mercoledì 11 febbraio 2009

Shakespeare forever

L'ESPRESSO
di Rita Cirio

I suoi personaggi sono ancora oggi un modello di comportamento. Nella società come nell'economia. L'attualità del Bardo rivive nei Dvd in edicola con 'L'espresso'. Con i grandi maestri del teatro inglese Essere o non essere (un manager): questo è il problema. Se sia più nobile soffrire nell'animo le frombole e i dardi del libero mercato o prender parte ai consigli d'amministrazione e contrastandoli por fine ad essi. Vendere (azioni), comprare, forse. Chi sopporterebbe il torto del dirigente, l'oltraggio del cliente, le rivalse del sindacato, le contumelie dell'amministratore delegato, le ambasce del marketing, gli spasimi del brain storming, gli scherni che il paziente merito del quadro intermedio riceve dagli indegni sottoposti, se non per la carriera?...

Certo non è più così trendy l'immagine del manager sicuro di sé e decisionista a cui ci avevano abituati i bellicosi yuppies dei non troppo rimpianti anni Ottanta. Travolti da una tempesta che ha squassato con shakespeariana violenza i mercati finanziari e azionari del pianeta, oggi sotto i completi di Armani si celano quadri e dirigenti tormentati da dubbi amletici: primo fra tutti 'Essere o non essere, licenziati'.
Dubbi talmente amletici che 'Hamlet', niente meno, si è chiamata la rivista bimestrale dell'Aidp, l'Associazione italiana per la direzione del personale, una sorta di guida spirituale per gli adepti della Net-Tech Age. Si poteva pensare che la New Age bastasse e avanzasse, invece si scopre che anche i manager hanno elaborato una loro mistica che evidenzia come "l'economia attuale vive dinamicamente fra i due concetti estremi del Virtuale e del Reale".

Concetti che risulteranno magari un po' oscuri agli operai della Fiat considerati in esubero o già in cassa integrazione; ma sarà perché, imprevidenti, loro non hanno pensato ad abbonarsi ad 'Hamlet' per capire se non sia da considerarsi idealmente virtuale, piuttosto che materialisticamente reale, la fregatura che prenderanno, o che hanno già preso. Così imparano a non tenersi aggiornati sulle novità imposte dai flussi e riflussi dei mercati.


La rivista 'Hamlet' ha anticipato le linee di tendenza indicate successivamente da libri come 'Shakespeare in Charge: The Bard's Guide to Leading and Succeeding on the Business Stage' di Kenneth Adelman e Norman R. Augustine, 'Power Plays: Shakespeare's Lessons in Leadership and Management' di John O. Witney e Tina Packer, 'Shakespeare on Management. Leadership lessons for today's managers' di Paul Corrigan, saggio, quest'ultimo, pubblicato anche in versione italiana dalla Etas. Con le illustrazioni di Milo Manara, dove austeri eroi elisabettiani sono messi a confronto con meno eroici colletti bianchi di oggi, sempre la Etas ha pubblicato, 'L'impresa shakespeariana. Protagonisti reali e virtuali sulla scena aziendale', autore Marco Minghetti, fondatore e direttore proprio della rivista 'Hamlet'.

Tutti saggi, questi, che si propongono di analizzare personaggi e vicende del teatro shakespeariano come illustri modelli di comportamento e fonti di comprensione della vita aziendale. Insomma, non solo 'Shakespeare in love', come più romanticamente proponeva un film di qualche anno fa, con la sceneggiatura da Oscar di Tom Stoppard, ma soprattutto 'Shakespeare in business'. Se il critico George Steiner ha decretato 'La morte della tragedia' ai nostri tempi, l'attuale tendenza a coniugare Shakespeare e management sembra indicare l'impresa come possibile palcoscenico dei grandi conflitti dell'animo umano, il luogo deputato a una ritrovata coscienza tragica della vita. Almeno di quella aziendale. Fantozzi è avvertito.

Il Bardo promosso a ideale amministratore delegato dello 'scientific management' conferma, se ce ne fosse bisogno, la perenne vitalità della sua opera, quella condizione di 'Shakespeare nostro contemporaneo' efficacemente sintetizzata dal titolo del celebre saggio pubblicato da Jan Kott nel 1961. Anche come possibile fonte di ispirazione per il gossip: il 'Macbeth' ha ispirato un musical, 'MacBecks' di Gary Cooke e Malachy McKenna (attualmente in scena all'Olympia di Dublino), che racconta l'ascesa nel regno calcistico e mediatico della debordante e onnipresente coppia formata da David e Victoria Beckham, attualmente volteggiante negli stadi e sulle passerelle del nostro Paese. Shakespeare, si sa, resiste a tutto: dalle parodie un po' goliardiche, come il musical sui Beckham, alle attualizzazioni più dissennate e ingiustificate.

La sua opera è una miniera inesauribile dove, scavando a fondo ma anche solo in superficie, si rintracciano filoni di sempre nuove e preziose ricchezze drammaturgiche e filosofiche. Shakespeare ha anticipato gran parte dei generi narrativi, teatrali ma anche cinematografici e televisivi, e si è lasciato influenzare dai grandi del Novecento: Freud, Joyce, Brecht, Beckett, per citarne alcuni. Noi infatti lo leggiamo alla luce di illuminazioni ignote ai suoi tempi ma che oggi ci sono necessarie per interpretarlo. Effetto della qualità di autentica opera aperta che caratterizza il corpus dei testi shakespeariani, sempre disponibili a letture antitetiche e complesse come lo sono le realtà evocate. Shylock è una figura emblematica di ebreo avido e spietato, in grado di compiacere - come avvenne - i gerarchi nazisti o invece è il capro espiatorio del razzismo e dell'ipocrisia dei cristiani? Giulietta e Romeo sono sempre a disposizione per incarnare le vittime innocenti di conflitti etnici o religiosi, dalle bande giovanili protagoniste di 'West Side Story' o della versione cinematografica di Baz Luhrmann alle versioni mediorientali con israeliani e palestinesi al posto dei Capuleti e dei Montecchi.

Shakespeare resiste a tutto, si diceva, soprattutto ai suoi registi e interpreti. Lo era, resistente, certamente anche affidato a quei buffi attori tra Ottocento e Novecento - da noi Salvini, Rossi, Zacconi - che qualche antica foto ci mostra in veste di Otello con la faccia annerita dal sughero bruciato, di Amleto o di Romeo con i baffi a manubrio, infagottati dentro giustacuori arabescati, le gambe - per lo più corte e magari storte - infilate in imbarazzanti calzamaglie. Non peggio, forse, degli smoking degli anni Trenta, dei jeans e maglioni che abbigliavano Shakespeare in veste di contestatore negli irrequieti anni Settanta. Il Bardo può essere anamorfico. Si presta volentieri e disciplinato a sguardi intenzionalmente miopi o presbiti che cercano un particolare punto di vista diverso nel tempo (nella pittura anamorfica è lo spazio) e così lo trasferiscono in epoche a lui estranee, come gli anni dei totalitarismi che spesso ospitano Riccardo III o Macbeth, per esempio, in un contesto storico emotivamente più riconoscibile per le nostre sensibilità o le collocazioni ottocentesche adottate dai film di Kenneth Branagh. Ma è anche frontale, come in queste versioni shakespeariane registrate dalla Bbc dal 1978 al 1985 con la partecipazione dei massimi attori britannici (in edicola dalla prossima settimana in dvd con 'L'espresso' e 'Repubblica'). E si lascia apprezzare in sontuose ricostruzioni di scene e costumi ambientate ai tempi suoi, ispirate alla pittura coeva, e si affida a interpretazioni che non pretendono di vestire Shakespeare da nostro contemporaneo ma di lasciare che siano temi e dialoghi delle sue opere a svelare tutta la loro intatta e preziosa attualità.
(05 febbraio 2009)

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