grazie a quegli avvenimenti avvenuti appena pochi anni prima, era finalmente riuscito ad uscire dal lungo e drammatico tunnel, “
La legge Gozzini varata nel 1986 aveva abrogato quegli articoli che impedivano la concessione di misure alternative a chi era stato condannato per particolari tipi di reato come, ad esempio, la rapina, l’estorsione o i reati associativi, riequilibrando il sistema ai principi ispiratori della riforma penitenziaria del 1975 che all’art. 1 recita “Il trattamento (finalizzato al reinserimento sociale dei condannati, n.d.a.) è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti” e non già all’oggettività del titolo di reato.
Una spinta determinante verso questa direzione, nessuno penso lo possa dubitare, fu data proprio dall’esempio tangibile di come gli ex appartenenti alle organizzazioni eversive fossero cambiati. La consegna delle armi al Cardinale era stata accompagnata da una lettera in cui i terroristi esprimevano il loro desiderio di volersi impegnare di persona per risarcire la comunità dai danni provocati dalle loro azioni e l’impegno fu mantenuto. In regime detentivo le ex BR, sfruttando le loro capacità e l’interesse che questo loro percorso aveva destato su tutti, mass-media compresi, furono in quegli anni il fulcro intorno al quale l’istituzione iniziò a trasformarsi, assomigliando sempre più a quella comunità dinamica che aveva immaginato il legislatore del 1975 e dentro la quale il detenuto avrebbe dovuto trovare spinte al cambiamento positivo.
Ad onor del vero, anche se
Fu il periodo in cui, grazie a questo “New Deal” carcerario, si riuscirono a realizzare esperienze di notevole spessore i cui effetti positivi rimangono ancora oggi evidenti. Convegni, dibattiti, rappresentazioni teatrali, organizzazione di mostre che presentavano i primi manufatti delle cooperative di lavoro che andavano nascendo all’interno e che davano il segno tangibile del cambiamento avvenuto. Penso alla pelletteria, all’impiego di utensili affilatissimi per tagliare e incidere il cuoio: chi veniva a visitare quei laboratori prendeva atto, con brividi neppure tanto repressi, che quegli attrezzi, ora in uso liberamente per realizzare una borsa, un portachiavi,un portafoglio appena pochi anni addietro avrebbero potuto essere strumenti di morte in quelle stesse mani.
Condizioni di base ideali, quindi, e non solo per impostare progetti volti al definitivo assestamento delle condizioni carcerarie, ma, ciò che era più importante per operare anche sul versante sociale, aprire le porte del carcere al mondo esterno, renderlo trasparente, accessibile perché la comunità civile potesse offrire il proprio contributo al processo di reinserimento del detenuto.
Operazione paradossalmente più complicata che fare le leggi.
Non conosco molto la realtà di altri Paesi, ma ciò che in Italia di sicuro non manca sono le leggi e molte di queste hanno architetture solide e ben coerenti, il problema è applicarle e, nel caso delle leggi penitenziarie far si che la comunità sociale le accetti e lavori perché siano concrete. La gente, infatti, può accettare qualsiasi riforma penitenziaria, la più illuminata, sempreché questa riguardi solo la vita all’interno.
Non interessa se i detenuti possono avere campi sportivi, televisione a colori, importante è che non escano.
E’ un po’ il destino di tutte le c.d. istituzioni totali dove quella che può sembrare una rispettosa delega delle competenze altrui nasconde, a ben guardare, un tentativo di rimozione di quella realtà.
Nel carcere questa voglia diventa palesemente più agevole da mascherare perché trova il proprio terreno fertile in un luogo per sua stessa natura isolato, fisicamente delimitato da alte mura di cinta giustificate dalla necessità di evitare evasioni, ma utili, forse anche di più, nella loro valenza simbolica di confine tra il bene e il male, tra buoni e cattivi.
Peccato che i fatti di questo mondo, parafrasando Amleto, non seguano il rigido manicheismo delle nostre coscienze e, così come in altri campi, nel diritto penale non c’è sempre rigida coincidenza, sfumature zone di grigio tra i concetti di responsabilità e colpa, legittimità e giustizia, utilità.
Fuori di ogni astrazione filosofica è un dato banalmente ovvio che la dichiarazione di colpevolezza può riguardare persone innocenti come vale altresì l’inverso, o che la pena del carcere ancorché legittima, perché irrogata da organi attribuiti di tale potestà, possa essere ingiusta o ancor meno utile.
Argomenti una volta dibattuti con la dovuta serietà oggi molte volte liquidati frettolosamente bollandoli come superficiali o liquidandoli spregiosamente come “buonisti” nel timore di sembrare troppo tolleranti.
Accanto a quei pochi che ancora hanno continuato a cercare l’essenza di un diritto penale la voce del Cardinale è intervenuta con autorevole competenza conciliando l’esperienza cristiana con la conoscenza sempre più approfondita di una realtà che aveva voluto conoscere personalmente, senza mediazioni, a differenza di molti altri che ne parlano senza alcuna cognizione di causa.
E non parlo solo delle, a volte, eclatanti contraddizioni dei privati cittadini che perseguono un cristianesimo fatto di sole appariscenti formule, ma anche di persone investite di pubblica funzione che si disinteressano di quanto succede per uno schematico senso di burocratica competenza.
Ricordo la celebrazione del Giubileo del 2000 tenuta a San Vittore dal Cardinale. Quell’atto di clemenza che il Santo Padre, Giovanni Paolo II aveva invocato ai governanti dei vari Paesi del mondo, non aveva trovato, penso anche legittimamente, l’accordo di tutto il mondo politico, ma come si sa, la speranza è sempre l’ultima a morire e per lo più in carcere il tempo è fatto di perenne attesa. E proprio sul tempo della detenzione il cardinale all’omelia fece le sue riflessioni, ricordando dal messaggio del Papa, che “… i pubblici poteri che, in adempimento di una disposizione di legge privano della libertà personale un essere umano ponendo quasi una parentesi in un periodo più o meno lungo della sua esistenza devono sapere di non essere signori di quel tempo”. Parole forti che richiamavano al senso di responsabilità i Politici, pronunciate in un istituto che a fronte di 800 detenuti ne ospitava quasi duemila, in una condizione che mortificava non solo la dignità umana, ma anche la legalità, le norme che regolano il regime penitenziario, platealmente eluse.
Il Cardinale terminò in un silenzio carico di tensione che mi procurò un fremito lungo la schiena. Erano state dette parole dense di significato, che condividevo dalla prima all’ultima, ma non sapevo che impatto avrebbero avuto sui detenuti e sulla tensione che si era andata accumulando. Le mie paure si rivelavano superflue, come sempre era stato quando si trattava del Cardinale Martini, il discorso aveva colpito nel segno, lui non era venuto a commiserare i detenuti, non li trattava come “ultimi”, ma chiamando in causa principi quali legalità, rispetto delle norme, li riconosceva titolari di diritti, “persone” nel senso più ampio del termine. Paradossalmente, credo che in quel momento molti si sentissero superiori e in credito nei confronti dei “pubblici poteri”, se pure avevano commesso illegalità, loro, a differenza nostra, rispondevano delle loro responsabilità. Un lungo applauso stemperò la tensione e divenne un boato quando il cappellano lasciò libere due colombe, mentre un grido si levava nella rotonda di San Vittore “Libertà Libertà”.
Un magistrato lì presente non so se più a disagio per la commozione o l’irritazione mi confessò mentre usciva “Non avrei dovuto venire qui oggi a seguire questa cerimonia, ora che so, difficilmente potrò giudicare con la dovuta serenità”. O forse voleva dire severità.
La frase di quel Magistrato, uno dei più sensibili e corretti del Tribunale di Milano, dà a che pensare: un uomo che giudica e condanna ammetteva di non conoscere, se non in teoria, gli effetti di quella pronuncia di condanna. E se per avventura ne prendeva conoscenza ciò gli comportava turbamenti, realizzava forse che quel periodo di carcere inflitto nella realtà si traduce in una parte di vita che se ne va senza che
vi sia costrutto per nessuno.
“Ecco come vanno le cose, a quel satanasso – e intendeva l’Innominato – le braccia al collo: e con me, per una mezza bugia, detta solo al fine di salvare la pelle, tanto chiasso. Ma sono superiori; hanno sempre ragione”.
Le remore di quel magistrato, così sensibile dal rivelarle, purtroppo temo siano la norma, e allora se non lo conoscono loro, addetti ai lavori, che lo decretano cosa possiamo contestare al comune cittadino che continua a chiedersi perché dovrebbe farlo lui?
Prendo ancora l’intervista di Don Melesi perché quel riferimento Manzoniano secondo me sottolinea e conoscendo Don Luigi credo che il riferimento non sia una casuale reminescenza, la crisi delle coscienze di tanta gente, tra cui molti che si professano e realmente si sentono buoni cristiani, di fronte di chi si approccia con umanità e sensibilità al mondo delle carceri e scoprono lo “scandalo” di una detenzione a volte più dannosa che inutile.
Il Cardinale Martini ha citato Matteo io, che pure mi considero un cristiano “analfabeta di ritorno” ho risentito in ogni suo intervento lo stupore del Cristo che agli scribi che gli obiettavano la frequentazione con Pubblicani e peccatori rispondeva con tautologico candore che “ non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati e io non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”. Un invito a considerare che “la rivelazione cristiana si gioca proprio sul perdono e sulla riabilitazione dell’uomo delinquente” e le parole del Cristo non si limitano soltanto all’ambito dei rapporti familiari o, al massimo, nella comunità dei credenti, ma hanno un valore nello stesso ambito della società civile. A sgomberare il campo da ogni accusa di giustificazionismo il Cardinale ha sempre avvertito che “Un intervento contro il male, contro l'ingiustizia e la violenza ci deve essere da parte di tutti, non solo da parte di chi è ufficialmente costituito per questo, né si può pensare: lo Stato fa giustizia e io pratico il perdono! Tutti dobbiamo essere forti e decisi nel respingere il male..” ma il carcere non può essere l’unica forma di pena né ridursi a un contenitore di uomini che genera reazioni criminogene anziché inibirle. Fuori dal luogo comune di cattive letture bibliche o filosofiche ancora si chiede perché “solo la violenza, l'infliggere il male può annullare la violenza” (Hegel). La risposta è semplice e la verità è invece che solo un'azione contraria, un'azione che annulli o riduca gli effetti del male, può essere veramente riparatoria sino a ritrovare una visione organicistica della società , alla stregua di un Menenio Agrippa .
"Un braccio che si rompe - osserva il cardinal Martini - non lo amputiamo subito, un occhio ammalato non ce lo caviamo, un cuore infartuato non lo strappiamo, un fegato ingrossato non lo tiriamo fuori. Al contrario ci preoccupiamo di salvare qualsiasi organo, purchè ancora vivo, del nostro corpo".
Parole che qualsiasi criminalista sottoscriverebbe e il cui spirito possiamo ritrovare a esempio nella presentazione del relatore della famosa legge Gozzini di cui si accennava all’inizio che tendeva allargando il campo delle misure alternative tendeva alla “riduzione dell'incidenza del carcere perchè del carcere è stata ormai individuata alla luce dell'esperienza la dannosità individuale e sociale per cui il ricorso a questo tipo di pena deve essere considerato da un ordinamento moderno e avanzato come una ultima ratio" (Ricci -discussione sulla modifica all'ordinamento penitenziario - Senato 4 e 5 giugno 1986).
UNO
DE RERUM NATURA
" Chi è pazzo può farsi esentare dalle azioni di guerra,
ma chi chiede di farsi esentare dalle azioni di guerra non è pazzo"
C O M M A 2 2
"Prego
“Chiedo di poter comprare una testa d'aglio, ma non quella verde che mi hanno portato ieri...”
“Il detenuto ... chiede di acquistare l'ultima cassetta musicale di Mango. Preciso che è la quinta domanda che faccio ...”.
Mi sento prendere da un acuto senso di sconforto.
Non immagino proprio chi sia questo Mango e cosa abbia portato di nuovo nel poliedrico panorama della musica leggera internazionale; io, poi, sono rimasto all'epoca dei complessi rock anni '60, e già questo potrebbe essere un segnale che oramai sono tagliato fuori dalla realtà che mi circonda, ma ciò che più avvilisce è il sentirsi come un commesso dei grandi magazzini intento a smistare clienti ai vari punti di vendita.
Ogni giorno c'è da esaminare un centinaio circa di "domandine", termine gentile, un diminutivo che suona quasi vezzeggiativo, per indicare il modello 393 - Amministrazione Penitenziaria - MODULARIO G.G. - A.P. 120 - con il quale i detenuti avanzano al direttore di un istituto di pena richieste di ogni genere. In carcere, infatti, quasi nulla è nella disponibilità del detenuto; l'acquisto di un deodorante, un dentifricio un sapone diverso dalle 3 o 4 marche vendute allo "spaccio" interno è subordinato all'autorizzazione del direttore.
Il detenuto prega
2 giorni per esaurire la prassi di acquisto.
5 uomini impegnati tra timbri, controlli, annotazioni, smistamento: la burocrazia non più tenuta a freno dalla ragione genera, come negli incubi di Goya, mostri.
Una parte, e neppure la più rilevante, della mostruosa piovra burocratica che ci va stritolando, eppure veicolo con cui un direttore di una grande Casa Circondariale quale quella di Milano, riesce a entrare in contatto,dialoga con un detenuto.
Impossibile, del resto, in una struttura che ospita mediamente 2000 persone, sentirle e conoscerle una per una.
San Vittore: 2000 persone stabilmente residenti, un piccolo paese, un quartiere autonomo, nel cuore della città di Milano; una realtà umana paragonabile a poche altre e dove la drammaticità dello stato detentivo, l'ansia di libertà, si stempera nelle esigenze del vivere quotidiano a dimostrazione che la più grande dote dell'uomo è la capacità di adattamento, il trovare anche negli eventi più negativi quanto può servire ad evitare di essere schiacciato: un ripiegamento difensivo su sé stesso in attesa di tempi migliori.
DUE
LINEE DI PRINCIPIO
Ogni essere umano possiede una riserva di forza
la cui misura gli è sconosciuta:
può essere grande, piccola o nulla
e solo l’avversità estrema dà modo di valutarla.
“Quando si muore si ha ben altro da fare che pensare alla morte.”
Carlo LEVI - I SOMMERSI E I SALVATI
Dovrei essere contento perchè relativamente giovane sono stato destinato ad un posto di prestigio ed ho la presunzione di credere che l'amministrazione penitenziaria destini ad un carcere come San Vittore solo funzionari di cui apprezza le doti, ma se questo può lusingare il mio orgoglio, non vale a tacitare quelli che sono i dubbi sul mio ruolo, la distanza che avverto aumentare tra gli ideali iniziali e quanto nel concreto puoi realizzare.
Non mi riferisco alla scontata lamentazione sulla inadeguatezza di mezzi e strutture, questione di spazio: per unirsi al coro nella pubblica amministrazione italiana bisognerebbe farsi largo a gomitate, quanto allo stravolgimento che la riforma penitenziaria del 1975 o il nuovo codice di procedura penale, varato appena nel 1989, hanno subito nel breve volgere di pochi anni.
Chi puntava a ridurre il ruolo egemone che la detenzione ha assunto nel nostro ordinamento, chi sperava di riuscire a trasformare il carcere e a connotarlo di contenuti positivi si ritrova, oggi, con delle leggi che palesemente sconfessano i principi ispiratori della riforma penale - penitenziaria realizzata negli anni '70 e '80.
C'è proprio da chiedersi se il carcere possa essere veramente riformato o se piuttosto non sia, come affermava uno slogan in voga durante gli anni della contestazione giovanile, un'istituzione solo da combattere e abbattere.
Un dato è certo: il carcere, neppure in origine, non ha mai potuto presentarsi, ed essere accettato, nella sua naturale veste di segregazione forzatamente imposta da uomini ad altri uomini; troppo difficile accettarne l'idea senza alcun'altra giustificazione che ne sfumasse la crudezza.
Contestuale al carcere è nato il proposito di porre mano alla sua riforma nel tentativo di abbellirlo, nobilitarlo con la "ingenua, a volte ipocrita, convinzione di poter riscrivere la storia dall'inizio, immaginando che il futuro progetto potesse essere quello fino ad allora inutilmente atteso,capace di annullare e riscattare gli errori,le deviazioni, le insufficienze del passato e offrire al carcere il volto a lungo vagheggiato.".
Tutti i progetti volti a razionalizzare, mascherare l' istituzione, però, hanno fallito perchè il carcere, come dice Fassone, non può accettare di "porre in discussione la sua capacità a segregare che essa intacca l'unica prestazione per la quale l'istituzione è infungibile". La conferma è data dal fatto che le riforme hanno potuto incidere in profondità solo allorché hanno delineato misure e situazioni diverse dal carcere.
Ha senso, allora, con questi presupposti atteggiarsi, ancor'oggi, a riformista, puntare, nonostante tutto, sul cambiamento ?
Ostinatamente penso di sì.
Il carcere va trasformato, migliorato e non per offrirgli puntelli legittimanti o giustificazioni accessorie, bensì per eliminarlo.
Per fare questo è necessario dichiararne l'alto tasso di inciviltà, riconoscere la sua incapacità ontologica ad assolvere ogni funzione educativa e gradualmente liberarcene, facendone a meno ogni qual volta non appare necessario, punendo in maniera diversa, rammentando, in definitiva, che il carcere è "una" pena non già "la" pena.
La produzione normativa degli anni '70 dichiaratamente affrontava la questione delle possibili alternative alla detenzione "e di conseguenza la riduzione dell'incidenza del carcere perchè del carcere è stata ormai individuata alla luce dell'esperienza la dannosità individuale e sociale per cui il ricorso a questo tipo di pena deve essere considerato da un ordinamento moderno e avanzato come una ultima ratio" (Ricci-discussione sulla modifica all'ordinamento penitenziario - Senato 4 e 5 giugno 1986).
L'azione si sviluppava su tre direttrici: 1) depenalizzazione, 2) varo del nuovo codice di procedura penale, con la riduzione dei tempi processuali, e 3) previsione che la custodia cautelare in carcere fosse strumento di natura eccezionale: " La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata."(art. 275 c.p.p.), intervento nella fase dell'esecuzione attraverso misure alternative alla detenzione e strumenti di flessibilità della pena (riforma penitenziaria del '75, legge Gozzini dell'ottobre 1986).
Sembrava ci si avviasse a realizzare quell'utopia, da molti ritenuta possibile, di una società senza carcere; si arrivava invece a dovere fare i conti, ancora una volta, con un carcere rinnegato dalla società. Così come per anni aveva ripetutamente lamentato l'arretramento culturale, le iniquità del sistema penitenziario italiano, gli abusi perpetrati da un'amministrazione stupidamente violenta, l'opinione pubblica fu solerte a criticare le nuove scelte legislative denunciando, ora, i rischi di un sistema che, si diceva, offrisse al delinquente maggiori garanzie e diritti delle persone oneste.
Il pendolarismo d'opinioni non ha risparmiato neppure i nostri politici capaci di maledire, stracciarsi le vesti per quelle leggi da loro stessi approvate poco tempo prima e definite all'atto della promulgazione come: " un... testo profondamente meditato nelle proprie origini...redatto con attenzione meticolosa e con una tecnica ineccepibile ... conquista di civiltà...".
"Chi controlla il presente domina il futuro, ma chi controlla il passato è padrone del presente" ci ammoniva Orwell nel suo "1984"; in ogni società civile dovrebbe istituirsi, oltreché un difensore civico, un "Difensore della memoria", un contemporaneo annalista che riporti quotidianamente tutto quanto viene riferito, pronunciato pubblicamente e conservarlo a futura menzione.
Negli annali che vanno dal 70 agli inizi del '90 ( mi limito alla sola voce carcere pur sicuro che su altri argomenti il risultato sarebbe identico) troveremmo che le stesse persone hanno affermato tutto ed il suo contrario senza neppure avere la compiacenza, il pudore di chiarire i motivi dei propri ripensamenti e, magari, trarne conseguenze di responsabilità politica.
Invece nulla; semplicemente bianco laddove ieri era nero, facendo intendere che bianco era sempre stato.
Basta leggere tutte le leggi in materia penale, varate da due anni a questa parte.
Centinaia di leggi, riforme che si sovrappongono alle riforme delle riforme, un valzer sfiancante di abrogazioni, di rimandi , di articoli bis , ter e quater, i codici ridotti a una selva contorta e inestricabile di norme dove gli stessi cultori del diritto soffocano in vani tentativi di interpretazione.
Chi come noi lavora con uomini a cui deve indicazioni chiare, risposte spesso urgenti ha la sensazione di trovarsi impotente in mezzo ad un guado: si è troppo avanti per tornare indietro, ma avanti la strada si è confusa.
Bisogna mantenere la trincea, allora " Quando si muore si ha ben altro da fare che pensare alla morte...", a mezzanotte termina la giornata, un secondo dopo ne inizia un'altra.
Tutto va, insomma, il difficile è capire dove.
TERZO
“Bene non preoccuparti per questo
- continuò il generale Pecken –
limitati a passare il lavoro che ti assegno
a qualcun altro
e affidati alla fortuna.
Noi la chiamiamo delega di responsabilità.
In qualche punto,
vicino al livello più basso
di questa organizzazione che io faccio funzionare,
c’è gente che si incarica di quanto viene loro assegnato
e tutto riesce a muoversi scorrevolmente
senza troppi sforzi da parte mia.
HELLER - COMMA 22 -
Ho proprio scelto questo lavoro, non è stato un ripiego.
La criminalità esercita un fascino ambiguo sulla gente definita normale; da un lato la tentazione di uscire dagli schemi quotidiani della nostra normalità, dall'altra la identificazione e delimitazione del male genera un atteggiamento consolatorio che serve a sentirsi collocati dalla "parte giusta". Tentazione e indignazione; due atteggiamenti rispetto al mondo criminale che sembrano lontani tra loro ed invece i punti in comune sono tanti, e quanto più si cerca di fissare una linea netta tra bene e male, tanto più si avverte la rimozione, la paura di scoprire qualcosa che ci assomiglia molto più di quanto non si voglia: Mr. Hide affascina e terrorizza il mite dottor Jekill.
La ripugna della devianza suona, comunque, falsa. " A me non capiterà mai", è una speranza, una formula scaramantica ed anche un'esclamazione priva di senso, perchè se andiamo ad analizzare i nostri comportamenti quotidiani dovremmo ammettere le tante licenze che concediamo alla nostra coscienza e constatare come ognuno di noi, alla fine, viva la morale e le norme di comportamento in maniera affatto singolare.
QUARTO
LE ECCEZIONI
“Pensate vostro onore
di cui conosco la grande virtù,
se nel moto delle vostre passioni,
combinandosi,
luogo,
tempo,
voglia e
l’ardore del sangue
scorgendo prossima quella meta che tanto vi allettava,
se voi stesso non avete,
talvolta,
mancato in ciò che condannate in lui e violato la legge?”
W. Shakespeare -MISURA PER MISURA -
Percepiamo i nostri scantonamenti come innocue eccezioni e vogliamo, invece, convincerci che quella deviante sia una scelta di vita che impegni l'esistenza nella sua totalità.
Il criminale viene identificato per il reato che ha commesso, chi ruba è "il ladro", chi ammazza "l'assassino"; mancandoci prospettiva avvertiamo un'unica dimensione dell'essere umano. Se poi questi abbia interessi, sensibilità, affetti, desideri, poco importa, tutto viene inglobato dal suo essere ladro o assassino.
Ai tempi del liceo si discuteva accanitamente con l'insegnante di italiano per la sua ostinazione a definire
Ma la figura della monaca di Monza doveva essere descritta a tinte fosche perchè servisse da contraltare alla purezza di Lucia, l'immoralità dell'una esaltava le virtù dell'altra, in un vincolo simbiotico indispensabile per la loro comune esistenza.
QUINTO
“Sono venuto da te spirito del male e sovrano delle ombre.”
fece Matteo al Principe Voland.
“Hai pronunciato la tua frase
rispose Voland-
come se non ammettessi le ombre
e neppure il male.
Abbi però la bontà di riflettere sul problema seguente:
che cosa ci starebbe a fare il tuo bene
se il male non esistesse
e che aspetto avrebbe la terra
se ne sparissero le ombre proiettate dagli oggetti
e dagli uomini ?
...vi sono anche le ombre degli alberi
e degli esseri umani:
vuoi dunque scorticare tutto il globo terrestre,
portare via gli alberi
e tutto ciò che vive
per la tua fantasia di vivere la nuda luce?
Sei uno sciocco.”
BULGAKOV - IL MAESTRO E MARGHERITA -
Ero, sono affascinato dai grandi investigatori, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Maigret, il tenente Colombo, non già, o non solo, per le loro capacità deduttive, che a ben guardare presuppongono una preventiva lettura del copione, quanto per la loro partecipazione empatica al mondo criminale, la loro curiosità, la tolleranza con cui affrontano il delitto, dimostrando di intravedere quel rapporto inscindibile che esiste tra il bene ed il male.
Senza ergersi ad angeli vendicatori non hanno da combattere alcuna crociata.
Trovai, quindi, coerente iscrivermi a giurisprudenza, indirizzare il piano di studi al ramo penale e scegliere una tesi in antropologia criminale. A questo corso di studi, quasi per destino, sono legate le scelte più significative della mia vita: oltre la laurea, la specializzazione in criminologia clinica, la lettura del bando di concorso per direttore penitenziario in una edicola vicino alla fermata del bus che mi portava all'università, ed il primo tragico impatto con il mondo del terrorismo.
Il direttore della scuola di specializzazione in criminologia Alfredo Paolella, già relatore della mia tesi di laurea, rimase vittima di un agguato pochi mesi dopo aver iniziato i corsi.
Il professor Paolella incarnava quei valori che cercavo ed a cui cerco di ispirare tutt'oggi la mia condotta .
Se in Italia vi è stata, oramai bisogna parlare al passato, una legge penitenziaria vantata da tutto il mondo, e, singolarmente, criticata dallo stesso Parlamento che la votò a maggioranza assoluta, lo dobbiamo a studiosi come lui, a coloro i quali vedevano prima l'uomo e poi il criminale.
Qualche anno dopo la sua morte, già nell'amministrazione penitenziaria, mi capitò di incontrare al carcere di Bergamo uno dei suoi uccisori, un terrorista ormai dissociato.
Mi chiese se il fatto che io sapessi poteva cambiare i miei atteggiamenti nei suoi confronti.
L'ex terrorista cercava di valutare, come qualsiasi persona incarcerata, chi e quanto si frapponeva tra lui e la libertà; voleva capire se il mio giudizio sul suo attuale comportamento carcerario poteva o no essere influenzato dal reato commesso.
Paolella era stato uno dei padri della riforma penitenziaria varata nel 1975, una riforma osteggiata sanguinosamente dai terroristi che vedevano nella ristrutturazione delle carceri una delle "reti speciali poste in essere dall'Esecutivo volte a creare un sistema coerente totalitario e totalizzante del controllo sociale."
Dopo sette anni dall'omicidio l'ex terrorista dimostrava di aver cambiato idea e si augurava che i principi della riforma ("la pena deve tendere al reinserimento sociale del condannato"), fossero rispettati nei suoi confronti, nonostante il suo reato indirettamente colpiva anche me.
E' dura riuscire a rimanere democratici e garantisti quando la gente ti pesta i piedi, quando sei tu la vittima o il danneggiato di un'azione violenta.
In questo senso riesco a capire l'opinione di chi, direttamente coinvolto come vittime o danneggiato di azioni delittuose, vede con sfavore ad una pena non vendicativa, una pena che mira al reinserimento sociale dei condannati.
"Da millenni gli uomini si puniscono e da millenni si chiedono perchè lo fanno".
La legge del taglione, occhio per occhio dente per dente, non nasceva dal nulla, era imposta dalla necessità di formulare in termini giuridici l'istinto di vendetta, il desiderio di reazione al male che alberga in tutti noi, anche per evitare che le vendette, le faide tra gruppi familiari rendessero precaria ed instabile la convivenza sociale.
Alle sensibili coscienze di uomini moderni questa idea oggi sembra anacronistica e crudele, ma accettiamo di buon grado idee, quali quella retributiva, che, pur contrapponendo un equivalenza giuridica tra reato e sanzione, nascono dalla stessa matrice. E se millenni addietro la vendetta giurisdizionalizzata aveva una qualche ragione d'essere, ben più crudele appare nella nostra società un'idea retributiva che non attribuisce alcun significato alla pena se non quello di ripristinare un presunto equilibrio che il reato è venuto a turbare. E non meno crudele sembrano le parole dei grandi filosofi, quali Hegel e Kant, citate sempre a giustificazione di questa teoria.
Non ho preclusioni morali in questo campo e non credo che ne potessero avere tutti coloro che si professavano progressisti e per questo furono ammazzati dai terroristi. Erano sotto il mirino, molti di loro si sentivano condannati a morte, ma non per questo avevano cambiato atteggiamento nei confronti del riformismo. Se lo avessero fatto sarebbero stati dei cialtroni e Paolella, Minervini, Alessandrini, Tobagi non lo erano. Non credo che avrebbero potuto dirci cose diverse se avessero potuto lasciarci un testamento spirituale e il figlio di Bachelet, Giovanni, lo fece: " Voglio pregare anche per quelli che hanno ucciso il mio papà, perchè sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta...”..
Risposi che negare le idee del mio professore sarebbe stato come ammazzarlo di nuovo, e l'ex terrorista abbassò la testa.
SESTO
PIANOSA –
"
Il testo del telegramma inviato dal Ministero più che una comunicazione ufficiale suonava come un indovinello da decifrare: non sarebbe stato più semplice indicare il giorno preciso entro cui avrei dovuto assumere servizio? Giudicando con il senno di poi quel testo così contorto avrebbe dovuto indurmi in sospetto; l'amministrazione presentava il suo biglietto da visita, forse somministrava già un test di adattamento.
Riuscire a determinare la data esatta dell'immissione in servizio o non sollevare alcuna obiezione per una prova così difficoltosa dimostrava che ero pronto ad accettare qualsiasi cosa senza meravigliarmi più di nulla. Ad onor del vero alcune perplessità sul tenore di quell'invito c'erano, ma il caso volle darmi una mano a non sbagliare e a non nutrire aprioristici sospetti sulla terminologia burocratica; il telegramma era pervenuto agli inizi del mese di novembre e, quindi, il primo mese del giorno successivo era il 1 dicembre. La celerità, una tantum, delle poste sopperiva all'oscurità di altre amministrazioni statali.
C'era da stabilire solo dove mai si trovassero gli istituti penali di Pianosa.
L'assonanza con Canosa faceva pensare alle Puglie, ma un trillo di telefono mi disilluse immediatamente. Mia moglie mi invitava a munirmi di atlante dandomi alcune coordinate.
Il luogo indicato era completamente invaso dal Tirreno, salvo un piccolo puntino che non avrebbe mai potuto essere un qualcosa di abitabile. Così credevo e speravo, invece quel puntino sottoposto ad un attento esame si rivelò essere Pianosa, isola dell'arcipelago toscano,
Notizie storiche scarne e poco confortanti; denominata "L'isola del diavolo" aveva sempre attirato l'attenzione dei governanti di turno per la sua impervia dislocazione geografica: quando si rendeva opportuno allontanare qualcuno ed impedirgli di tornare alla vita civile quell'isola rappresentava la soluzione ideale.
Iniziò Augusto ad esiliarvi il nipote Agrippa su interessato suggerimento della moglie Livia che, in questo modo, abbatté l'ultimo ostacolo che si frapponeva al titolo di imperatore per il figlio Tiberio.
"Quando entrai in convalescenza Germanico era già partito e Postumo, diseredato, si trovava già sull'isola che gli era stata destinata, l'isola di Planesia, a una dozzina di leghe al largo dell'isola d'Elba, nella direzione della Corsica.
Aveva forma triangolare e il lato più lungo misurava
A memoria d'uomo era sempre stata disabitata; v'erano tuttavia alcune caverne preistoriche che poterono essere trasformate in residenza per Postumo. La visitavano d'estate i pescatori dell'Elba in cerca di aragoste.
D'ordine d'Augusto la pesca venne proibita in quei paraggi."(da "Io,Claudio" di Robert Graves).
Una bella prospettiva non c'è che dire e l'umore già compromesso da queste prime informazioni calò a quota zero quando, curiosamente, qualche giorno dopo alcuni quotidiani riportavano: "A Pianosa gli agenti di custodia si autoconsegnano per protestare l'invivibilità dell'isola".
Usciva dalle nebbie, si presentava, lanciava messaggi.
Sicurezza .
SETTIMO
PRIME SENSAZIONI
"Parten'e bastimient, p'e terre assai luntane..."
Un napoletano - dice una antica canzone - ha sempre una canzone in testa perchè " si nun canta more".
Non so gli altri milioni dei miei compaesani, a per me non si tratta di pura retorica.
Nelle mia testa aleggia di continuo una aria musicale, una sorta di colonna sonora indistinta che si accompagna ai pensieri e prende corpo al momento propizio modulandosi alle occasioni.
Palpiti amorosi, euforia e depressione, gioia e disperazione, ogni stato d'animo, ogni sfumatura di sentimento trova in un ‘refrain’, in un ritornello il giusto modo di esprimersi. Opera omnia il canzoniere della musica napoletana dove si può trovare l'intero scibile dei moti passionali.
Con mio padre e mia moglie partimmo da Napoli per raggiungere Piombino e, da lì, Pianosa. Il treno per Schaffausen parte dalla Sicilia, attraversa tutte le regioni meridionali e a Napoli è già stracolmo di persone, valigie, cartoni. Una vera e propria ‘casbah’ regionale, una torre di babele semovente servita in vagone letto.
Io non ero un emigrante, e neppure credo ve ne fossero in quel vagone, ma mi sentivo interamente calato nel personaggio: il treno che lasciava la stazione di piazza Garibaldi era il "bastimento" che mi portava lontano da casa, l'argentea scia di raggi lunari sostituita, meno romanticamente, da binari e traversine; a Roma ero già sommerso dalla commozione e dalla nostalgia. Nulla da fare, mi ripetevo: "si gir' o munno sano , si va a cerca' a fortuna , ma quand spont'a luna, luntane 'a Napule nun se po stà ".
Per quanto fosse fuori luogo e poco attinente a quell'atmosfera mangiai un panino e mi misi a dormire.
OTTAVO
L’ARRIVO A PIANOSA
Immaginatevi un arrivo alle quattro del mattino in una stazione ferroviaria la cui sala d'aspetto è grande e ospitale quanto può esserlo il vagone del treno che avete appena lasciato. Inverno inoltrato, termosifoni gelidi e neppure un bar a cui chiedere il soccorso di un cappuccino. Fuori cumuli di detriti ferrosi che si stagliano in uno scenario dove il grigio, nelle più svariate sfumature, impera uniforme e compatto cedendo un po’ di colore solo a venature rossastre lanciate in alto dagli altiforni.
Immaginatevi in attesa, anchilosato e intirizzito insieme ad un'altra decina di persone intirizzite e anchilosate quanto voi.
Immaginatevi sapendo che andrete su di un' isola definita l'isola del diavolo...
...e a un tratto vedete una grossa barca lacerare la coltre di nebbia e avvicinarsi lentamente alla banchina.
" Questa scena non mi giunge nuova."
Ed ecco verso di noi venir per nave
un vecchio bianco per antico pelo
gridando: “Guai a voi anime prave,
non ispirate mai a veder lo cielo?
I’vegno per menarvi all’altra riva
nelle tenebre eterne al caldo e al gelo.”.
Alighieri -
L'aliscafo attraccò alla banchina e ne uscì un omone barbuto e infuriato che urlava le imprecazioni più impertinenti e originali che avessi, almeno sino ad allora, mai sentito e ci invitò a imbarcarci in fretta garantendo, entro un'ora, l'arrivo a destinazione .
Dopo un'ora avevamo già lasciato alle nostre spalle l'Elba, incrociato Montecristo, intravista all'orizzonte
Chissà, forse, quest'isola ha proprio qualcosa di soprannaturale, di magico; come "l'Isola che non c'è " di Peter Pan era evocata solo dai sogni fantastici dei bambini, Pianosa compare all'improvviso, l'approdare e scoprirla è simultaneo. Immagino che il prodigio sia reso possibile dalla fede che ogni buon marinaio ripone nel suo senso di orientamento, a prescindere dalla esattezza delle carte nautiche o degli strumenti di bordo.
Chiunque l'avesse chiamata Pianosa doveva essere stato una persona molto pratica che rifuggiva a qualsiasi originalità o slancio di fantasia, anche se a sua difesa, se poi sia realmente esistita, bisogna dire che quest'isola è francamente scoraggiante e non concede nessun appiglio, nessuno stimolo alla inventiva se non la sua assoluta piattezza, questa sì caratteristica affatto particolare rispetto alle sorelle montuose dell'arcipelago toscano. Più che un'isola si potrebbe definire una vasta secca in mezzo al mare, un atollo.
L'avvilimento maggiore non era tanto dovuto alle condizioni materiali di vita che si prospettavano per gli anni a seguire, quanto il riconoscere quell'isolotto come l'antitesi esatta dei principi cardini sanciti dalla riforma penitenziaria del '75: il trattamento "rieducativo" del detenuto finalizzato al suo reinserimento sociale da perseguirsi, principalmente, attraverso contatti con la realtà esterna.
Verrebbe da chiedersi come si possa fare, altrimenti, a reinserire qualcuno in quello stesso ambiente da cui lo si esclude, ma il legislatore aveva ben ragione, sul punto, ad essere pedante, a voler sottolineare, con pignoleria, che l'impermeabilità del carcere alle sollecitazioni esterne produce danni irreversibili sul fisico e nella mente dei detenuti e fissa indelebilmente le condotte devianti.
Un concetto assolutamente rivoluzionario, una virata di 180 gradi rispetto a quei principi che avevano portato il carcere a imporsi come pena principale dell'ordinamento giudiziario sul fondamento teorico che la conversione al bene potesse nascere solo in un luogo isolato e raccolto, un luogo da cui bandire tutto ciò che della vita è interesse in modo da lasciare l'uomo di fronte solo a sé stesso e ai suoi errori .
NONO
LE PRIME PRIGIONI
All'inizio del 18° secolo la detenzione aveva ancora un ruolo modesto nel sistema sanzionatorio in uso nei vari Paesi; la permalosità del potere dominante non consentiva ad alcuno di porre in dubbio la propria legittimità affermata su basi ultraterrene. Ogni atto contrario alle regole emanate diveniva in primo luogo l'inizio di una sfida improponibile, un' offesa personale al sovrano costretto, anche suo malgrado, a dover reagire per dimostrare pubblicamente, e nella maniera più chiara possibile, il personale e assoluto dominio sulla generalità dei suoi sudditi.
La gogna, la fustigazione, l'impiccagione, la decapitazione, lo squartamento, sono pene teatralmente crudeli ed esemplari , la ‘longa manus’ del principe che si accanisce con ferocia sul corpo del condannato per martoriarlo, umiliarlo, smembrarlo sino a annullare le stesse connotazioni umane.
I supplizi sono espressione funzionale di un rapporto verticale tra autorità e cittadino tant'è che resistono a possibili "democratizzazioni " del sovrano e cedono solo alla sua caduta, al suo defenestramento, all'avanzare dei nuovi valori espressi dalla emergente classe borghese.
Le regole del diritto svincolate dalla volontà, più o meno graziosa, ma onnipotente e a volte capricciosa, del sovrano vanno a ordinare rapporti tra pari espressi in un patto che il cittadino, non più suddito, decide in piena libertà se rispettare o no, ma chi non rispetta le norme indebolisce l'organismo sociale di cui è membro provocando un danno a tutti i consociati oltreché a sé stesso; è giocoforza, quindi, che il diritto smorzi i furori dei propri istinti, si faccia convincente, divenga giusto e caritatevole, perchè la pena, come una medicina dal pessimo sapore, sia accettata dal condannato per guarire, per tornare ad essere, o diventare, utile per sé stesso e i suoi simili.
La soluzione non era, poi, molto lontana; esperienze nate con l'intento dichiarato di coniugare l'arte del punire con l'arte del guarire già esistevano:
L'isolamento dal mondo per eliminare le nefaste conseguenze di cattivi esempi, l' istruzione religiosa per conservare e migliorare la salute morale, la rigida disciplina e l'applicazione al lavoro per riguadagnare a una sana operosità sventurati e oziosi improduttivi, la sobrietà degli ambienti; caratteristiche comuni e un unico fine per due istituzioni ispirate all'ascetismo protestante olandese ed alla tradizione monastica cattolica, la cella come unità elementare della nuova architettura, indifferente a ospitare sia il punito che il penitente. "La mia mano è severa, ma i miei intenti sono benevoli ", il monito di Seneca che campeggiava all'ingresso della Rasp House di Amsterdam, sintetizza efficacemente il concetto .
I primi edifici detentivi, i moderni PENITENZIARI, sono realizzati a Filadelfia e Auburn alla fine del 1700 da appartenenti alla setta religiosa dei quaccheri, e all'opera dei confratelli emigrati oltreoceano si ispira l'inglese John Howard deciso a riformare lo squallido stato delle prigioni del vecchio continente.
Nascono in rapida successione Gloucester (1792), ove fa la sua comparsa il primo muro di cinta, Pentonville (1842) e in Italia Milano - San Vittore (1879), Brescia - Canton Mombello (1890).
Tutti gli edifici erano costruiti a pianta stellare con raggi che si dipartono da una rotonda centrale, la struttura PANOTTICA cara a Bentham, che permette un controllo costante e capillare da affidare a pochi membri della custodia.
L'isolamento era considerata la condizione preliminare per la rieducazione morale dei detenuti perchè li privava dell'appoggio degli ambienti criminali esterni e eliminava gli effetti negativi prodotti della subcultura carceraria .
"Solo quando mura di pietra e portoni di ferro avevano respinto all'esterno le tentazioni la voce della coscienza poteva far sentire la propria influenza".
"Prigionieri se fosse in mio potere toccherei i vostri sentimenti e le vostre coscienze nel vivo, aprirei i vostri cuori davanti ai vostri occhi in modo che, contemplando la disperata malvagità che vi abita, voi potreste essere colti dall'orrore del suo manifestarsi cosicchè prima che le porte della misericordia siano chiuse per sempre davanti a voi potreste ritornare al Signore vostro Dio dispiacendovi profondamente e sinceramente della vostra vita passata".
Cento anni fa così il cappellano di Pentonville nei sermoni domenicali si rivolgeva ai suoi detenuti indicando alle pecorelle smarrite la via della redenzione; un secolo dopo, ma alcuni anni prima del varo della riforma penitenziaria del 1975, il presule di Napoli Cardinale Ursi riesce a raffinare l'idea redentiva elevando, addirittura, un inno all'arresto perchè i detenuti sono coloro che sono caduti nella rete del Pescatore, cioè del Cristo...quei poveri fratelli reclusi sono i più fortunati, chiamati alla vera libertà, alla sanità cristiana. A me piace parlando dei fratelli reclusi chiamare l'istituto di pena non carcere, ma
E' molto probabile, però, che ora come allora, i detenuti, figliuol prodighi recalcitranti, non fossero granché soddisfatti, argomentando, magari, sulla non opinabile differenza esistente tra la metaforica rete del Pescatore e le più prosaiche retate della Questura: è sempre arduo convincere qualcuno che il male che gli si infligge, legittimo o meno che sia, sia destinato a suo esclusivo interesse.
I risultati restavano, comunque, deludenti, i detenuti non miglioravano affatto nei comportamenti come nella morale; erano riottosi, contestavano, tramavano in folli e disperate rivolte e una volta scarcerati continuavano a delinquere.
Il problema era, come anche dovette riconoscere lo stesso Ministro della Giustizia di Mussolini On.Rocco, che l' isolamento "anzi che essere fonte di quasi mistico raccoglimento, come un tempo si pensò, serve a rafforzare ed eccitare le tendenze antisociali del condannato, rendendone più difficile il riadattamento alla vita libera," ovvero l'assoluta impermeabilità alle sollecitazioni esterne, propria delle istituzioni totali, determinava un rafforzamento delle identità negative degli internati e il processo di adattamento si conformava non ai valori espressi in pomposi e irritanti sermoni bensì alla cultura del sistema criminale che si illudeva di combattere: da Rocambole a Vallanzasca, in pochi secoli di vita, la pena detentiva ha generato più miti negativi che esempi positivi da seguire .
La legislazione italiana di riforma del 1975 è prima di tutto una presa d'atto di questo fallimento, la constatazione onesta dei danni provocati alla comunità sociale dal carcere che restituiva alla libertà persone professionalizzate nel crimine, ben più pericolose di quando erano state arrestate.
La dichiarazione d'intenti della legge del luglio 1975 viene solennemente affermata già nel primo articolo in modo da sottolineare con chiarezza l'abbandono della vecchia ideologia: " Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo (richiamo all'art. 27 della Costituzione) che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno al reinserimento sociale degli stessi.".
Sarebbe stata logica conseguenza, però, che pur non potendo disporre di istituti con strutture adeguate quanto meno si eliminassero quelle carceri che, come Pianosa, sperdute in mezzo al mare rappresentavano quell'esempio negativo di istituzione totale che la riforma intendeva superare.
Singolare a questo proposito è il giudizio negativo che il già citato Rocco esprime sugli stabilimenti insulari: "Non esito però a manifestare in riguardo alle costruzioni carcerarie due miei propositi: il primo che si abbandoni l'antico sistema di ruire stabilimenti sugli isolotti sperduti nel mare o sulle cime di montagne, e che anzi gradualmente si trovi il modo di sgomberare gli stabilimenti che si trovano in tali condizioni...E' preferibile costruire i nuovi stabilimenti in vicinanza dei grandi centri ...".
Che dovessimo prendere lezioni dai giuristi del duce era pacifico, ma che si dovesse imparare da loro anche la logica e il buon senso...
DECIMO
LE ISOLE - PENTENZIARIO
Gli istituti insulari, e Pianosa non è l'unico a essere sopravvissuto alla riforma, rinchiudono tutti, custodi e custoditi, ma paradossalmente quelli che alla fine "stanno meglio" sono proprio i detenuti piuttosto che il personale.
Le isole sono difficilmente espugnabili, Pianosa, poi, è distante almeno
In estate, addirittura, venivano consentiti i bagni.
Rispetto ad un istituto cittadino, quindi, i "privilegi" sono tanti, già solo il fatto di non rimanere 20 ore su
Il personale, invece, si considera, e lo è a tutti gli effetti, detenuto con gli altri detenuti in un sistema di rapporti sociali rigidi e bloccati ovvero in un sistema tipico di istituzione totale.
Cessato l'orario di servizio (si fa per dire) il direttore, il maresciallo, gli agenti non rientrano nel defatigante anonimato sociale, non hanno scelte di frequentazioni diverse da quelle lavorative, si lasciano al lavoro e dopo
"Comandi dottò", "Buonasera maresciallo", "Comandi maresciallo", "Buonasera brigadiere", dal vertice agli ultimi gradi militari si stereotipizza una rigida piramide gerarchica: a meno di non essere schizofrenici ogni rapporto interpersonale e umano diviene sterile.
UNDICESIMO
PERSONAGGI POCO NOTI
“Ogni mattina, gli habitues si incontravano nel salone,
ingurgitavano il loro quarto di pinta
e facevano la passeggiata ricostituente
Durante la passeggiata pomeridiana
si incontravano con grande sfoggio (...)
dopodichè andavano a fare un giretto (...)
e di nuovo si incontravano tutti.
I signori, quindi, si ritiravano nelle sale di lettura
e si incontravano tra loro.
Se c’era uno spettacolo a teatro
si incontravano a teatro;
se c’era una serata danzante
si incontravano alla serata danzante;
se non c’era nè questo nè quella
si incontravano il giorno dopo.
Una piacevolissima routine,
con appena, forse, un tocco di monotonia.”
"Il circolo Pickwick" C.Dickens
CASTELLI
“Nonostante tutti i nemici che avevo, e in quel periodo molti avrebbero voluto farmi volentieri la pelle, circolavo per Milano senza armi. Non mi servivano: avevo nelle braccia tanta di quella forza che potevo spaccare un pilone. Un giorno fui chiamato in questura e mi dissero che avrebbero dovuto recidermi il tendine del braccio destro .
Per la sua potenza lo consideravano arma impropria."
Castelli Egidio da Milano, pluripregiudicato, praticamente, come si dice in gergo, "nato in matricola", entrato in carcere da minorenne, vi aveva stabilito fissa dimora. A quasi 50 anni ne aveva trascorsi solo tre o quattro in libertà, eppure, a sentir lui, pochi avevano da vantare una vita più avventurosa della sua.
Dalla cartella biografica risultava condannato per Omicidio commesso durante un tentativo di rapina in strada; un atto da balordo metropolitano, ma lui filtrava i suoi ricordi in chiave "Colossal Hollywoodiano" e viveva il presente reinventandosi alla luce di quello che non era mai stato.
Raccontava con impeto dilagante aggiungendo sempre nuovi particolari alle sue imprese: i colpi più famosi commessi a Milano negli anni 60 lo avevano visto come autore e gli avevano garantito un tenore di vita che faceva impallidire quello di altri celebri ladri, come Arsenio Lupin o Rocambole. Una contessa, e da perfetto gentiluomo non ne poteva fare il nome, si era invaghita di lui e, divenuta la sua protettrice durante i lunghi periodi di libertà, nottetempo veniva a trovarlo a Pianosa atterrando con il suo aereo privato.
Gli strali ironici di chi lo ascoltava non riuscivano a fiaccarne l'inventiva, anzi il contenuto altamente improbabile delle sue avventure forniva testimonianza delle difficoltà e confermava, quindi, le sue innate capacità.
Conti alla mano gli dimostravi che per realizzare quanto da lui asserito avrebbe dovuto avere, oltre il dono dell'ubiquità, qualcosa come un centinaio di anni. Lui faceva notare, imperturbabile, che tutt'al più quei calcoli davano solo dimostrazione di inizi delinquenziali particolarmente precoci.
Gli ricordavi che tra i condannati per la rapina di via Osoppo il suo nome non era menzionato. Ti guardava con aria furba e ironizzava su "quelli della questura" che non erano mai riusciti ad incastrarlo.
E se la contessa non veniva più a trovarlo era perchè troppa gente ormai sapeva delle sue avventure notturne e tutti si aspettavano da un momento all'altro di vedere atterrare l'aereo della sua donna.
In attesa del suo prossimo rientro in libertà, ma gli mancavano ancora 15 anni da scontare, si dedicava anima e corpo al lavoro; addetto alla manutenzione degli impianti elettrici e idraulici era sempre in giro per l'isola là dove una perdita d'acqua, un muro cascante necessitavano la sua presenza.
Era veramente da ammirare, non si fermava davanti a nulla: capace di trasformarti alcuni tubi arrugginiti in una fontana, da assi marce una porta e, magari, nella foga del suo lavoro, sfasciava una porta nuova realizzando delle assi inutilizzabili, ma ciò non contava, nulla riusciva a ostacolare il suo travolgente entusiasmo.
La fiducia che si era guadagnata portava a cercarlo a qualsiasi ora della notte o del giorno: il sospetto è sempre stato che di giorno architettasse quegli ingegnosi guasti che di notte accorreva a riparare .
Così, parafrasando Penelope, Castelli perpetuava il suo essere indispensabile.
DODICESIMO
Non è consigliabile vivere troppo in un'isola, tranne che non vi si sia costretti come Robinson Crusoe .
Lentamente si incrina l'equilibrio psichico, i rapporti con le persone si inaspriscono, diventano perfidi, iniziano a logorarsi e quando le stesse ciminiere dell’acciaieria di Piombino iniziano a parerti belle sei al punto di non ritorno: devi lasciare, scappare, a nuoto o in barca, non importa, ma devi farlo; è l'ultimo rantolo di umanità che ti rimane, e, se non lo cogli, l'isola ti si conforma addosso, ti assimila, ti inghiotte nel suo "blob".
Così non riflettei due volte quando mi fu proposto di essere trasferito a Nuoro, all'istituto di Bad'e Carros, punta di diamante delle carceri di massima sicurezza.
Incosciente, e in verità vanitosamente allettato, accettai, ma ebbi a pentirmi nel solo giro di qualche giorno.
Era il febbraio del 1981: da un anno circa le brigate rosse colpite da molti arresti e costrette da poco a fare i conti con il fenomeno della collaborazione, avevano intensificato le loro azioni di "annientamento" nei confronti delle istituzioni statali. Era, come avevano profetizzato in molti, il colpo di coda del fenomeno che ci aveva tenuti in scacco e paralizzato per 10 lunghi anni, ma per l'appunto dibattendosi all'impazzata dissanguato dagli arresti e dalle indagini che oramai si susseguivano coerentemente dopo l'affidamento della speciale brigata al generale Dalla Chiesa, costretti a irridere ai transfuga che avevano iniziato a collaborare con il loro nemico, più pericoloso in termini di volume di fuoco e non più minaccia con valenza politica.
Il 1980 si era concluso con la rivolta del carcere di Trani, il rapimento, incruento, del magistrato D'Urso responsabile dei trasferimenti dei detenuti e con l'uccisione, proprio il 31 dicembre, del generale Galvaligi che aveva preso il posto del generale Dalla Chiesa al coordinamento degli istituti di massima sicurezza. Il 1981 si annunciava se era possibile, ancora più cruento.
La paura è cattiva consigliera, Nuoro era troppo esposta, recente era la creazione di nuclei brigatisti in Barbagia, Pianosa era isolata, ma sicura. O almeno questa era l'impressione che ti dava.
Mi feci convocare al Ministero e parlai con il consigliere G. capo dell'ufficio I, l'ufficio che gestiva il personale civile della direzione generale degli istituti di prevenzione e pena.
Il consigliere G. era amabile, capace di grossissime ‘incazzature’, ma fondamentalmente disponibile a venirti incontro. Ahimè quello che gli faceva difetto non era il carattere o la sensibilità, quanto la memoria e quel mio primo incontro con lui assunse connotazioni in chiave surreale.
" Lei è ... (quasi avesse sulla punta della lingua il mio nome) è... – Pagano - E viene da ... (idem come sopra) – Pianosa - Come no...Pagano...Pianosa...ottimo funzionario per una delle nostre più belle colonie. Fortunato lei che abita sul mare: lo sa che anche io sono stato su di un'isola? Ero pretore a Santo Stefano...altri tempi ...altri tempi. Mi dica.
- Consigliere, io sono stato trasferito a Nuoro e...
- Nuoro ... Sardegna ... una bella città , in una splendida isola, mi è rimasta nel cuore. Sa che ogni anno ci torno in vacanza... (bussano alla porta) AVANTI... (l'usciere annuncia un'altra visita). Caro dottore mi consenta un attimo. Può aspettare cinque minuti ? Sarò subito da lei.
- Ci mancherebbe altro
Dopo qualche minuto fui fatto rientrare.
- Oh ... carissimo ( fece G.) lei è ...
- Pagano ( risposi con meno entusiasmo di prima, valutando se mi stava prendendo in giro o veramente non ricordasse)
- E viene da... ( veramente non ricordava)
- Pianosa, ma sono stato trasferito a Nuoro e volevo...
- Bella città e bell'isola... Ma che problemi ha, mi dica, mi dica
- Nulla consigliere, ero passato di qua per salutarla.
E mi recai a Nuoro.
TREDICESIMO
NUORO - CARCERE DI MASSIMA SICUREZZA
Partii definitivamente da Pianosa il giorno dopo in cui furono resi noti gli esiti del referendum sull'abrogazione dell'ergastolo.
Ero in foresteria quando la televisione annunciava che la maggioranza degli italiani riteneva legittima la pena dell'ergastolo, con me e gli altri vicedirettori, alcuni ergastolani. Poche reazioni le loro, non mi sembravano trepidare gran che per i risultati, né rimasero tramortiti (dopo) dalla prospettiva di diventare un tutt'uno con la fauna e la flora di quell'isola. Eppure erano persone capaci di tenerti lì impegnato ad ascoltare per ore la loro vita prima dell'incarcerazione e i progetti dopo l'uscita dal carcere. Forse, però, l'anelito alla libertà, dopo decenni di prigionia, era pari al timore che questa realmente si concretizzasse; parlavano sì al futuro di ciò che avrebbero fatto, ma lo intendevano come una realtà presente, non un desiderio da realizzare perchè, sono convinto, sarebbero stati impotenti nel saper gestire la libertà vera, ne sarebbero rimasti tramortiti appena messo il piede fuori l'istituto.
L'uomo libero agisce, la vita reale lo attira nel suo vortice. Non è così per il recluso. Qualunque sia il periodo della sua condanna, non potrà istintivamente ritener la sua sorte come qualcosa di definitivo. Ogni forzato sente di non essere a casa sua, gli par d'essere in visita. È sicuro che a cinquant'anni, quando avrà espiato la pena sarà giovane come lo era a trent'anni: "Vivremo ancora"!.
QUATTORDICESIMO
“A Tobol'sk ho visto prigionieri incatenati al muro
... una catena lunga un sazen,
sono incatenati per qualche tremendo delitto.
Stanno così cinque, dieci anni (...)
ognuno desidera disperatamente di finire la sua pena
(...) perchè allora uscirà
da quella cella soffocante e umida
e andrà nel cortile della prigione...
...e basta!
Non lo faranno mai più uscire dal carcere.
Qui non si tratta di buon cuore, umanità o altro, ma di semplice buon senso: quando, come ad una asta infuocata, inizia la battaglia a chi rilancia di più sull'aumento delle pene, vorrei che realmente si sapesse cosa è e come funziona il carcere, gli effetti devastanti che può avere sulle persone.
La corte, in genere composta da augusti e longevi vegliardi, ritiene che l'aver vincolato a soli tre decenni la detenzione possa far ritenere l'ergastolo non contrario al senso d'umanità.
"Suvvia - il ragionar comune del buon padre di famiglia ispira e traduce le dotte argomentazioni giuridiche - l'ergastolo non è una pena che si dà a cuor leggero, è una condanna severa, ma esemplarmente legata a brutali omicidi. E' logico, direi naturale e sacrosanto che il reo debba pagare in proporzione alla gravità del reato commesso ".
Alla fine il concetto è tutto qui, il reo DEVE PAGARE, e in maniera adeguata, il fio della sua colpa; secoli d'evoluzione umana e giuridica, pile chilometriche di tomi e pandette sembrano non essere riusciti a trovare qualcosa di meglio da opporre all'"occhio per occhio, dente per dente".
Ne è persuaso chi si professa cristiano argomentando intorno al Dio vendicatore dell'antico testamento, ne è convinto chi si rifà al pensiero di Kant e Hegel a cui dobbiamo l'elaborazione concettuale della legge del taglione per un diritto conformato alla teoria retributiva.
Al cospetto di così eminenti personaggi ogni pensiero divergente ha vita difficile, rischia di paralizzarsi intimorito dalla sua possibile eresia.
Dio, però, non ammazzò Caino, il primo omicida della storia, anzi, proibì a chiunque di farlo minacciando (anche il divino può avere le sue contraddizioni) una vendetta sette volte superiore; il richiamo al perdono, poi, è, senza equivoci, l'elemento caratterizzante dei Vangeli e della parola di Cristo. Una rilettura della Bibbia offrirebbe opportune riflessioni sull'argomento a coloro che ritengono conciliabile l'istinto vendicativo con l'essere credenti, ma anche i pensatori laici farebbero bene a riflettere di più sulla dottrina dei filosofi tedeschi e a non accettarla acriticamente.
Per Kant ed Hegel la pena non può essere comminata per ottenere uno scopo pratico, sia pure socialmente utile, ma unicamente come reazione alla commissione di un reato.
Al criminale, che nell'azione delittuosa ha esercitato il suo libero arbitrio, deve derivare una conseguenza dannosa per la sua azione perchè ciò è nella naturalità delle cose così come lo è attendersi una ricompensa per una buona azione . Anzi il subire la pena va riconosciuto come un diritto del reo perchè lo riconosce quale essere razionale, responsabile delle proprie azioni, di conseguenza la sanzione diventa imprescindibile, ineluttabile, indisponibile alla stessa autorità che l'ha comminata. Diversamente la giustizia viene lesa e " se la giustizia soccombe, non ha più alcun senso che gli uomini vivano sulla terra".
"Persino se la società civile si dissolvesse con l'accordo di tutti i suoi componenti( ad esempio, se la popolazione abitante in un'isola decidesse di dividersi e sparpagliarsi per tutto il mondo), l'ultimo omicida che si trovasse in carcere dovrebbe essere giustiziato affinché a ognuno venga inflitta la pena che merita per i suoi reati e il debito di sangue non rimanga a carico del popolo che non ha sollecitato quella punizione, in quanto questo popolo potrebbe esser considerato complice di questa offesa pubblica alla giustizia.".
Che poi tutto sia assolutamente inutile in termini pratici per la società, per le vittime del reato o per il reo, al diritto penale (spiega il filosofo contemporaneo neo-retribuzionista Mathieu) non deve importare nulla: la giustizia implica una simmetria e la sanzione ha il solo scopo di riassestare il turbamento che il reato ha provocato.
L'essenziale, per capirsi, è che alla fine i conti tornino ed è per questo che la qualità e la quantità della pena può essere indicata con precisione solo dallo "Ius talionis", il diritto della retribuzione.
L'esatta proporzione che deve instaurarsi tra offesa e reazione non consente, ad esempio, alcuna possibile omogeneità tra la vita, ancorché piena di afflizioni, e la morte; lo stesso ergastolo sarebbe, per tornare all'argomento, pena non equivalente, per i reati di sangue, rispetto alla pena capitale.
Giudicare anacronistica la dottrina dei due filosofi, sotto l'aspetto delle loro (parziali) riflessioni sul diritto, potrebbe sì apparire presuntuoso, ma è necessario farlo se non altro per smascherare chi li utilizza come alibi per giustificare ogni insensatezza attuale.
Kant ed Hegel si rifanno ad un movimento idealistico, pregevole per indagare su interrogativi a cui l'umanità da sempre cerca di fornire delle risposte, ma il diritto, come la pena, hanno poco di metafisica, sono espressione umana, soggetta alle variabili dei tempi, dei costumi e a loro va dato un senso comprensibile non astratte speculazioni.
Se è apprezzabile il monito a rispettare la dignità individuale e a non trattare l'essere umano come mezzo comminandogli punizioni esemplari per intimorire gli altri consociati, non si spiega dove e perchè risulterebbe, invece, ingiusta una pena che, ancorata alla gravità del reato e della colpevolezza del condannato, tenti di ottenere risultati positivi pratici quali la riparazione dei danni provocati dal reato, il reinserimento concreto del reo nell'ambito sociale.
Kant ed Hegel fanno parte di un mondo dove la ragione, seppure inneggiata, ancora una volta sembra incupirsi nell'asservimento alla forza, al diritto "che ha chi comanda di infliggere al sottoposto una sofferenza per il suo delitto" (Kant) e dove “solo la violenza, l'infliggere il male può annullare la violenza” (Hegel).
Ricambiare il male con il male è un concetto sinistramente affascinante e parrebbe la maniera più ovvia per ristabilire un dato equilibrio, la verità è invece che solo un'azione contraria, un'azione che annulli o riduca gli effetti del male, può essere veramente riparatoria.
"Un braccio che si rompe - osserva il cardinal Martini - non lo amputiamo subito, un occhio ammalato non ce lo caviamo, un cuore infartuato non lo strappiamo, un fegato ingrossato non lo tiriamo fuori. Al contrario ci preoccupiamo di salvare qualsiasi organo, purchè ancora vivo, del nostro corpo".
La pena detentiva è il riconoscimento della nostra sconfitta, accantoniamo degli uomini per la nostra impotenza a aiutarli a essere diversi, ipocritamente lasciamo che sia il tempo a cambiarli o ad eliminarli, facendoli vivere in una dimensione irreale che lascerà dei segni indelebili su di loro, sulle loro famiglie e sulla società, perchè il carcere è desocializzazione, è violenza, se ne alimenta, l'esalta e l'usa come giustificazione della sua stessa esistenza.
L'araba fenice del carcere ideale,un'istituzione geneticamente incapace di offrire momenti di crescita individuale, è l'illusione che non ci permette di progettare e edificare un sistema che permetta di riparare ai danni provocati dal male agire, ma anche di intervenire sulle carenze di adattamento del reo, di offrirgli la possibilità di abbandonare la condotta antisociale per assumere un atteggiamento di integrazione.
Citiamo a vanto l'avere rinunciato alle pene corporali e all'esecuzione capitale,abbiamo affermato che la pena non deve tendere a trattamenti contrari al senso d'umanità; è vero nei nostri codici non è scritto "occhio per occhio dente per dente", ma risolviamo con la detenzione il dramma dei tossicodipendenti, l'emarginazione degli immigrati, le bagattelle degli oltraggi o il furto di una mela, permettevamo che sopravvivano carceri come Pianosa, l'Asinara, splendide isole mortificate nella metafora cruda della nave dei folli. Finalmente soppressi.
QUINDICESIMO
LE CARCERI DI MASSIMA SICUREZZA
Il 26 luglio 1975, dopo una gestazione durata diversi decenni, fu varata la legge di riforma penitenziaria che sostituiva il vecchio regolamento fascista del ‘31 emanato dal ministro Rocco.
Una serie di circolari dell'allora Ministro per la giustizia Zagari illustravano la nuova normativa "...basata su maturate istanze di democrazia e di giustizia , nonché sulle acquisizioni delle scienze umane più condivise" e ci si augurava che grazie ad essa le carceri divenissero “una comunità dinamica in cui sia pure in posizione e ruoli differenti il personale e i ristretti operano congiuntamente in un clima disteso e stimolante...".
Al di là dell'enfasi usata, la normativa del '75 dava dignità ad una materia, quale quella penitenziaria tradizionalmente dimenticata, disciplinando dettagliatamente il regime carcerario e i diritti del detenuto e introducendo il principio della pena flessibile, modificabile durante il corso della esecuzione con la concessione al condannato di misure alternative alla detenzione concesse sulla base di una modificazione del comportamento del condannato intervenuto a seguito di attività trattamentali interne agli istituti penitenziari.
Credo che neppure il Ministro estensore delle circolari illustrative realmente si illudesse di ricreare un mitico eden dove il lupo e l'agnello potessero abbeverarsi insieme (seppure ci sarebbe da chiarire tra personale e detenuti chi fosse il lupo e chi l'agnello) o avviare un processo di democratizzazione interna facile e indolore, ma certamente solo pochi irriducibili scettici potevano pensare che di lì a due anni già si parlasse di riforma fallita.
Nei primi mesi del 1977 ebbe inizio una campagna stampa violentissima che, tra l'ironico e lo scandalizzato, denunciava l'eccessiva facilità con cui, grazie ai permessi o armi in pugno , si riusciva ad uscire dalle carceri definite molto più cedevoli di un formaggio svizzero.
Nello stesso periodo le BR, così come avevano minacciato, incominciavano ad alzare il tiro contro i rappresentanti dello Stato.
L'opinione pubblica incalzata emotivamente da questi fatti, riproposti, discussi, analizzati quotidianamente, reclamò ordine, sicurezza e, come di solito si fa in questi casi, fu prontamente accontentata (capiterà mai che si darà pronta risposta a richieste di lavoro, di miglioramento della qualità di vita ?).
Due leggi (12/1/77 n. 1 e 20/7/77 n. 450) riformarono l'istituto dei permessi, aggravando le limitazioni, e legandone la concessione a eccezionali circostanze o a decessi di propri congiunti, mentre un decreto varato congiuntamente da Ministero della Giustizia e degli Interni, il n. 237700 del 4/5/77, argomentando che il grave fenomeno delle evasioni pregiudicava il mantenimento dell'ordine pubblico istituiva degli istituti carcerari a "maggior indice di sicurezza" affidandone la vigilanza esterna all'arma dei carabinieri. La gestione di questi istituti veniva coordinata da un ufficiale degli stessi carabinieri, l'allora generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che aveva facoltà di proporre direttamente al governo le necessarie disposizioni per assicurare il servizio.
Nacquero in questo modo le famigerate carceri di massima sicurezza che se all'origine erano caratterizzate da un innalzamento della sorveglianza esterna, per evitare possibili evasioni, finirono come era prevedibile per adottare anche all'interno nei confronti dei ristretti un rigido regime.
Che le evasioni si fossero verificate è fatto non obiettabile, ed altrettanto incontestabile appariva il pietoso stato strutturale delle nostre prigioni, e se le carceri di massima sicurezza dovevano rappresentare solo istituti maggiormente affidabili poteva anche ritenersi uno scotto doloroso da pagarsi perchè la riforma potesse essere pienamente attuata nei rimanenti istituti, ma se le evasioni cessarono, le carceri di massima sicurezza, come era purtroppo prevedibile, diventarono una vera e propria mina vagante per tutto il circuito carcerario.
Le restrizioni, di fatto, si estesero alle stesse carceri "normali" nelle quali ci si guardò bene dall'incentivare il processo di democratizzazione offerto dalla riforma del '75 e gli stessi detenuti venivano tenuti a freno facendo pendere sulla loro testa, come spada di Damocle, lo spauracchio del passaggio "allo speciale".
Ma il paradosso, o la nemesi, volle che proprio gli istituti a maggior indice di sicurezza, nonostante la ristrettezza degli spazi e della mobilità del detenuto, fossero teatro delle più violente e sanguinose rivolte degli ultimi decenni saldando l'unitarietà di intenti tra criminalità politica e comune.
Il trattamento indifferenziato, caratterizzato da estrema durezza, a cui detenuti appartenenti alla grossa criminalità organizzata e politica furono assimilati, creò una pericolosa saldatura di interessi quantomeno tattica tra di loro, con reciproci scambi di favore interni ed esterni.
Così mentre a Nuoro i detenuti politici scatenavano una rivolta durante la quale alcuni camorristi ammazzarono due presunti delatori, ad Ascoli Cutolo, mediando con gli apparati statali, garantiva alle B.R. di portare a compimento il sequestro Cirillo e di ricavarne fondi per continuare la lotta armata.
Da parte dei terroristi non c'era neppure bisogno di sforzarsi molto nell'opera di demonizzazione dello Stato o nel dipingerlo a tinte così fosche da offrirsi come bersaglio perchè a ciò provvedevano direttamente le istituzioni.
Per "i signori del terrore " le carceri speciali dimostravano, nella loro manichea visione del mondo, la dissimulazione di quel velo democratico di cui il S.I.M., lo stato imperiale multinazionale, si era ammantato; più si estendevano le misure di sorveglianza più si accentuava la convinzione della loro pericolosità perchè l'essere oggetto di una risposta statale fatta di leggi eccezionali, apparati speciali, reparti super preparati, un generale dell'arma a loro dedicato, agiva come gratificazione del sé, ne rafforzava l'identità negativa costituita da idee di onnipotenza. In definitiva i B.R. in particolare, ma tutti coloro che erano ristretti nelle sezioni a alto indice di sicurezza, la vivevano come attenzione ufficiale del timore che ispiravano e, implicitamente, cartina di tornasole della loro pericolosità eversiva, tant'è che un terrorista rinchiuso nella sezione Fornelli dell'Asinara riferì ad un parlamentare in visita che "Più grande regalo il ministro Bonifacio non poteva farci".
Nel tentativo di isolare il terrorismo fu preferita la strada più semplice e meno dolorosa: la rimozione del problema, l'esorcismo, erigendo quelli che lo psichiatra berlinese Rasch, pensando al carcere di Stammhein, definì "Mausolei agli eroi negativi della nazione".
SEDICESIMO
L’ARRIVO A NUORO
Mi ritrovai a Nuoro il giorno dopo il fallito attentato al Papa. L'enormità del gesto sembrava oramai solo il triste epilogo di anni non a torto definiti "di piombo". Scandalizzò, atterrì, convinse che la fine del mondo era alle porte, ma penso che tutti si era convinti che quel periodo di violenza cupa non poteva risparmiare niente e nessuno.
Il terrorismo delle B.R. e dei Neo-fascisti aveva stretto l'Italia in una morsa di terrore, ci si chiedeva chi sarebbe stato il prossimo morto, se un altro politico eccellente come Moro, o l'appuntato dei Carabinieri, il magistrato progressista o l'industriale famoso quando la follia non colpiva inermi come alla stazione di Bologna. Mancava solo
Giovanni Paolo II sopravvisse, ma quello fu il momento di massima confusione per uno Stato che faticosamente stava iniziando respingere l'assedio.
Bad'e carros era un fortino di cemento costruito alla periferia di Nuoro città nel cuore della Barbagia definita ostica dagli stessi abitanti della Sardegna. Una fama di duri, "Balentes", orgogliosi della loro diversità, di risposte senza sfumature, non per arretratezza, che chissà cosa significa, ma per una schiettezza esasperata. Incapaci di mezze misure i barbaricini sono una razza non contaminata che viene direttamente da quel popolo dei nuraghi che neppure la potenza romana riuscì ad annettere.
All'ingresso di Nuoro campeggia una gigantesca scritta "Fora a Sos Italianos", non avevano in simpatia neppure i corregionali delle altre province figuriamoci gli odiosi continentali "italiani" che avevano rivolto all'Isola solo sguardi di interesse.
Ero incuriosito da quella nuova esperienza, ma non dimenticavo il momento in cui capitavo in quel bunker super - presidiato definito dai brigatisti, dopo la chiusura ufficiale dell'Asinara, Kampo d'annientamento e, quindi, nella loro linea strategica obiettivo primario. Appena tre mesi prima era stato teatro di una rivolta conclusasi con due morti e con le strutture devastate; un mese prima vi era stato assassinato, dal neo fascista Concutelli, Ermanno Buzzi il teste chiave della strage di Brescia, infine due poliziotti, all'uscita, erano stati feriti in un attentato. Come contorno, oltre l'attentato al Papa, in quel periodo le B.R. gestivano 3 sequestri contemporaneamente: Il fratello del primo pentito B.R. Patrizio Peci, Ciro Cirillo, mio paesano, consigliere regionale campano, gli ingegneri Taliercio e Sandrelli. Un mese dopo poi veniva rapito Roberto Peci il fratello del più famoso Patrizio, primo vero pentito delle formazioni eversive. Di questi solo il sequestro Sandrelli si risolse "positivamente": Peci e Taliercio furono ammazzati, Ciro Cirillo liberato dopo il pagamento di un nutrito riscatto, ma si rivelò uno delle più oscure e vergognose pagine della nostra storia, un vero e proprio patto scellerato tra organismi dello Stato e camorra con la cessione a questa del business della ricostruzione come recenti inchieste hanno finalmente accertato.
A ripercorrere con la memoria quei momenti e la permanenza a Nuoro devo, però, dire che a onta delle paure è stata un' esperienza unica, ricca di insegnamenti e che ripeterei.
La tensione che si avvertiva si stemperava parlando con i detenuti. C'era il Gotha del terrorismo, gli appartenenti al nucleo storico come Franceschini e Ognibene, i sequestratori di Moro,Bonisoli, Piccioni, i resti di Prima linea, i vecchi politicizzati come Host Fantazzini e detenuti comuni, ma di alta pericolosità come Turatello, Andraus, Barra, Faro, Maltese ecc.
Eppure quando parlavi con loro, al di là delle minacce dirette o indirette, non riuscivi a immaginarli con la pistola in mano pronti a ammazzarti. Franceschini era il più dialogante, l'intellettuale, con il senno di poi si poteva capire che era quasi al superamento delle proprie scelte, ma anche i B.R. definiti più pericolosi accettavano il dialogo seppure mai ponevano in discussione le loro idee. Certo ci voleva più che un vice direttore con poca coscienza politica per attaccarli sul loro piano ideale, ma ciò mi convinceva sempre più che lo Stato sbagliava, ammesso che era quello il suo scopo, a evitare il confronto su quel tema. Sconfiggerli, smontarli sulle loro idee politiche era questa la strada, confutare le loro contraddizioni di una lettura settoriale dei sacri testi, le loro scelte strategiche che si rivolgeva come obiettivi ai riformisti quale Alessandrini, Tartaglione, Paolella perchè questi con le loro idee davano lustro allo Stato.
Alcune volte, forte di recenti letture su Lenin, avevo tentato di eccepire l'errore sulle tesi classiche, ma il dialogo veniva troncato non da loro bensì dal personale che fiutava e si eccitava in quel clima di guerriglia.
Che differenza con
Noi avevamo i sardi e la leggenda voleva che Lilliu, l’archetipo di tutti gli agenti sardi, ricevette la corte insistente di Curcio che cercò in tutti i modi di inculcargli una minima coscienza di classe e la disubbidienza al padrone.
Lilliu ascoltò imperterrito per ore e quando Curcio, sicuro di averlo finalmente convinto, gridò “Vinceremo”, lo guardò e gli disse: "E io ti spengo il televisore.".
DICIASSETTESIMO
CARCERE DI NUORO -
Le piccole scaramucce, ma anche gli scontri duri, erano all'ordine del giorno e mentre i detenuti comuni sapevano come uscirsene dopo le proteste, i terroristi provocavano a tal punto da uscirne sempre a mal partito. A leggere la loro corrispondenza c'era da impazzire nel considerare come l'ideologia, il pensiero di condurre una guerra santa e di essere martiri offuscava il senso della realtà di alcuni di loro. La protesta dell'immondizia diveniva la guerra batteriologica che serviva a disarticolare i gangli vitali del Kampo, se gli agenti caricavano perchè non uscivano dal passeggio loro ascrivevano un'altra vittoria sull'apparato perchè come erano lesti a colpire gli agenti lo sarebbero stati a fuggire. Forse era così, sicuramente Von Clausevitz avrebbe concordato con loro, ma nella realtà, e di questo ci siamo resi conto successivamente, la loro potenza era terminata al momento di entrare in carcere.
Cercavano di sopravvivere attaccandosi al fatto di essere considerati pericolosi, rischiavano di uscirne frantumati.
"I detenuti stanno battendo...hanno buttato anche l'immondizia in sezione e si sono barricati. Cosa facciamo direttore? E' pericoloso perchè gli agenti non stanno in piedi, rischiano di scivolare. Può succedere di tutto si ricordi che una settimana fa abbiamo trovato dell'esplosivo".
“Non vi preoccupate - fece il direttore dott. Napodano - appena terminano loro iniziamo noi”.
Detto fatto si munì di un grosso campanaccio e mi invitò a entrare in sezione con lui. Non avevo capito cosa intendesse fare, e meno ancora (lo presi per matto) quando iniziò a passare nei ballatoi suonando a più non posso.
" Prima loro e poi noi".
Novello Pier Capponi restituiva ironicamente, e questo faceva andare in bestia i detenuti, il frastuono di poco prima e quando questi iniziarono a protestare ordinò di "sbarricarli" e farli pulire per terra. Alcuni lo fecero altri resistettero e aggredirono gli agenti avendone malpartito.
I corridoi erano luridi...tranne che vicino a una cella dove, depositata ordinatamente per terra, c'era una busta di cartone.
Ci avvicinammo, in maniera circospetta aprimmo quella busta e trovammo dentro delle foglie di insalata. Gli agenti non avevano ancora aperto quella cella e incuriositi aprimmo lo spioncino. Il detenuto un vecchio nappista, i Nap erano stati gli antesignani delle B.R. rapinatori convertiti alla lotta armata autori di rapimenti e rivolte nei primi anni '70, si avvicinò.
Lo conoscevo, con me era sempre stato cordiale e lo trovavo molto simpatico per quella sua aria di vecchio maestro che assiste disincantato alla degenerata applicazione delle proprie idee.
" Cosa è questo ? " gli chiese il direttore mostrandogli il sacchetto. " Dottò 'ccà nun se campa 'cchiù. Se non fai 'a protesta i brigatisti ti credono una spia, se la fai rischi di pigliare mazzate. Allora aggio mis'a munnezza (poche foglie) dint' 'a busta. 'a prutesta l'aggia fatta, però nun aggi'o spurcato cchiu 'e tant. " " Guagliò tienete 'a busta, che guardie ce parlo io".
DICIOTTESIMO
SUL FINIRE DEGLI ‘ANNI DI PIOMBO’
CRUDELTA’ ED EFFERATEZZE
I primi brigatisti avevano iniziato a collaborare con la magistratura, l'acqua in cui i fautori della guerriglia urbana trovavano la possibilità di mimetizzarsi e nuotare con sufficienti protetture si andava ritirando rendendo via via sempre più visibile il mondo, l'architettura della clandestinità, le cellule, i gruppi di fuoco i partecipanti alle imprese più sanguinose della nostra storia recente.
Ora si delineava una sconfitta della lotta armata, ma il fallimento politico aveva da tempo anticipato quello militare le masse anche grazie all'opera di contenimento esercitata dal partito comunista non avevano granché parteggiato per i neo-guerriglieri e al massimo si era arrivati al neutrale, né con le B.R. né con lo Stato. Questo significava che i delatori, collaboratori, pentiti o comunque si vogliano chiamare rappresentavano l'effetto di una disgregazione già in atto e non certo il fondamento di quella crisi.
La loro azione più famosa e logorante per lo Stato, il rapimento Moro, era stato l'apogeo della loro forza, ma anche l'inizio della fine.
All'esterno questa crisi si tradusse in una logica cieca di terrore che andava sempre più affrancandosi da motivazioni sociali. Incalzavano le c.d. “campagne di annientamento”, c'era un tentativo di spiegare, di farsi capire rispetto a una evidente involuzione del loro messaggio: lo stesso rapimento di Ciro Cirillo tentò di mutarsi nella logica delle loro prime azioni mutuando dai fratelli Tupamaros nel riscatto si chiesero anche provvidenze per la popolazione. Sta di fatto però che oramai la loro crescita nel sociale era divenuta nulla e, d'altronde, l'incalzare delle forze dell'ordine, i continui successi le sempre più frequenti collaborazioni portava il movimento che senza alcun consenso ideale rimaneva solo un sofisticato fenomeno criminoso a chiudersi sempre di più in ferree logiche compartimentali rinunciando al proselitismo di base. Paralizzati in una logica viziosa trincerati su posizioni diremmo di retroguardia uscivano allo scoperto solo con contrattacchi spietati ma sterili temendo però sempre la stanchezza di chi rimaneva e che poteva portarlo alla diserzione. Molti si auguravano l'arresto come una liberazione.
Anche nelle carceri la rotta della possibile sconfitta veniva da loro avvertita, il che li fece più accorti, più sospettosi e paranoici. Credo che ognuno di loro maturasse una scelta, ma nel frattempo si guardavano attorno, rinserravano le file, investigavano in ogni segno possibili defezioni. Gli stessi detenuti comuni, già convinti che le carceri massima sicurezza erano state una risposta dello Stato alla criminalità politica, iniziavano a prendere le distanze, riappropriandosi di quel potere di controllo che, solo per motivi tattici, sembravano aver lasciato ai politici.
"Dottò, ma a vu'i 'e brigatist ve danno fastidio?- mi chiese uno dei partecipanti all'uccisione di Turatello- Nun ve preoccupate, toglietemi dall'isolamento e ve ne ammazzo due, a vostra scelta" "Grazie, ma ‘ste cose non le faccio." " Come non detto.".
Esemplare per delineare quali fossero i veri rapporti all'interno degli istituti è l'episodio, raccontato da Patrizio Peci nel suo "Io, l'infame”, dell'omicidio di Soldati, appartenente all'organizzazione Prima Linea, avvenuto nel carcere di Cuneo. Pentitosi all'atto dell'arresto, successivamente ritrattò e fu trasferito nell'istituto di Cuneo dove chiese di rimanere in isolamento per tema di vendette. I B.R. lo avevano perdonato, ma ai detenuti comuni non andava che le logiche criminali fossero stravolte così clamorosamente: chi tradisce non è un uomo e va eliminato, meglio se nella maniera più crudele possibile a mo’ di esempio.
Loro avevano decapitato, strangolato, bastonato, accoltellato per molto meno descrivendo da Novara, a Nuoro, a Fossombrone, a San Vittore una lunga scia di sangue.
Soldati andava ammazzato senza discussioni.
Le B.R. non potevano permettersi nei confronti dei loro compagni di pena cedimenti sentimentali e assicurarono che l'esecuzione ci sarebbe stata, ma nel loro stile. L'ex prima linea fu convinto a rientrare in sezione, nei suoi confronti fu imbastito un rapido processo e gli fu annunciata la condanna a morte; divorato, forse, dai sensi di colpa del tradimento verso i suoi ideali passati e i compagni del movimento Soldati non oppose alcuna resistenza e si lasciò uccidere, sgozzare come una cane.
La citazione da Kafka, o l'analogia con le epurazioni staliniste dei traditori o presunti tali, serve a dare la dimensione di tragedia per un omicidio crudele e senza senso, un disperato tentativo per dimostrare che la legalità rivoluzionaria era al di sopra di ogni sentimento e che nelle carceri la fede per la prossima rivoluzione era più viva che mai.
L'organizzazione esterna non rimaneva con le mani in mano.
La campagna contro i delatori iniziata con l'uccisione di William Vaccher, da Prima Linea a Milano, raggiunse il suo apice con il sequestro di Roberto Peci fratello di Patrizio, il primo B.R. che iniziò a collaborare con il giudice Caselli e l'allora generale Dalla Chiesa.
"Ai traditori di ieri, di oggi e di domani rammentiamo che tradire la rivoluzione vuol dire essere annientati prima o poi dalla rivoluzione. Ogni traditore è un ricercato a vita dal movimento rivoluzionario."
Nel comunicato n. 3 (20 giugno 1981) della campagna Peci il respiro politico è corto, si garantisce l'annientamento per chi tradisce.
Il fratello di Peci fu condannato a morte subordinando l'esecuzione al pronunciamento delle c.d. “brigate di Kampo”, gli organismi che dovevano mantenere alta all'interno degli istituti la coscienza del proletariato: a Nuoro tentammo di ottenere una parola contraria a una esecuzione che si palesava nella maniera più classica come una spietata parodia della giustizia. I brigatisti a cui chiedemmo di pronunciarsi contro l'esecuzione sembravano imbarazzati, non credo pensassero, così come l'uccisione di Aldo Moro, che quella azione avesse un qualcosa di morale, seppure in relazione alla morale del proletariato, ed ebbi l'impressione che non condividessero l'impostazione disperata di quella campagna, ma risposero che la cosa non poteva interessarli.
Nonostante che altre carceri si erano espresse per la "sospensione " della condanna, e per un atto di clemenza Roberto Peci fu ammazzato 54 gg. dopo. La sua fucilazione, il 10 luglio 1981, fu registrata in video cassetta.
L'epilogo delle B.R. doveva avvenire pochi mesi dopo.
Stremati da defezioni, oramai completamente lontane dal sentire comune, quasi ultimi samurai, in discesa anche sotto l'aspetto militare dopo l'affidamento dello speciale nucleo al generale della Chiesa e, in carcere, un'applicazione rigida dell'art.90, un norma della riforma che permetteva di sospendere per un determinato periodo alcuni istituti all'interno delle carceri, le B.R. tentarono un colpo clamoroso: sequestrare un generale americano.
Il generale Dozier, di stanza alla Nato di Verona, fu sequestrato nel gennaio del 1982. Dopo il sequestro di Moro era questo il colpo più grosso che i terroristi riuscivano a mettere a segno portato a termine da quello Antonio Savasta che dopo l'arresto di Mario Moretti sembrava aver rinsaldato le esigue fila della lotta armata.
Nelle carceri il rapimento portò a repentini imbaldanzimenti, i detenuti politici ritornarono a sperare. Se il sequestro fosse andato a buon fine, per loro ovviamente, avrebbero potuto rinsaldare le fila con nuovi adepti, bloccare le emorragie dei collaboratori, magari dare una svolta europeista alla loro lotta.
Se il sequestro fosse riuscito, se...
L'operazione si concluse con il "de profundis" della lotta armata: la polizia scoprì il nascondiglio, liberò il generale e arrestò coloro che lo tenevano prigioniero. Si disse che un tossicodipendente, fratello di un BR, mise la polizia sulla traccia buona, altri dissero che l'America non poteva ammettere che si rapisse un suo ufficiale. Comunque sia la verità, che come è risaputo in Italia verrà rivelata in forma distorta non prima di 50 anni, sta di fatto che era il primo covo "caldo" ovvero ancora abitato che dall'avvento della lotta armata le forze dell'ordine avevano individuato ed erano i primi BR arrestati mentre era in corso un rapimento.
Uno shock terribile, era finita anche l'ultima leggenda, il mito della impenetrabilità urbana con le beffe di via Gradoli o dello stesso trasporto del corpo di Moro tra Botteghe oscure e Piazza del Gesù in una Roma super - presidiata. Inoltre alcuni BR tra cui Savasta appena portati in caserma iniziarono a collaborare.
Il giorno del blitz della polizia nel covo ove era tenuto Dozier nessun brigatista scese all'aria, qualcuno mormorava "E' finita", noi facevamo festa, si intravedeva finalmente dopo anni uno spiraglio di luce, quella che fu definita la lunga notte della Repubblica stava per terminare.
Qualche tempo dopo gli stessi irriducibili di Nuoro si arrendevano iniziando uno sciopero della fame, mediato dal Vescovo di Nuoro, con cui chiedevano che lo Stato rivedesse la loro posizione. I signori del terrore, i prigionieri politici, quelli che cancellavano il ‘prega’ sulle domandine, si riconoscevano sconfitti e lanciavano un messaggio allo Stato per riprendere il dialogo. Trovarono persone intelligenti e disposte quali il Ministro di Grazia e Giustizia Martinazzoli e il Direttore generale Amato disponibili a accogliere il dialogo e furono istituite le cosiddette sezioni omogenee.
DICIANNOVESIMO
ANALISI DEL TERRORISMO
L'analisi sul terrorismo fatta in maniera retrospettiva fa apparire chiaro che, nonostante l'altissimo numero dei B.R. e dei loro fiancheggiatori, questi non avevano alcuna possibilità di svellere il potere statale. Bloccati politicamente dalla alleanza storica di D.C. e P.C.I. (il partito che non mostrò mai alcun cedimento nei confronti della linea di fermezza scelta dallo Stato), avulsi, dopo i primi tempi in cui colpendo i quadri direttivi erano sembrati novelli Robin Hood, da ogni favore della società, erano temibili solo per lo scegliere obiettivi selezionati. La stessa adesione tattica che la mala classica operò non poteva valere più di tanto e non poteva concludersi se non con la sconfitta dei politici: essi lottavano contro uno Stato ingiusto, da abbattere e non da riformare, la criminalità organizzata aveva,invece, bisogno di uno Stato, meglio se con molti confini di illiceità. Il potere mafioso non può prescindere dall'organizzazione statale, v'è attaccata come un saprofita, teoricamente non potrebbe fare a meno neppure della repressione perchè questa riconosce, riconferma e se vogliamo seleziona i capi.
Il risultato di 10 anni di terrorismo non fu come alcuni dicono, almeno per quanto concerne il solo terrorismo rosso, che vi fu complicità dello Stato per singoli obiettivi, ma l'ingigantimento del fenomeno, dedicare solo a loro energie e apparati, oggi pare pacifico.
Nel frattempo cresceva il malaffare, Di Pietro era ancora di là a venire, la criminalità invadeva di droga il Paese e si apprestava a riversare gli introiti del narcotraffico negli appalti pubblici. La situazione della Campania, della Calabria e della Sicilia parlava da sola: in queste regioni non c'è mai stata l'ombra di organizzazioni terroristiche salvo che in Campania, ma dovette pagare un ben caro dazio, riconoscere il potere della camorra e della stella nascente Raffaele Cutolo.
Dalla sua cella di Ascoli e in 20 anni di galera, Cutolo aveva creato un impero criminale radicato nella realtà sociale riguadagnando quell'onore carismatico della vecchia camorra che andava a braccetto con il potere costituito. Era tanto forte allora Cutolo e dirompente nella sua azione da poter sfidare anche la mafia sul territorio, e gli altri gruppi camorristici si dovettero coalizzare nella "nuova famiglia" vera e propria nazionale del crimine, e nelle carceri permettendosi di utilizzare motivi e uomini i più disparati possibili per fare ammazzare uomini di spicco e ritenuti intoccabili, come Francis Turatello.
Conoscevo Turatello dai tempi di Pianosa era il classico malvivente, intelligente e di buone maniere, autore di rapine esteriormente gentiluomo. Malvivente di vecchio stampo uno che comunque rischiava di suo, si diceva figlio di Frank tre dita. Diceva di non aver mai ammazzato nessuno, almeno direttamente perchè nel suo genere di affari non si possono avere eccessivi scrupoli ed è sempre meglio colpire per primi.
Turatello in carcere, tratto caratteristico della vecchia mala, era elemento calmierante, non chiedeva nulla che sapesse di non potesse ottenere, era sempre estremamente gentile e se poteva interveniva anche come mediatore. Si riteneva detentore di un carisma talmente elevato da potersi permettere di parlare con gli altri: lo dimostrò a Novara quando durante una rivolta intervenne per ottenere il rilascio degli agenti presi in ostaggio da Vallanzasca e Andraus, pur non trovandoli eccessivamente simpatici parlò con i brigatisti per la liberazione di Peci, salvò un suo vecchio appartenente alla sua banda da un omicidio che si doveva commettere a Nuoro.
Troppo ascendente, troppi gli dovevano qualcosa, troppi pensavano a lui come un impedimento per espandersi.
Certo le sue smanie di grandezza pesarono non poco su chi si decise a fungere da strumento per ammazzarlo, ma alla fine più della personale simpatia credo abbiano pesato le mire imprenditoriali milanesi dell'astro nascente Cutolo.
Il 17 agosto 1981 mentre mi accingevo a mettermi a tavola suonò l'allarme.
Corsi giù e andai verso le sezioni già in rotonda mi dissero che stavano ammazzando Turatello. Arrivato al cortile di passeggio con alcuni agenti rimanemmo impietriti.
Un detenuto fermo ai cancelli ci disse che era inutile entrare perchè oramai era tutto finito. Turatello era a terra, riverso a faccia in giù, quattro detenuti si accanivano su di lui, continuavano a pugnalarlo in un inutile massacro dato che era evidente che era già morto.
Un rituale, forse, un capo non poteva morire che così, con ferocia e disprezzo, facendone scempio del corpo.
L'atto finale, lo scannamento, fu l'ormai inutile colpo di grazia; quello che sembrava un balletto demoniaco, quattro infuriati lordi di sangue che si accanivano intorno a una carcassa, quasi come cani che si contendevano il banchetto, si fermò di colpo. I quattro lanciarono via qualcosa, un coltello, alzarono le mani per far capire che non avevano nulla contro la custodia e andarono sotto l'acqua per sciacquarsi sino a che non li facemmo uscire per portarli in isolamento.
Anni dopo uno degli esecutori mi spiegò perchè pur essendo, o parendolo, un amico di Turatello partecipò all'omicidio. Lui era uno di quelli che doveva ammazzare il detenuto che a Nuoro fu salvato da Turatello che indirizzando a un altro carcere una missiva, pur sapendo che era sotto censura ci fece capire cosa e chi tramava.
Ciò aveva indirettamente messo nei pasticci chi doveva eseguire materialmente l'omicidio. Semplice sopravvivenza, colpire per primo, Turatello aveva dimostrato su sé stesso la verità di quanto asseriva.
Come è solito in questi casi, l'omicidio Turatello portò delle conseguenze sanguinose immediate all'esterno. Ci fu un assestamento malavitoso caratterizzato da una campagna rapida di omicidi, ma se lo scopo era quello di sfondare e di piazzarsi al suo posto nella piazza di Milano da parte della NCO di Cutolo non solo non riuscì, ma fu una mossa che ben presto dovette pagare, quasi una nemesi, con lo smantellamento della propria organizzazione e con un rapido declino della propria fortuna personale: i suoi fidi, Pasquale Barra, Salvatore Maltese, Pasquale d'Amico, poco tempo dopo scelsero la strada della collaborazione, mentre lui, il capo, "il professore" fu trasferito nell’aprile del 1992, per diretto interessamento dell'allora Presidente della Repubblica Pertini, all'Asinara dove fu riaperto espressamente per lui la sezione Fornelli già destinata a suo tempo alle BR.
Nell’ascesa di Cutolo ai vertici della malavita organizzato l’apparato statale ha grossissime responsabilità non solo dirette, come ha spiegato il giudice nella sua requisitoria per il famoso caso Cirillo, ma anche.
Chissà quanto persone come Cutolo debbono gratitudine agli apparati statali per essere assurti in alcuni periodi veri e propri centri di potere alternativo. Non parlo delle strategie poste in essere dai servizi segreti (deviati o no) che nel caso di Cutolo sono notorie, ma proprio di crescita di immagine, affermazione nell’immaginario collettivo di unico potere, quello vero perchè l’altro, quello pubblico è aleatorio, si apparenta ad un concetto metafisico, come nella caverna Platone mostra di sé solo simulacri di esistenza. Decenni di questa situazione hanno fiaccato un popolo che pure nel codice genetico aveva la tolleranza, trasformandola in rassegnazione, istituzionalizzando quella disperata arte di arrangiarsi venduta come magistrale manifestazione folcloristica da chi ha interesse a descrivere Napoli e i napoletani eternamente uguali a sé stessi furbi e malandrini, truffatori, ma tanto tanto simpatici.
Cosa ci sia da ridere poi nei servizi che non funzionano ?
VENTESIMO
L’ASINARA - DON RAFFALE CUTOLO
Trovare funzionari per l'Asinara non era facile.
Di quell'isola si diceva tutto il male possibile: carcere di massima sicurezza della prima ora era stata teatro di una violenta rivolta delle brigate rosse, agli inizi del 1979, il precedente direttore era stato arrestato per corruzione, la sezione speciale chiusa sotto il ricatto terroristico dell'uccisione di un magistrato della nostra amministrazione, e, alla fine riaperta per accogliervi ‘don Raffaele Cutolo’ fondatore della Nuova Camorra Organizzata dopo che il presidente della Repubblica aveva pubblicamente sollevato lo scandalo di una sua permanenza a Ascoli.
Tutte validissime ragioni per evitare di andarci, tutti motivi che consigliavano a una persona ragionevole di non impelagarsi in una situazione che a fronte di troppi rischi non proponeva nessun vantaggio. Fui corteggiato e lusingato dai vertici della nostra direzione generale. Il direttore generale, il direttore dell'ufficio I, il già menzionato consigliere mi indicarono come uno dei pochi funzionari che poteva reggere l'Asinara, non era vero, ma avevo solo 27 anni, avevo deciso di fare il direttore di carcere e l'Asinara era troppo importante, troppo bella, per non tentare troppo il mio orgoglio e alla fine accettai.
L'Asinara è stata creata apposta per generare sentimenti di grandezza, di onnipotenza. La suggestiva malia, propria di tutte le isole, si esaltava nei
Flora e fauna garantite da un sistema di sicurezza indiretto, per loro, che vedeva la simultanea partecipazione di agenti di custodia, polizia, carabinieri e, competenza per materia, capitaneria di porto incantavano perfino un osservatore dall'occhio non avvezzo ammirato nei mufloni che intravedevi tra le siepi, i trampolieri che si riposavano nelle spiagge prima di ripartire per i siti del sud, gli asinelli bianchi pericolosamente ipnotizzati, di notte, dai fari della Jeep.
Un pescatore, poi, avrebbe schiumato rabbia nel vedere quanti e quali pesci risalivano quasi a pelo d'acqua irridenti della tua impotenza.
Una delle principali occupazioni dell'Asinara, come per tutte le colonie, non è data dal controllo sui detenuti, dall'applicazione di normativa penale o penitenziaria, ma da attività più complesse quali agraria, pastorizia, allevamento di bestiame. Per un laureato in legge d'estrazione cittadina è sorprendente scoprire che l'orzo, oltreché povero surrogato del caffè, può esser utilizzato anche come foraggio oppure che ogni pecora, così come le persone, è perfettamente riconoscibile da occhi esperti.
Molti si chiedono come mai nonostante la ricchezza dei terreni, le potenzialità economiche e di mano d'opera le colonie invece di portare all'erario introiti economici rappresentino una voragine che inghiotte miliardi.
Le produzioni carcerarie, ad onta delle premesse che possono leggersi in filigrana alla normativa penitenziaria, hanno poco di rieducativo e, quindi, non si riferiscono al libero mercato quanto al solo aspetto gestionale dell'istituzione; le centinaia di miliardi che l'amministrazione iscrive nei capitoli di spesa alla voce "attività lavorative" non realizzano rese produttive economiche o sociali limitandosi a supportare attività meramente assistenziali.
Gli impianti delle colonie, che 60 anni fa erano l'orgoglio della nazione fascista e come tali erano presentati, sono obsoleti, mancano studi adeguati sulla fattibilità, i detenuti non scontano più lunghe pene, pochi oramai provengono da ambienti rurali, c'è sempre in agguato un'amnistia che ti sconvolge i piani, il direttore di una colonia penale guarda ai provvedimenti clemenziali con lo stesso patema d'animo con cui il contadino temeva la carestia.
Alla fine, conti alla mano, una forma di formaggio tra mercedi ai detenuti, latte versato, pezzi andati a male costa al contribuente tre volte una normale e non potendola presentare al mercato come il plus-ultra dei formaggi, sei costretto a venderla a prezzo inferiore.
Potrebbe essere utile in una situazione del genere, almeno, una mentalità imprenditoriale del ministero, e invece tra cavilli, formalità, prassi ti ritrovi che anche per comprare un toro per la riproduzione è necessario acquisire "I tre preventivi di rito, visto di congruità da parte dell' apposito ufficio a completamento della regolarità dell'acquisto".
Ho avuto l'onore di partecipare a una gara del genere e alla "Fiera di Oristano", comprammo un toro, con tanto di garanzia: sarà che per lo Stato il guadagno è dato dal risparmio o che la natura si sia ribellata alla contabilità generale dello Stato, fatto sta molti di noi dopo alcuni mesi di mancata socializzazione tra mucche e tori nutrimmo dubbi sulla sua virilità. Sconosco se in seguito, dopo il mio trasferimento, la bestia sia riuscito a riguadagnare quell'onore attestato dal certificato d'acquisto. La permanenza all'Asinara fu breve.
Sono un napoletano difettoso, non pentito, non dissociato, ma difettoso; mi mancano (e non me ne vanto) almeno due o tre dei luoghi comuni correnti sulla napoletanità per essere omologato allo stereotipo.
Bevo caffé senza enfasi (e a volte l'ho tradito con l'orzo), mi alimento anche di generi diversi dalla pizza non disdegnando financo la polenta, e non vado in deliquio per il mare, o, meglio, il mare fuori del suo aspetto folcloristico sposato all'erta vesuviana a completare il più bel golfo del mondo, non mi genera entusiasmi.
Se avevo accettato il trasferimento oltremare, in Sardegna (che a rigor di logica può essere considerata l'altra sponda del golfo di Napoli), era troppo doversene sorbire due per arrivare all'Asinara.
Onore alla bellezza da cui ero stato tentato, ma a cui non avevo ceduto e decisi, allora, di andare via e richiedere il trasferimento sulla terra ferma imbattendomi di nuovo con il consigliere G.
-Carissimo dottor Pagano, capisco perfettamente le sue esigenze, ma oggi non saprei dove mandarla...Voi giovani sempre la smania di precorrere i tempi.
-Consigliè guardi che Lei mi ha mandato a reggere l'Asinara, a 28 anni, quindi...
- Ha ragione anche Lei, ma sa. Mi faccia pensare; ci sarebbero Imperia e Savona che stanno per liberarsi..
- A volo ci vado.
-...però se vuole andare a Pianosa
- Consigliè ci sono già stato a Pianosa, ci tornerei, seppure già sono in un'isola, ma non posso, ho problemi familiari.
- Va bene, ho capito, mi telefoni tra una settimana.
Telefonai una settimana dopo.
- Ma sa, non si è liberata alcuna sede,...per Imperia bisogna ancora aspettare...Mi telefoni tra una settimana, però...se vuole andare a Pianosa...
La settimana dopo e l'altra ancora il discorso fu sostanzialmente, non ricordo bene forse anche formalmente, identico.
"...se, però, vuole andare a Pianosa."
- Va bene consigliere, se mi dà precise garanzie ci vado a Pianosa. Le chiedo solo di fissare un limite di permanenza di due anni e che il trasferimento avvenga subito.-
- Stia tranquillo - ribatté il Consigliere - domani stesso ne parlo con il direttore generale e la prossima settimana Lei sarà a Pianosa.-
Il consigliere fu di parola e dopo una settimana fui trasferito. A Piacenza !
VENTIDUESIMO
PIACENZA - POI BRESCIA
Piacenza è stata una tappa vorrei dire insignificante nei miei, tormentati, giri. Un istituto in cui mi sono sentito sempre come un precario per la contestuale presenza del precedente direttore che non voleva lasciare la sede. I miei tentativi di conciliazione non sortivano alcun effetto, non riuscivo a fargli capire, lui era stato trasferito a Brescia, che a me importava nulla essere a Piacenza o a Brescia, dovevo essere trasferito a Pianosa, figuriamoci, volevo solo una sede ove poter rimanere qualche anno, senza girovagare come uno zingaro.
La situazione, grazie all'intervento del direttore generale Amato, si concluse tre mesi dopo, nel frattempo, così come amavo rispondere a chiunque me lo chiedesse, mi sentivo precariamente stabile in quella sede, rischiando, però, di rimanere a vita stabilmente precario.
Al periodo piacentino è legata quella che ritengo la gaffe più clamorosa mai commessa da operatore penitenziario, la dimostrazione inequivocabile di come il tuo "particulare", le tue paranoie ti facciano perdere il senso del reale, e a chi ti indica il cielo con un dito rispondi che ha un unghia mal curata.
Nel 1983 si stava completando la strategia processuale contro
Era stato arrestato l'erede della dinastia economica e vari amministratori tra cui il responsabile diretto Tassan Din il quale fu portato a Piacenza e, come da disposizione, tenuto in stretto isolamento.
Non era un detenuto come un altro, Tangentopoli era ancora di là a venire, era uno dei primi "colletti bianchi" che vedevo, abituato a un tenore di vita che di sicuro un carcere, e segnatamente l'istituto di Piacenza, non poteva garantirgli, per cui Tassan Din viveva in stretto isolamento, nessuno oltreché il personale poteva parlargli, non aveva un soldo sul proprio conto corrente. Ciò significava che o mangiava quello che gli passava l'amministrazione oppure digiunava e il suo progressivo dimagrimento mi induceva a ritenere valida la seconda ipotesi.
Senonché... un giorno sul settimanale Panorama comparirono alcune fotografie di Tassan Din al cortile di passeggio, scattate con teleobiettivo dalle finestre dei palazzi affacciati, quasi, nell'istituto; nel commento, l'articolista diceva che al Tassan Din, privilegiato come al solito, il cappellano portava prosciutto e mozzarella da fuori \perchè questi non voleva mangiare alla mensa del carcere.
Non era vero niente, ma la notizia innervosiva se non altro per l'ennesimo luogo comune che si raccontava sul carcere.
Alcuni giorni dopo mi telefonò il magistrato milanese titolare dell'inchiesta sul Banco. Il Giudice era particolarmente inquietato, mi invitava a controlli più solerti per "evitare qualsiasi sgradita sorpresa.". Nella mia, beata, ingenuità mi sentivo vittima innocente di un'azione calunniosa del giornalista di Panorama, ma ero anche funzionario pubblico, solerte e zelante, e se pur capivo il risentimento del magistrato dovevo salvaguardare se non la mia, l'innocenza della struttura. E come una matrona romana che si erge orgogliosa in sua difesa al cospetto del marito che ingiustamente l'ha accusata di tradimento risposi che non era vero niente, Tassan Din era trattato come qualsiasi altro detenuto: potevo giurare sul mio onore che mozzarelle non ne erano entrate.
Sentii un silenzio dall'altra parte, dovevo averlo colpito con le mie attestazioni; poi, degli inspiegabili epiteti sulla amministrazione penitenziaria e i suoi funzionari precedettero una brutta incazzatura: " Non so a quali mozzarelle Lei si riferisca, stamattina da un carcere svizzero è evaso Gelli, cerchiamo di evitare il bis con Tassan Din. ".
VENTITREESIMO
ENZO TORTORA
“Qualcuno doveva aver calunniato il procuratore Joseph K
poichè, senza che avesse fatto alcunchè di male,
una mattina venne arrestato”
"Il Processo" Kafka
La mattina del diciotto giugno 1986 tutti i giornali pubblicano in prima pagina la notizia che il famoso presentatore della Rai Tv, Enzo Tortora era stato arrestato dalla Procura della repubblica di Napoli perchè sospettato di essere un affiliato della Nuova Camorra, l’organizzazione Cutoliana.
Un arresto avvenuto in diretta, grazie alla presenza di cameramen e fotografi avvertiti da qualche provvidenziale anonimo.
Tortora insieme ad altre 856 persone (un BLITZ da Record - titolava
Uno dei suoi accusatori era una mia vecchia “conoscenza”, Pasquale Barra, detto “Alias”, uno degli assassini di Francis Turatello, il killer camorrista più scenograficamente truculento, quello che, se i brigatisti davano fastidio, io lo avessi tolto dall’isolamento e ne avrebbe ammazzati due, a scelta.
L’Italia non perse l’occasione di rinverdire la tradizione delle epiche sfide tra fazioni e sulla scia delle battaglie già combattute da Guelfi e Ghibellini, dai tifosi di Bartali contro quelli di Coppi (o viceversa), si divise immediatamente tra “innocentisti “ e “colpevolisti”. Così, senza cognizione di causa, “a prescindere” avrebbe detto Totò, giusto per prendere posizione, partecipare portando, però, il carico delle proprie opinioni personali, politiche e, perchè no, estetiche: la leziosità snob del presentatore per alcuni era sicura prova della sua innocenza visti i truculenti riti di affiliazione a cui gli aspiranti - camorristi dovevano assoggettarsi; come poteva, infatti, immaginarsi un Tortora, con la sua scettica ironia, intento a pungersi un dito per gemellare il suo sangue con un malfattore. Come avrebbe potuto farlo l’inventore di Portobello che aveva ospitato in trasmissione strampalati inventori che per eliminare la nebbia in val Padana suggerivano di creare un enorme corrente d’aria tagliando le Alpi o costruendo enormi ventilatori?
D’altronde, però, la sua antipatia, il suo snobismo distaccato ben potevano, all’inverso, valere quali indizi di colpevolezza perchè mostravano personalità subdola e cinica, così come il vizio di strofinarsi continuamente le mani alla maniera di Uriah Heep l’untuoso personaggio del David Copperfield che, non a caso, finì il suo tempo in galera: siamo o no il paese che ha dato i natali a Cesare Lombroso inventore della antropologia criminale?
Innocente o colpevole, onere della prova, arresti spettacolo, credibilità dei pentiti, carcerazione preventiva, argomenti che, negli anni a venire, avrebbero tenuto banco quotidianamente generando conflitti istituzionali, cambiamenti politici, revisioni legislative, argomenti basilari in uno stato definito di diritto e ispirato a valori democratici.
La discussione, però, anche in persone non profane, difficilmente riusciva ad astrarsi da un’atmosfera salottiera, a volte burrascosamente accentuata, ma priva di qualsiasi valore reale. L’impressione è che le questioni di principio non fossero affrontate in quanto tali, con la speranza che divenissero patrimonio genetico del cittadino italiano, ma solo riferite al caso contingente. In breve: lo scalpore ed il sottile ignobile piacere che alberga in noi tutti, di vedere il potente di turno, nel caso specifico, Tortora in manette era superiore all’affermare che, per principio, nessun uomo, salvo casi eccezionali, avrebbe dovuto essere esposto alla pubblicità dell’arresto, o che la presunzione d’innocenza va salvaguardata sino a prova contraria (vedere quanto è scritto nell’onere della prova).
Ciò significa che per anni termini quali legittimità, garantismo, tutela dei diritti, garanzie per l’imputato e per la difesa non vengono citati né frequentati, e non solo dal cittadino comune. Improvvisamente, poi, il revival perchè arrestano Valpreda, o Tortora o perchè un oscuro PM di Milano arresta un boiardo del partito socialista dando vita a ”tangentopoli”, calvario e crocifissione di intere generazioni di politici. Ecco allora chi vi si imbatte rivendicare quelle garanzie prima dimenticate, o addirittura calpestate, e la gente a fare il tifo, contendere per gli uni o per gli altri come ubriachi. Niente male, si potrebbe dire a bassa voce, se non fosse che questi rigurgiti di diritto, come tutti i rigurgiti prova di mal digestione, porta a cambiamenti costretti, a toppe in un impianto di sistema giuridico già di per sé dissestato. Alla fine l’ondata di diritto passa e restano i guai.
In maniera più colta e articolata furono queste le argomentazioni che Stefano Rodotà rivolse a degli intellettuali, firmatari di un appello in difesa di Tortora apparso sulla Repubblica del 2 agosto: ”E se fosse innocente ?”.
“Mi permetto, però, di rivolgere a mia volta un appello agli illustri firmatari di quella richiesta, molti dei quali appaiono come tardivi , ma benvenuti neofiti della schiera di coloro che hanno a cuore la sorte delle liberà in questo paese” invitando quegli stessi firmatari a USARE “CON CONTINUITA’ delle vostre firme e della vostra influenza per favorire una politica del diritto più rispettosa delle libertà dei cittadini...perchè il caso Tortora non è un accidente né eccezione ma oramai un caso di fenomenologia giudiziaria consolidata.”.(Repubblica, 7 agosto 1983).
La domanda cioè su Tortora era, mal posta: colpevole o innocente avrebbe potuto definirlo solo un giudice e peraltro, cosciente dei propri limiti e della giustizia da lui rappresentata, limitarsi a dire che quella era una giustizia relativa al processo. Il problema vero era se quanto i pentiti asserivano e ritenuto vero dal procuratore della repubblica, accusatore di turno, era dimostrabile, se v’erano delle prove che potevano essere credibili e superare il vaglio dell’esame dibattimentale.
Il cittadino comune può anche pensare che se la giustizia ti ha preso di mira qualcosa di sicuro hai commesso, lo credeva il procuratore K., l’ebraismo di Kafka, e i suoi interpreti, ma non è dato al PM ritenere quale prova che dieci pentiti hanno accusato Tortora e chiedersi ” Perchè lo avrebbero accusato se fosse stato innocente ?.” Due, tre pentiti non valgono di più in termini di prova di un pentito che porta anche a riscontri oggettivi, e il ragionamento tautologico per cui il PM chiede all’imputato di dimostrare la sua innocenza è errato: l’accusa dimostra la colpevolezza su quelle basi, io dimostro o tento farlo la mia innocenza. Come posso dire perchè dieci persone mi accusano ? Dove sono i riscontri?
Anche da un punto di vista fattuale: il pittore che accusava Tortora diceva di aver visto scambi di polvere bianca con soldi. Al di là della moralità del teste lo scambio vale come indizio se non si sa cosa fosse quella polvere, se non vi è stata quantificazione del principio attivo ecc.
Certo è pur vero che se si aspettasse di trovare l’imputato con le mani nel sacco quasi tutti verrebbero assolti, ma il principio del ‘favor rei’, dell’onere della prova, degli indizi non può essere distolto per ragione di patria, perchè sono mafiosi. Giusto per seguire ancora il discorso di Rodotà: la difesa della libertà personale è davvero indivisibile ? Se si ritiene che vi siano violazioni di diritti fondamentali bisogna muoversi in ogni caso, anche se i nostri vicini ci sono antipatici ? Se l’accusato è un mafioso o un avversario politico diremmo noi: principi son tutto, specie quelli costituzionali. Troppe volte in Italia son venuti meno e le spallate successive hanno lentamente portato a una relatività del diritto, ad un ‘far west’, ad un’anarchia delle norme che scoppierà dopo i fasti di Tangentopoli.
Ma questo è un altro capitolo.
Tortora, definito “cinico venditore di morte”, fu condannato a dieci anni in primo grado nel settembre 1985 ed i suoi accusatori, contro il rabbioso schiumare di Pannella, furono eletti al CSM.
Esattamente un anno dopo la corte d’appello ribaltò quella condanna e lo assolse per non avere commesso il fatto. Dei 194 imputati rimasti in processo con Tortora uscirono liberi altre 114 persone tra cui Califano.
Il 17 maggio 1988 Tortora morì.
VENTIQUATTRESIMO
DI NUOVO VALIGE - BRESCIA
Stanco di questa situazione di instabilità relativa decisi di saltare tutti i passaggi ministeriali, il consigliere G. era andato in pensione, certo non c'era da fidarsi molto delle sue decisioni, magari mi diceva che era libera la sede di Napoli e mi ritrovavo a Pordenone.
Decisi quindi di chiedere che mi ricevesse direttamente il direttore generale, il nuovo direttore generale Amato che da poco, dopo aver rappresentato l'accusa contro i brigatisti e l'attentatore del Papa, aveva assunto l'incarico.
Con molta sorpresa il presidente Amato non solo mi ricevette, ma mi disse che gli era noto il mio e le mie capacità profetizzandomi addirittura un futuro trasferimento presso una grossa Casa Circondariale. Comunque ascoltò sino in fondo i miei problemi e alla fine mi chiese se mi stava bene lasciare Piacenza per Brescia ovvero fare il cambio con il collega recalcitrante.
Ci pensassi, comunque, bene perchè quella sede, già difficile per sé stessa, era diventata impegnativa e carica di responsabilità dopo la nomina a ministro dell'onorevole bresciano Mino Martinazzoli.
“Un giorno la signora millepiedi portò il marito che soffriva di mal di schiena dal medico della foresta. La visita fu lunga, accurata, e alla fine la signora chiese quale fosse la malattia del marito e come era curabile. “Nulla di grave” - le fu risposto - “semplice indolenzimento dei muscoli dorsali” e il rimedio ancora più semplice, bastava che mister millepiedi camminasse su due soli piedi. “Ma le pare possibile- rispose la signora scandalizzata - e dove mai metterà gli altri 998?” “ Signora- fece susseguioso il dottore- il mio compito e di dare un parere, spetta a lei tradurlo in pratica.”
Con questo aneddoto che citava spesso, in forme narrative diverse, il Ministro Martinazzoli sintetizzava il suo giudizio su chi in politica o nell’amministrazione dello Stato rifuggiva dalla risoluzione dei problemi concreti rifacendosi alle formule astratte fossero anche bellissime articolazioni di leggi. Così, in linea con il suo personaggio, amava affermare che la riforma maggiore di cui vantava orgoglio nei tre anni che occupò il dicastero della Giustizia era l’abolizione delle buste di diverso formato e dalla specificazione dell’eventuale mancinismo dalle indicazioni poste a corredo delle cartelle biografiche dei detenuti.
Alto, viso severo, modi gentili e tono soffuso, si poteva anche rischiare di credere alla ‘boutade’ a sentirlo, ma Martinazzoli, invece, resterà uno dei ministri più seri e qualificati che questa Repubblica abbia avuto: a lui si devono due delle più importanti riforme sulla scia di quella decarcerizzazione sulla cui volontà di realizzazione ci siamo un po' illusi negli anni 70/80, la riforma della custodia cautelare e la legge Gozzini.
Sino al 1984 quel periodo di tempo che la gente passava in carcere in attesa di un processo veniva inteso, e chiamato, carcerazione preventiva. In pratica la custodia di un imputato anche da un punto di vista nominale pur giustificata da esigenze istruttorie, veniva ad attuarsi quasi come anticipo di pena, scardinando lo stesso concetto della presunzione di non colpevolezza.
In effetti non era così ma il c.p.p. non si armonizzava con il dettato costituzionale.
Nel 1984, ancora sotto effetto delle polemiche derivanti dal caso Tortora, il Parlamento varò una legge che riduceva i termini della custodia cautelare, attribuiva molte competenze al Pretore eliminando il Tribunale come giudice di appello, restituendo anche nominalmente alla carcerazione per esigenze istruttorie tutta la sua natura di mezzo eccezionale, contingente e dettato da esigenze di natura cautelare ovvero destinate a cessare al variare delle condizioni.
Era una riforma estremamente importante che tendeva anche a dare meno potere alla magistratura, cercando di riscrivere le circoscrizioni, attribuendo maggiore incombenze alle preture, e l’esperienza ci consegnerà un’ennesima riforma fallita. ma le polemiche, e sarà una costante, iniziò il giorno dopo l’annuncio del varo di queste norme.
Magistrati, opinione pubblica e giornali che prima facevano a gara nel dimostrare civiltà e progressismo, fecero vero e proprio terrorismo, anticipando futuri scenari di delinquenti liberati, carceri vuote, polizia sbeffeggiata.
Dati non veritieri, ma la gente lo credette gettando le basi di un futuro fallimento e facendo dire allo stesso Ministro che le riforme in Italia si possono solo annunciare, ma non è proprio il caso di applicarle.
La domanda andava posta alla stessa gente che aveva parteggiato con Tortora, che aveva votato un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, che aveva tifato per il partito socialista politici trainanti contro la magistratura.
VENTICINQUESIMO
GOTTI e BINO
Per descrivere i due compari bresciani non si può attingere a Lombroso o alle ambiziose analisi della criminologia nostrana, ma, più propriamente, a “Capannelle” e “Ferribbotte” de “I soliti ignoti”, al palo della banda dell'Ortica di Jannacci o al protagonista di “Prendi i soldi e scappa” di Woody Allen.
Imbranati erano imbranati tant'é che avevano accumulato anni e anni per reati contro il patrimonio così ‘scornacchiati’ che la categoria dei ladri avrebbe potuto denunciarli per esercizio abusivo di professione.
Rubano una ruspa, ma per trasportarla al 'covo' imboccano la superstrada per Desenzano; organizzano un furto in una fabbrica di scarpe e non si accorgono di portare via solo le sinistre.
Una nomea del genere era come un marchio di fabbrica: non appena veniva denunciato un reato dalle caratteristiche scalcagnate, abnormi, diciamo così, il maresciallo dei carabinieri non aveva dubbi, e si recava ad arrestare Gotti e Bino.
Sin qui le caratteristiche comuni, un raro caso in cui due potenzialità criminali a basso voltaggio fondendosi riescono a deprimere l'effetto sinergico e si annullano del tutto.
Bino, in arte RAFFICA, aspirava a divenire un delinquente di rango, un rapinatore vecchio stile, quelli che aspettano la vittima all'angolo di una strada col fazzoletto sulla bocca per non farsi riconoscere. Ma la sua ambizione era frustrata e condizionata da un fisico non all'altezza del ruolo che si era scelto: basso e tracagnotto com'era ingenerava legittime perplessità in coloro che andava a derubare, perplessità che si tramutavano in certezza allorché si provava a recitare la formula di rito ' Mani in alto : questa è una rapina '. Bino è balbuziente e come tutti coloro che hanno la lingua lignea o si inceppa sulle parole o prorompe in una incomprensibile mitragliata delle stesse (da cui il soprannome di raffica), si può capire, allora, come neppure minacciando con una pistola riusciva a farsi prendere sul serio: “Dal suo atteggiamento debbo arguire che Ella ha intenzione di rapinarmi.- tagliava corto il rapinato- Non si affatichi a confermarmelo, buon uomo, vado di fretta: tenga queste per le sigarette ”.
Mille lire... quando non erano botte.
Già perchè magari alla vittima scappava anche la pazienza ad aspettare che quell'improponibile rapinatore riuscisse a dare il tempo giusto ad una frase così banale evitando di incespicare su impervi “Que-Que” o spararla a 200 orari (unica arma che poteva realmente fare del male) appallottolata in un informe, inintelligibile monosillabo.
Gotti invece era un lavoratore indefesso, ma anarchico, autonomo e con sani principi fortemente radicati. Il reato in sé, l'arricchimento non lo attiravano, subiva, questo sì, la nefasta influenza del compagno e l'ingegno dissennato degli strampalati colpi architettati da Raffica, però nel suo animo sapeva che non era una cosa seria. Così come quando prendeva in prestito una bicicletta, un motorino, una moto di grossa cilindrata, una bicicletta, solo veicoli a due ruote comunque: chi, tranne il proprietario e i carabinieri, è ovvio, poteva negargli l'innocente diritto di farsi un giro ?
E, poi, alla fine dei conti in carcere non si trovava tanto male, lo viveva come un ‘buon ritiro’, un periodo di esercizi spirituali finalmente svincolato dall'infelice sodalizio con quel delinquente di Raffica.
“Henry, la solita camera”: al ritorno dalle sue peregrinazioni, il cliente scende nel suo albergo preferito, conosce a memoria i posti, chiama per nome il portiere, è simpatico ai camerieri, complice con il barista.
Per Gotti una cella singola, il bicchiere di vino assicurato e un lavoro come factotum senza alcun controllo.
Da quel momento a spingerlo fuori, non ci saresti riuscito, i suoi spazi di libertà erano lì dentro, stimato e rispettato dagli agenti, tra i suoi mille impegni lavorativi e vicino al nostro (oramai suo) cane antidroga che con tanto amore aveva svezzato a vino tavernello ed istruito ad abbaiare contro tutti i carabinieri.
VENTISEIESIMO
Il 1983 dovrebbe essere salutato come l’anno che portò l’Italia ad uscire da un incubo. Il terrorismo nato nei primi anni del ’70 era riuscito a durare quasi 10 anni facendo entrare l’Italia in un tunnel di cui non riusciva a vedersi la fine.
Gli attentati non erano più all’ordine del giorno, le azioni si erano rarefatte e gli obiettivi meno qualificati. Anche i neo brigatisti dimostravano diversità assoluta rispetto ai capi storici che avevano iniziato la lotta armata, molta crudeltà - omicidio Torino - un passato assolutamente incolore sotto la luce politica, spesso addirittura si leggevano precedenti giudiziari.
Il fenomeno sembrava terminato, ma come reduci da una gravissima malattia si stenta a sentirsi vedersi giudicarsi guariti, così tutti temevano che da un momento all’altro il terrorismo tornasse a colpire di nuovo.
Ma si sopravvalutava, ancora, una volta il fenomeno con l’arresto di Mario Moretti le bande armate avevano veramente iniziato il loro ciclo di caduta, i processi nonostante gli attentati a magistrati ed avvocati iniziavano e si concludevano e le nuove leve appena arrestate non gridavano il tradizionale rituale dei prigionieri politici, ma si arrendevano e iniziavano a collaborare sulla scia di Patrizio Peci reso più importante, più pregnante dalla morte del fratello.
Nelle carceri il clima di distensione di disgelo appariva sempre più marcato ed un episodio venne a porsi come chiave di volta nella vicenda terrorismo: a Nuoro, Bad’e Carros, il nucleo storico iniziava lo sciopero della fame, chiedeva qualcosa, offriva dialogo, alzava bandiera bianca, cessava le azioni bellicose, e trovò la curia disposta a offrirsi come interlocutore.
Ma la svolta nella sua importanza non sfuggì neppure agli organi politici ed amministrativi, il Ministro e il direttore generale peraltro grande esperto di terrorismo avendo agito da PM nel primo grande processo contro i rapitori e egli assassini di Moro, capirono che il momento era buono per offrire un dialogo, per aprire una profonda lacerazione nel movimento, patteggiare la resa, offrire dialogo.
La linea di condotta dei brigatisti era quanto più vario possibile: si andava dai cosiddetti pentiti, ai dissociati, alla terza via, agli irriducibili che, però, pure ammettevano che la lotta armata era cessata pur giustificandola nella sua genesi storica.
I tempi erano maturi, la società attraverso i suoi componenti principali era disposta a risolvere il fenomeno e si mise ad ascoltare, il movimento composto di cittadini, artisti, personaggi della cultura, magistrati crearono le condizioni insieme alle BR di una risoluzione del fenomeno. Nelle carceri furono create le cosiddette “aree omogenee” laddove vi erano state le carceri di massima sicurezza furono radunati detenuti, per la massima parte ex brigatisti, ma anche detenuti comuni che avevano logiche di insieme.
Fu una stagione di impegno, di lavoro di attività...
Mancava però sempre la possibilità di dare uno sbocco normativo a questo neo movimento; nonostante il loro impegno la loro volontà e la sicurezza che avevano oramai percorso strade diverse, i BR erano stati seppelliti da secoli di galera e secondo le norme normali potevano al massimo scontare 28 anni e quindi uscire in liberazione condizionale. L’ordinamento penitenziario non esisteva più nel senso garantista e c’era comunque una norma che impediva la attribuzione a questi di misure alternative: e poi semplicemente none esisteva più.
Fu varata la legge sulla dissociazione e tempestivamente la legge Gozzini.
VENTISETTESIMO
Come già detto, la legge Gozzini fu salutata come provvidenziale dal relatore di maggioranza, ma stavolta la normativa non rimaneva ancorata ad un solo partito riuscendo invece a coagulare quello che si definisce uno schieramento trasversale.
A leggere i commenti in aula da parte dei politici c’era di che rimanere sbalorditi anche per chi attribuisce agli stessi una buona tara di sensazionalismo.
I giudizi positivi, i fatti, o meglio le dichiarazioni enfatiche si sprecavano, e con il senno di poi o la dietrologia di sempre si può pensare che qualche sospetto doveva indulgere i noi, ma in quel momento nulla faceva trasparire che quell’amore di legge sarebbe stata rinnegata da lì a poco. Non è che non meritasse tante lodi, ma già allora sembrava addirittura più avanti rispetto a quanto si poteva ipotizzare, rispetto a quanto la stessa gente sentiva o gli stessi operatori si aspettavano.
La legge non solo abbatteva alcune preclusioni oggettive che erano addirittura della legge del ‘75, ma introduceva anche delle novità di sicuro effetto:
- permessi -premio,
- allargamento di misure alternative.
La malignità è che si sia voluto in qualche maniera tentare una soluzione politica per via legislativa fittizia e mascherata per i terroristi quantomeno agevolando la loro uscita dal carcere a completamento delle leggi sulla dissociazione e sul pentimento.
In effetti il carcere sembrava sparire, sembrava non esistere più, neppure in quella prima parte che pure riaffermava i principi della costituzione e poneva la trasformazione dei luoghi di pena e la rivendicazione dei diritti del detenuto: quasi che, non potendo trasformare ritenendo utopistica la trasformazione, ritenesse più fattibile l’uscita.
Se hai problemi fai una legge, non riesci ad aggiustare le strade vendi elicotteri, no al preservativo, ma si all’aborto !
Le polemiche nonostante quanto ci si aspettasse stavolta non furono tante, sicuramente di meno di quanto ci si aspettasse e in ogni caso senza quella partecipazione emotiva sofferta che dava, ad esempio, la custodia cautelare.
Qualcuno un giorno dovrà spiegarlo perchè crea più lacerazioni il dibattito sulla custodia cautelare piuttosto che sulla esecuzione delle pene.
I giornali mettono alla berlina, paventano esodi dalle carceri se minimamente qualche ministro, qualche parlamento si permette di lavorare seriamente e a fondo sulla custodia cautelare (questo da tempi remoti, prima ancora che per tangentopoli) mentre si accetta quasi con noncuranza, salvo poi a tornare indietro quando si realizzano gli effetti che queste misure producono, le alternative alla detenzione che, come per la legge Gozzini, azzeravano l’arbitrio, la potestà, la volontà di equipe scientifiche che scientifiche mai erano state, sentenze complesse, anni di pena, ergastoli.
Curioso, eppure ci si dovrebbe, istintivamente, battere di più per la custodia cautelare perchè questa colpisce imputati ovvero per coloro che ai sensi dell’art. 27 della Costituzione se non presunti innocenti quanto meno sono presunti non colpevoli.
Qui non lo si sta dicendo affatto, ma sarebbe più logico aspettarsi le grosse battaglie ideologiche, preventive, sulle misure penitenziarie piuttosto che per quelle di custodia cautelare, ma tant’è per tutta una serie di motivi, tra cui l’uso che comunque la magistratura fa della custodia cautelare, la battaglia sul penitenziario è sempre d retroguardia.
Una legge quindi che, comunque, faceva dimenticare il carcere una legge che era molto più avanti rispetto al sentire dei cittadini, una legge che non pensava più a trasformare il carcere ma a by-passarlo con tutte le possibilità e rimettendosi a valutazioni cosiddette scientifiche dell’equipe di trattamento e al potere discrezionale, altamente discrezionale della magistratura di sorveglianza.
A che pro una legge di questo genere ?
Di sicuro il concetto premiale, che nel passato li avrebbe fatti saltare e prendere la pistola per sparare, adesso no, stava bene a molta gente e poi c’era quel rinnovato spirito innovatore ispiratore al concetto del trattamento, il trattamento un criterio che tutti avevano cercato di qualificare e nessuno aveva definito.
Scientificità, osservazione, trattamento come se si potesse vivisezionare una persona come se realmente siano intuibili, ritrovabili tracce delle cause di un reato - CITARE LEGGE - svagato ripescaggio di idee neo-lombrosiane, senza neppure il coraggio di definirle e difenderle, il nucleo centrale della legge lasciata a vivere di sé stesso senza alcuna presupposto, credere quasi che realmente l’uomo porti in sé le colpe, i segni delle sue colpe, le cause delle sue colpe e, dopo aver brillantemente affermato che possono esistere cause portatori alla criminalità, fingere che le conseguenze non siano le cure bensì il carcere.
Il paradosso descritto dal MATHIEUS sulle conseguenze, si afferma una cosa e se ne fa un’altra, all’equazione: colpa responsabilità carcere espiazione, si pone un’altra condizione di base data da fattori che spingono.
Ma senza la dichiarazione di malattia le conseguenze sono le stesse.
Fa bene Pavarini a definire il trattamento l’”araba felice” del dizionario criminologico.
Il senso di tutto ciò manca perchè gli squilibri sono tanti, enormi.
VENTOTTESIMO
IL TRATTAMENTO PENITENZIARIO
Il reato è ente giuridico, storico non ontologico, scelto dall’uomo non preesistente all’uomo: ed allora quali sono le cause? Che senso ha sprecare tutto ciò che noi abbiamo in carcere e non investirlo all’esterno? Che senso ha tutto ciò se poi ci accorgiamo che le fasce che serviamo e opportunità che si ha in carcere all’esterno se le sogna ?
C’era il trattamento, l’idea trattamentale ha veicolato concezioni di umanità, ha portato alla bonifica del carcere, ma doveva andarsi oltre e forse in definitiva fingendo che vi fosse un’idea trattamentale la legge Gozzini cercava di dire che per alcuni reati si poteva anche evitare di finire in carcere.
L’idea di fondo è sempre stata quella di dissacrare il carcere, quella di far vedere dentro realmente la gente, cosa c’è, quello di imporlo come prodotto umano, triste misero, ma umano al fine di evitare le vergogne i sensi di frustrazione e di pietà per chi ci fosse andato dentro.
Operazione non da poco, si badi bene, non già per la stessa inanità del soggetto, io, che avrebbe dovuto trasformarlo, ma perchè a pensarci bene, ma l’ho razionalizzato dopo, cercava di eliminare l’essenza stessa del carcere, abbattere quelle funzioni latenti, negative sì, ma che erano connaturali e volute dalla stessa istituzione.
In effetti un carcere bello può essere desiderato, ma è una contraddizione in termini perchè tra i suoi fini dichiarati, e nell’atto costitutivo del carcere - vedi Foucalt - non può non essere detto a chiari lettere, c’è quello di far paura, di spaventare ovvero la c.d. “PREVENZIONE GENERALE” vale a dire la controspinta psicologica che bisogna dare, tra le tante, al fine di evitare di commettere un reato. E questa funzione non ha bisogno di trasparenze, come in effetti sembrerebbe più logico ovvero esercitare il castigo alla luce del sole in modo che gli altri capiscano e si ammoniscano, ma invece va fatto esercitando il monito psicologico: il carcere si ammanta di brutture, si erge un muro di cinta e poi tutti crederanno chissà quali nefandezze vengono esercitate dietro quel muro.
Le esecuzioni capitali in piazza creavano confusione, la gente rubava i borsellini, tutto ciò non spingeva ad essere più buoni.
Ma questo valeva a livello psicologico ed era giusto, ma se
Così quando Costanzo chiuse un ciclo del suo show augurandosi di trovare palcoscenici diversi per tematiche diverse mi decisi a scrivere. A Brescia avevamo un teatro che poteva far invidia a diversi teatri cittadini, 200 posti, utilizzato sino ad allora per cinema di basso ascolto e improbabili ‘piece’ esterne che si riducevano a quattro spettatori: due istituzionali, io e un brigadiere, uno di conforto, monsignor Cavalli, e uno interessato, Faustino Dorna, che non perdeva occasione di chiedere qualcosa a Monsignore.
Costanzo si disse interessato e mettemmo in piedi, per la prima volta in Italia, uno show ripreso all’interno di un carcere in diretta, dando la parola direttamente ai detenuti e con la presenza del Ministro della Giustizia che aveva aderito all’iniziativa.
Inutile dire che i protagonisti furono proprio di detenuti che mostrarono all’esterno una voglia di parlare di discutere di ragionare sulle cose che non andavano.
In effetti, e non solo per piaggeria, nessuno di loro si lamentava del carcere, sapevano che avevano commesso un reato e sapevano che dovevano scontare una pena, ma quello che maggiormente cercavano di porre in luce era la mancanza totale delle risposte della società, l’offerta di lavoro, il mantenimento dei legami familiari, un ruolo all’interno della stessa società - e questo, si badi bene, non come alibi della propria pregressa condotta criminale quanto per il dopo, un dopo inesistente.
In effetti quando si parla di riforma penitenziaria fallita bisognerebbe essere più cauti perchè così come la intende la gente, vale a dire la necessità che una persona che entri in carcere non debba più delinquere, ammesso che debba essere così è una non ragione, perchè solo nella più perversa mentalità di un positivista nato poteva passare mai l’idea di prendere sul serio l’articolo o di leggerlo da solo - e qui mancano all’appello gli enti locali, le altre istituzioni dello Stato, gli stessi cittadini.
E quindi i detenuti che non chiedevano di essere esentati dalla pena, chiedevano solo che lo Stato rispettasse il patto costituzionale per cui “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”
VENTINOVESIMO
La radio sveglia, quando funziona, è sempre sintonizzata su di una delle tante stazioni che trasmettono 24 ore su 24 musica solo italiana e chissà perchè alle 6/50 del mattino scelgono le canzoni più sconosciute, cacofoniche, cacionare che si possano trovare. Un pessimo modo per svegliarsi, ma svegliarsi alle 6/50 non è mai un buon modo per augurarsi una buona giornata.
Destino.
Chissà perchè la radio era, invece, sintonizzata sul giornale radio e l’annunciatore mi annunciò che a San Vittore c’era un nuovo ospite, e che ospite. il presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, il socialista Mario Chiesa. L’ingegnere era accusato di aver lucrato una tangente da una fornitura: appena sette milioni si disse. Era il 13 febbraio del 1992: l’Italia si dona completamente, senza riserve al suo ennesimo liberatore, matura donzella dai modi troppo gentili per rivendicare un candore inesistente si dona senza riserve al suo ennesimo liberatore.
TRENTESIMO
POCHE IDEE, MA...NETTE
“ Ecco li vede sulla spiaggia quegli sporcaccioni? Li vede, li vede ?” con petulante insistenza la vecchietta incalzò il carabiniere a pronunciarsi.
" Ma signo', io non vedo nulla- rispose il maresciallo-
" O sì, grazie tante : provi con questo binocolo."
(Anonimo "Barzelletta")
"Marescià, domani sarà 'na brutta giornata."
Disturbato alla mezz'ora del primo tempo di Juventus - Porto, quarti di finale di coppa UEFA, il maresciallo non tenne conto del mio tono preoccupato e mi rispose con un lapidario " Ma no!".
Tifoso juventino, il televisore sintonizzato sulla telecronaca diretta, non aveva seguito il telegiornale quindi non sapeva della notizia che aveva portato il presidente della camera, Napolitano, a sospendere i lavori parlamentari .
A dire la verità la partita attirava anche me senonché durante una fase morta andai in "zapping" e vidi che tutte gli altri canali, quasi a reti unificate, mostravano la camera dei deputati con gli onorevoli urlanti che chiedevano giustizia, accertamenti, imponevano la convocazione immediata del Ministro Guardasigilli per rispondere alle loro sdegnate interrogazioni.
Giovedì 4 marzo 1993 non passerà alla storia, come può sembrare dal tenore delle notizie che passavano su tutti i notiziari nazionali, per un golpe fallito sull'esempio dello spagnolo Tejera, né per una dichiarazione di guerra, nemmeno c'era un Mussolini che voleva rendere quell'aula sorda e grigia in un manipolo di bivacchi.
Un'immagine che, giurava, avrebbe preferito morire piuttosto che mandare in onda, ma, si sa, il dovere di cronaca glielo imponeva: un signore veniva portato in aula di tribunale da un gruppo di carabinieri mostrando una catena ai polsi. Immagine usuale per chi frequenta i nostri tribunali, ma quell'uomo non era un usuale di aule di tribunale, almeno non in veste di imputato, il suo nome è Enzo Carra ex portavoce dell'onorevole Forlani, arrestato per falsa testimonianza nell'inchiesta c.d. “mani pulite”.
L'ennesima, avvilente, esibizione di un uomo in ceppi, tirato e strattonato come un animale da condurre al macello, ma con i fotografi e i ‘cameramen’, sia ben chiaro, compartecipi dell'esecuzione.
Quante volte erano stati stigmatizzati gli arresti eseguiti preavvertendo giornali e televisioni, con le auto della Polizia (della Guardia di finanza, dei Carabinieri) che si fermavano molto prima dell'ingresso della caserma per poi, trascinare il "delinquente" tra due ali di cronisti, in una mattanza videomatica.
Seguiva l'esecrazione degli editorialisti di tutti i giornali liberali, qualche tavola rotonda con un giurista, un politico e un prete, l'emanazione di una circolare "in proposito" da parte del Ministro della Giustizia (o degli interni).
Nessun dubbio che al successivo arresto le cose si sarebbero verificate allo stesso modo.
Il caso Carra seguì lo stesso canovaccio: giornali e tivvù, le stesse che avevano imposto ai propri cronisti di bivaccare fuori della porta del carcere in attesa per "rubare" un'immagine di Di Pietro o del neo-arrestato, operarono un esame di coscienza che allontanò da loro ogni responsabilità, il Parlamento fu percorso da insostenibili fremiti di indignazione che si attenuarono solo quando il Ministro della Giustizia, precipitatosi a chiarire responsabilità e competenze, parlò con toni commossi di giustizia "offesa e tradita", il presidente della Repubblica Scalfaro, in visita a Bruxelles, confessò ai cronisti di non avere dormito per quella pagina triste nella storia del diritto.
Edificante presa di posizione anche se, nell'ansia di esternare il proprio garantismo, molti dimenticarono gli altri 52 detenuti incatenati con Carra, le migliaia di ”signor nessuno” che da sempre, imputati anche per reati più lievi, non solo subivano lo stesso analogo trattamento, ma languivano in carceri sovraffollate dove mancano persino i letti, venivano trasferiti "per sfollamento" a mille chilometri dal nucleo familiare, perdevano affetti, lavoro e non avevano ad aspettarli una bella moglie, dico tanto per dire, in un villino romano che con grande dignità e coraggio parlava di suo marito ostaggio dei giudici milanesi.
Lo spettacolo di Carra in manette era stato sì toccante, ma non fu la commozione per il martire che ridestò il senso civico, l'ansia di giustizia nel cuore dei nostri politici, quanto la speranza di aver finalmente colto in fallo l'arroganza dei magistrati milanesi, quei giudici che li avevano tanto martoriati, erano finalmente cascati, avevano compiuto quel passo falso che sarebbe risultato loro fatale.
In effetti il Governo stava già per varare un decreto legge che avrebbe dovuto superare "Tangentopoli" e quell'atto di lesa maestà perpetrato nei confronti dell'ex partito di maggioranza colpito nella persona del suo ex segretario mortificato dalla umiliazione inflitta al suo ex portavoce poteva servire ad anestetizzare le invettive che di sicuro si sarebbero levate contro.
Dopo lo strepitìo delle prime ore, però, molti avevano già capito che v'era stata una reazione esagitata e sproporzionata all'avvenimento, lo scandalo seppure c'era stato non aveva coinvolto l'immagine dei giudici, anzi se era possibile aveva alimentato la loro fama di inflessibilità. Solo che ormai il Parlamento era offeso, il Ministro interrogato e anche il Presidente della Repubblica voleva soddisfazione: tutta quell'ira doveva abbattersi pur su qualcuno.
Si volse lo sguardo intorno: la sera in un memorabile faccia a faccia avanti al conduttore Mario Pastore il presidente del gruppo parlamentare D.C. Gerardo Bianco e il presidente dell'associazione nazionale magistrati Cicala si ersero a campioni militanti del più ampio garantismo garantibile.
Al di là delle belle parole usate si delineava con chiarezza il conflitto violento e acido tra due poteri dello Stato che si contendevano spazi e diritti. L'uno parlava di sacralità del Parlamento, ma avrebbe voluto gridare che i parlamentari, e i loro uomini, dovevano essere lasciati in pace, l'altro si inginocchiava deferente di fronte a quella sacralità, ma un mezzo sorrisetto ironico faceva trasparire l'intenzione di accelerare la soluzione finale nei confronti della classe politica.
Cessata l'indignazione e il livore, a corto di argomenti e di fiato si tacitarono riconoscendo le loro reciproco garanzie, e qui il tono ritornò a suonare genuino.
Pastore che aveva ben capito tutto, e che il non detto in quel faccia a faccia era più esauriente della polemica sulle manette al povero Carra, con enfasi sospetta chiese di chi mai, allora, fosse la colpa per quella ignominia.
Il parlamentare guardò il giudice, il giudice guardò il parlamentare e fu immediatamente chiaro: qualcuno tra carabinieri e direttore del carcere, avrebbe fatto bene a preoccuparsi seriamente.
Molti commenti oggi possono sembrare profezie postume, banale esercizio del senno di poi, ma nell’inchiesta “Mani pulite” il lato politico ha finito con il prevalere quello giudiziario.
Tutti potrebbero facilmente ammettere che sia fatale un problema del genere, posto che toccava tanti di quei personaggi politici che non poteva essere considerata neutrale.
Ciò è vero, ed in special modo un’inchiesta che ti incrimina tutto il governo e tutti i leader non può non ammettere di essere politica. Ma un discorso è essere politico per relazione, perché si arresta un uomo politico, ed altro è divenire coscientemente, volutamente organi politici ovvero di determinazione della volontà legislativa così come è capitato ai PM della procura di Milano, prima indiretti strumenti di una rivoluzione, peraltro così definita dallo stesso procuratore generale di Milano Catelani, poi sempre di più parte attiva, affossatori di leggi ancora in fieri, artefici di iniziative, essi stessi, con Di Pietro, lanciati in campo politico.
Naturalmente tra qualche secolo qualche storico ci dirà cosa realmente sarà successo in questi anni, del perchè di certe azioni, noi si può solo ragionare sui fatti evitando dietrologie e non possedendo la distanza dagli eventi che merita l’osservazione storica.
Gli italiani hanno plaudito all’iniziativa di Mani pulite più per disamore nei confronti dei politici piuttosto che vero amore nei confronti della legalità.
Ci sarebbe da chiedersi, infatti, quanto abbia inciso questa inchiesta sui modi di vita degli stessi, sulle piccole tradizionali furbizie di questo popolo, sui mille atti di compiacente deferenza al potente i cui profili non hanno nulla di illecito, vero, ma che si attua come l’humus dove alberga il malcostume e il malaffare.
D’altronde se fossimo stati un popolo realmente interessato alla cosa pubblica non avremmo dovuto certo aspettare il Di Pietro di turno per cambiare le cose, per dare una svolta politica alla nazione.
E’ bene azzeccata la definizione di rivoluzione per via giudiziaria, peraltro sposata dalla stessa magistratura, perchè avverte che si tratta di un’azione avente finalità di natura politica, affidata ad altri e, quello che più conta, senza spargimenti di sangue e senza alcuna partecipazione diretta.
La voglia di pulizia, di rinnovamento morale degli italiani è una solenne balla buona al politico di turno per inorgoglire il suo elettorato: mani pulite è stata sostenuta solo perchè abbatteva potenti e lo faceva senza coinvolgimento diretto del cittadino.
Se non fosse altro perchè non aveva cambiato nell’urna, potendolo?
Allora affidando la buona fede ai magistrati bisogna dire che invece questi hanno creduto all’inverso di essere diventati i ‘leader’ di un movimento di rinnovamento mentre invece erano solo strumenti di semplice voglia di sangue.
Ad un procuratore generale che rivendica la rivoluzione per via giudiziaria, c’è un “pool” che non solo esercita i poteri che la legge conferisce all’ordine giudiziario, ma che forte del consenso della gente del popolo non solo decreta l’illegittimità e la non applicazione di un decreto legittimamente emanato dal potere costituito (Biondi), ma addirittura inibisce ‘a piori’ la sua formazione (Conso).
Con questo non si prende posizione sulla bontà delle scelte politiche, ma sulla loro legittimità, perchè prese da un organismo che quella legge poteva formare.
In una dinamica del genere i magistrati potevano permettersi di inventare formule giuridiche quanto meno discutibili, laddove non si metteva in galera la gente affinché parlasse, ma la si liberava quando aveva deciso di farlo.
In un clima del genere, di utilizzo dello strumento custodiale come elemento di anticipazione della pena, come andamento salvifico non c’è posto per la filosofia del nuovo codice di procedura penale che aveva cercato di porre PM - accusa e AVVOCATO - difesa sullo stesso piano.
La norma esiste, ma dietro il PM c’è una nazione, ci sono i giornali di tutto il mondo, c’è una classe politica inadeguata al proprio ruolo che confessa tutta la sua meschinità umana: la confessione - come pure argomenta D’Ambrosio, rende legittima la procedura adottata ed eventuali sbavature.
Nulla di nuovo sotto il sole, procedura già adottata con la criminalità comune, con quella politica, il metodo è uguale come sempre, ma adesso si tratta di politici, loro sono inadeguati, la gente vuole il sangue.
Le norme, il codice, tranne che siano pesantemente orientati ideologicamente, sono strumenti neutrali, quello che li fa pendere da una parte o dall’altra a destra o a sinistra per intenderci sono i principi ispiratori, ma questi devono essere riempiti dall’humus, dal sostrato popolare e questi andavano esattamente all’inverso rispetto al dettato.
Il codice di procedura penale non poté avere peggiore inizio: da una parte l’accusa che mai come stavolta rappresentava il popolo, la voglia di farla finita con la classe politica, la vendetta, dall’altro la difesa che cercava di trovare cavilli per la difesa di persone indifendibili, ergo complici con il colpevole. La morte di ogni seria trattativa
Ed in questo clima di altera superiorità si spiega anche lo scivolone del PM Colombo che sequestra alla Camera: uniti dal popolo, nel popolo con lo stesso disprezzo per i politici, sentendosi portatori di un’operazione salvifica.
Qui non si vuole affatto intendere che i magistrati seguano la volontà della folla, bensì che la formula ‘amministrare la legge nel nome del popolo’ è qualcosa di più di una formula retorica, sostanzialmente la legge, com’è suo, va interpretata, se non fosse così non servirebbero magistrati, corti, avvocati, appelli, cassazione, e quando si ritiene di aver imboccato la strada giusta il ritorno in termini di consenso raddoppia l’impegno nel senso iniziato e via in un continuo ‘feed back’ dove le convinzioni di ognuno si accrescono del consenso attribuito all’altro.
Il povero codice di procedura penale era stato tarato su schemi anglosassoni dove difesa e accusa si muovono in una sorta di ‘fair play’ ovattata dalle passioni e dove il giudice ha già di suo il potere, il carisma e l’aura per decidere serenamente al di sopra delle parti. E’ stato tanto criticato il GIP Ghitti perchè si diceva non ha mantenuto il suo ruolo ‘super partes’, non ha inteso fare il giudice così come il codice aveva delineato la sua figura, ma si era appiattito troppo sulle tesi dell’accusa.
Mica vero: il sistema che mani pulite andava a scoprire vedeva protagonisti persone con potere vero, intrecciate tra di loro da un sistema di potere resistente, impermeabile alle infiltrazioni, e, quello che è più importante, potere vero di disporre, agire, allontanarsi dall’Italia. Ciò che
*Luigi Pagano, Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria in Milano
**Luigi Morselo, Ispettore Generale dell'Amministrazione Penitenziaria

9 commenti:
Informo i miei gentili lettori che questo post sarà da me lasciato in rete per oggi e domani.
Da Lunedì 16 febbraio procederò come di consueto ad informare stimolare riflessioni.
Grazie.
Luigi Morsello
Devo confessarvi che sono pentito, sì, molto pentito per non avere fatto il direttore di carcere come l'ha fatto quest'uomo.
Purtroppo sono più vecchio di lui di 15 anni e non ne potevo fare un modello: un vero peccato !
Luigi...comprendo.
Tu sei veramente ok!
Ciao
Madda
Correva l'anno 1989, ero un ragazzotto appena arruolato Agente ausiliario da circa tre mesi. Venni paracadutato a S.Vittore qualche mese prima dell'arrivo del Dott. Luigi Pagano.
Confesso che nel giro di pochi mesi tutti, nessuno escluso, ebbero ad apprezzare le doti morali e professionali di questo "piccolo" di statura, ma Grande uomo!
Firmato "Il Viaggiator Cortese"
Luigi Pagano è un personaggio dalle molte sfaccettature, una delle quali è la riluttanza ad assumere posizioni nette.
Credo ci siano pochi che lo conoscono come me.
Quando mi inviò, spontaneamente, questo documento, che egli definì 'scarabocchio', non mi ci volle molto a capire che mancava il periodo più importante, quello di S. Vittore.
Mi ero impegnato a fargli pubblicare questo memoriale dalla casa editrice Aldo Giuffrè di Milano, che in linea di massima aderì alla proposta. Devo dire che la presentazione del lavoro di Pagano la fece direttamente il dr. Roberto Ormanni, all'epoca direttore di Diritto & Giustizi@, rivista telematica giornaliera e cartacea settimanale, della casa editrice Giuffrè.
Fu rilevato, com'era ovvio, che mancava il segmento più importante, il periodo di S. Vittore, che Pagano aveva lasciato per assumere la titolarità del Provveditorato Regionale di Milano, che conserva tutt'ora.
Pagano non volle mai scrivere di questo periodo, cosa che mi risulta non abbia fatto ancora e, forse, non ne scriverà mai. Per questo motivo il progetto editoriale non andò in porto.
Allora decisi di pubblicare in questo blog quanto avevo a disposizione.
Per quanto mi riguarda io scrissi a mia volta un mio memoriale, pubblicato dalla casa editrice Infinito Editore.
Se ti interessa, questo è il link mediante e8il quale puoi avere tutte le notizie e le informazioni necessarie: http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=89
Vi troverai anche una presenza a UNO MATTINA di Rai 1 e una presentazione presso la Sala Stampa del Senato della Repubblica, oltre ad una rassegna stampa significativa anche se incompleta.
Ti domando Luigi perchè a tuo avviso il Dottor Pagano abbia rinunciato a scrivere del periodo di S.Vittore. Tutti sanno che per guidare un Istituto così complesso devi avere, oltre a capacità professionali sopra la norma, anche la disponibilità di sacrificare al servizio gran parte della vita privata (tu sai bene di cosa parlo). Ecco, pensavo fosse stata per lui l'esperienza più stimolante e formativa della sua carriera, insomma positiva.
Cosa mi dici ? E' un peccato, a mio parere sarebbe stata una pubblicazione interessante come "La mia vita dentro" non pensi ?
Pagano non ha rinunciato a nulla, per l'ottimo motivo che non voleva scrivere del periodo di S. Vittore.
Il o i motivi io non li conosco. Certo, se avesse scritto dei suoi quasi 15 anni di S. Vittore (un record in assoluto per quel carcere), lo 'scarabocchio' avrebbe avuto una valenza che andava oltre l'aneddotica seguita da Pagano, condita da spunti criminologici e filosofici. Fatalmente avrebbe dovuto raccontare dei tempi di 'Mani Pulite' all'interno di S. Vittore e stipulare un'assicurazione per le eventuali cause civili e/o penali che avrebbe dovuto affrontare.
Ma perché non lo chiedi a lui e, sopratutto, perché resti anonimo?
Scusami, nella fretta mi sono dimenticato di firmare. Sono il tuo amico Silvio di Rimini !
Buon lavoro.
Te possino ...! ;-)
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