CARLO VULPIO
D. M: Carlo Vulpio giornalista del Corriere balzato agli onori della cronaca suo malgrado perché abbiamo saputo di questa vicenda di Why not che ti è stata tolta. E' cambiato il tuo lavoro da quel momento o no?
Carlo Vulpio: Beh, diciamo che alcune cose sono cambiate, è ovvio che dovesse essere così perché quando ti tolgono una inchiesta di cui ti stai occupando, senza voler fare un paragone così alto è come se a un magistrato togliessero un fascicolo dell'inchiesta di cui si sta occupando insomma, è sempre una cosa negativa e grave.
Ci sono però anche, come sempre accade, delle ripercussioni, quelle come l'onda di uno stagno. Una volta che vi si getta un sasso dentro si allargano anche altre questioni ad altri fatti. Voglio dire che se ti tolgono un'inchiesta come Why not, Toghe lucane o come Poseidone, ti tolgono anche la possibilità di occuparti di cose che somigliano a quelle. Diciamo di tutte quelle cose che sono all'incrocio fra la politica e la giustizia, per le quali, magari perché hai lavorato bene, sei visto un po' come un pericolo.
Devo dire che io essendo uno di quelli che scrive sulla carta stampata per lungo tempo potesse essere solo quello lo strumento per arrivare a tutti, poi anche, e nonostante le vicende che mi hanno toccato in prima persona, ho sperimentato positivamente le capacità e le virtù della rete, per cui mi sono trovato ad esserne beneficiato pur essendo all'inizio uno di quelli che non aveva ancora capito bene l'enorme potenzialità.
Mi sono accorto che è uno strumento formidabile, anch'io a quel punto ho aperto un blog carlovulpio.it e su quel blog ho potuto anche scrivere, comunicare con quel pubblico al quale arrivavo con la carta stampata per quelle questioni che sulla carta stampata non mi vengono fatte fare più.
Quini non solo ritengo che lo strumento della rete sia molto positivo, ma ritengo di aver potuto addirittura allargare il pubblico che mi seguiva sul giornale, pur ritenendo che carta stampata e rete non siano due mezzi in conflitto, due mezzi alternativi, ma che possono benissimo completare l'uno o l'altro.
D. M: Mi sembra quasi scontata allora, la risposta, se dovessi chiederti un parere su questi emendamenti, leggi e leggine delle varie Carlucci, D'Alia, Levi Prodi eccetera.
Carlo Vulpio: Bè, io sorrido perché voglio dire: ci aveva provato il governo Prodi con il suo sottosegretario alla presidenza Levi, che fra l'altro è un giornalista che veniva pure dal Corriere della sera, e fatto da un giornalista insomma... ci ha provato Masi che ha coperto la stessa carica col governo Berlusconi, e poi D'Alia, Carlucci, come dire ormai è un elenco sterminato. E tutti quanti dicono la stessa, inutile e oserei dire eversiva cosa, cioè quella di imbavagliare i blogger, imbavagliare la rete, tutta questa voglia di controllo che hanno è in realtà una paura che ci deve rendere felici. Cioè hanno capito che sulla rete si forma una opinione pubblica che non c'era più, che non esisteva più e questo fa paura a loro. Non fa paura a chi, invece, ritiene che il sale della democrazia (dirò cose banali e ripetute ma sono fondamentali) è proprio questo: cioè la possibilità non so lo di informare, ma di essere informati da parte di gente che oggi da un sistema radiotelevisivo e di carta stampata non lo è più come dovrebbe essere. Questo è sotto gli occhi di tutti!
Anche qui, non è che diciamo cose sovversive, anzi quasi mi vergogno a dire cose così normali.
D. M: L'articolo 21 della Costituzione, infatti, dice che la stampa non può essere sottoposta a censura. Il Decreto ormai imminente, per non dire ormai passato, sulle intercettazioni va contro questo articolo.
Dal tuo punto di vista come cambierà l'informazione quando passerà questo decreto?
Carlo Vulpio: Mah io ritengo che fin quando non passa una cosa dobbiamo sempre dire "se passerà" poi se si vorrà fare una prova di forza non diamo per scontato che sia passato.
La cambierà l'informazione, la sta già cambiando. Intanto per un atteggiamento di tutta quella che, dico io, dovrebbe essere la categoria dei giornalisti, che avrebbe dovuto ribellarsi come un sol uomo di fronte a questo problema, perché il problema non è, diciamolo ancora una volta, quello delle intercettazioni non pertinenti ai reati o coperte ancora da segreto, e quindi quelle intercettazioni che riguardano la sfera privata. Questo nessuno vuole che siano pubblicate. Il problema però è che si usa questo argomento per ostacolare le intercettazioni come strumento di indagine, che sono le intercettazioni pertinenti ai reati, che riguardano una fase del procedimento non più coperto da segreto, e quindi la gente deve conoscere perché non deve conoscere "babbo morto" gli effetti di una scalata bancaria illegale perché quella è una scalata bancaria che danneggia ad esempio i piccoli risparmiatori. Se i pi ccoli risparmiatori non sanno cosa sta succedendo sono bell'e truffati nel momento in cui il fatto è compiuto.
Allora il punto è: non soltanto le intercettazioni come strumento d'indagine per la loro durata, che siano pertinenti ai reati, che non siano più coperte da segreto ma anche ma anche il momento della pubblicazione! Su questo poche persone spiegano. Il momento della pubblicazione è importante, quando non sono più coperte da segreto. Perché il momento della pubblicazione consente che alcuni reati in corso vengano sventati.
Quindi che serve dire: "aspettiamo la fine del processo o aspettiamo il rinvio a giudizio" serve semplicemente a occultare ancora una volta, a non far sapere. Questo è il vero dibattito sulle intercettazioni! Se permetti detto da uno che se ne intende perché è stato intercettato illegalmente su fatti non pertinenti a reati, non trova nessuna Bergamini che proponga il carcere per chi lo ha fatto, carcere al quale io sono comunque contrario su questo tipo di reati, allora, come dire, tutto ciò ci deve suggerire che c'è più di uno conto che non torna.

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