Il 29 Marzo del 1996 a 250 anni della sua morte ricordai Matteo Ripa con un opuscoletto (100 copie) estratto dalla Rassegna Storica Salernitana donandolo ad amici e chi me ne fece richiesta, nel 2007 “il Giornale di Eboli” ha pubblicato per cinque numeri, articoli miei sull’opera e la vita del Servo di Dio nostro concittadino Matteo Ripa. Dal 2008 i su citati articoli sono stati pubblicati sul sito online del Giornale di Eboli dal dott. Luigi Morsello che ne era il curatore, e alla data odierna l’articolo “Da Eboli a Pechino” risulta letto da 1503 visitatori del sito.
Gli scritti di studiosi su Matteo Ripa nel corso di tre secoli sono stati tanti, i libri prodotti sono diventati rari e per trovarli bisogna cercarli solo nelle grandi biblioteche nazionali.
Questa volta mi preme di ricordarlo con un articolo di Cesare Malpiga (1) apparso sul “Poliorama Pittoresco” del 25-5-1839 dove fa bella mostra anche un suo ritratto giovanile.
“Verso il 1701, innanzi al Palazzo del Vicerè in Napoli, stava fermato un giovine che forse non raggiungeva i diciotto anni. Un suo amico era salito per non so quali faccende negli uffici del Vicerè, ed egli camminando or lentamente ora a passi affrettati, mirava a vicenda il bel cielo di questo sempre ridente giardino, il mare che distendea le tranquille acque come un immenso azzurro tappeto, il Vulcano fumante, e mano mano tutto lo stupendo panorama percosso dai raggi d’un sole che volgea al tramonto guardava ed almanaccava tra se: che a dir vero la sua vita scorrea fra tutte le tempeste dell’età giovanile: e ogni giorno egli avea bevuto a lunghi sorsi nella tazza dei piaceri; di tal chè già ne scorgea il fondo, torbido limaccioso amarissimo, che dava una smentita solenne ai diletti che galleggiavano su l’orlo, quando ei v’appressò le labbra. Ed ecco un Sacerdote salito su una panca portatile cominciò a favellare al popolo raccolto la parola del Divino, che al popolo non si rammenta mai abbastanza. Molte volte il giovine aveva veduta la cosa medesima, ma sempre era passato sbadatamente…. E chi sa se talora non aveva pure schernito l’atto del pio ministero. Ma stavolta non sentiva lo stesso desiderio: onde accostandosi a poco a poco, giunse fra gli ascoltanti, piegò le braccia al petto, e ascoltò. Non so che cosa gli dicesse il cuore; ma certo i giorni di quel suo vivere scapestrato gli si schierarono in mente uno per uno, e in fondo in fondo alla lunga serie un giorno vedeva dagli altri oh quanto dissimile! ed era quello in cui egli lasciava Eboli sua patria, e suo padre, Gio: Filippo Ripa, piangendo e abbracciandolo gli raccomandava di essere saggio e virtuoso, e poi accomiatandolo lo benedisse. In qual modo eseguisse il paterno consiglio, glielo diceva il tempo che volse da quel dì fino a quell’ora di rimembranza. E dove lo condurrà il suo tenore di vita? la risposta la diede il Sacerdote per lui, gridando: dopo le tre scelleraggini di Damasco, e dopo le quattro io non la richiamerò: (Amos. C. I.) poi il buon Prete andava facendo il commento a quel detto terribile, mostrando come gl’iniqui s’avvedranno che non si sprezza impunemente lo sdegno del Signore. In questa le campane della Città pingevano il giorno che moriva, e chiamavano i credenti alla preghiera. Le turbe raccolte, alla voce del sacro oratore che esclamò: preghiamo per noi, pregate per i figli vostri, si prostarono e pregarono: il giovine quasi senza volerlo imitò l’esempio, e postosi ginocchioni pregò. Compito l’atto, mentre il popolo sgombrava dietro il Ministro dell’altare, e che egli si trovò solo nel pianto silente, si sentì tutt’altro uomo da quel che era. Poche parole di prece aveva pronunziate, ma quelle parole lo avevano rigenerato. Allora senza porre tempo in mezzo corse ai piedi di un P. Torres, Pio Operaio, e tutti gli svelò i suoi errori; dicendogli, di volersi dedicare al Sacerdozio. Né fu vano disegno, perché il 26 maggio di quell’anno vestì l’abito dei chierici, e poi il 20 dicembre del 1707 in Salerno fu unto Sacerdote. Nel tempo che corse frammezzo a queste due epoche, per consiglio dei medici erasi recato su quell’altura, ove oggi è la casa dei Cinesi, onde rinfrancare la cadente salute spirando quell’aere purissimo. Colà nel raccoglimento dei suoi novelli pensieri non so qual celato presentimento gli menava innanzi un tempo in cui verrebbe in quel luogo edificando un ricovero di Sacerdoti, che sgombri d’ogni pensiero terreno andrebbero coltivando gli studi sacri, ed altra cura non avrebbero tranne quella della predicazione e della preghiera. E dove, interrogava egli se stesso, dove cercherò io le necessarie conoscenze? A Roma, rispondergli il cuore. Là tra monumenti santificati dal Cristianesimo aleggia perpetuamente il Genio del Signore, sorge gigante il pensiero della fede di grandi portenti operatrice – In quella il P. Torres andava nella città eterna. Tornando narrava al giovine ravveduto, come Papa Clemente XI, perché le vasti regioni dell’Asia udissero la parola del Verbo,aveva destinato un quartiere nel Collegio della Propaganda. La si raccoglierebbero quelli fra gli Ecclesiastici che volessero assumere il sublime incarico, là studierebbero la lingua di quella gente lontanissima, per poi muovere al gran viaggio. E voi, diceva il Torres, voi sarete un bel numero; chè io ebbi facoltà dal santo Padre di scegliere chi più atto mi sembrasse alla bisogna. E il Ripa dopo pochi dì, una al Calabrese Sacerdote D. Gennaro Amodei recatasi a prendere congedo dal Torres. Da lui rincuorati e benedetti si partirono alla volta di Roma. Era il dì 26 novembre 1705. Giunti che furono, non so per qua’ casi non potettero albergare nel luogo destinato. E però ricovrati in questo ora in quell’altro asilo ebbero a patire tutti i disagi che accompagnano chi ha difetto di denari. Ma la miseria, ed era veramente estrema, non rallentava lo zelo di lui che ormai tutto al faticoso uffizio s’era dedicato. Aiutato finalmente dalle largizioni di clemente, ito a predicar la Quaresima a Capradosso, fatto confessore nel collegio Ecclesiastico, potè aspettare che giungessero dalla Cina le nuove di Carlo Tommaso Tournon Patriarca di Antiochia in Cina spedito come legato Apostolico. E vennero queste nuove non prima del 1707 recate dalla Carovana di Mosca. Portavano che il Regnante Imperatore Kanghsy aveva fatto le grate accoglienze a chi di parte del Papa erasi colà recato – Volle il Pontefice premiar con la porpora Cardinalizia il legato, e questa volle che gli recassero i missionari. Allora furono definitivamente scelti, e con un Guglielmo Fabri Agostiniano, Ciuseppe Cerù dei chierici minori e Domenico Perrone, vi fu anche il nostro Ripa. Nel dì 8 di ottobre 1707 furono a baciare il piede del santo padre, e poi nel dì 13 mossero per Bologna, poi per Insbruk, Augusta, e Francoforte, vennero a Colonia. Da Colonia si recarono a Rotterdam, poi a Brilla, poi a Harwich donde mossero per Londra. Colà un ostacolo inaspettato trovarono: chè per le vertenze tra gli Sguardi, Anna Regina d’Inghilterra sequestrò tutte le navi, e tutti gli Ecclesiastici Cattolici comandò che s’imprigionassero. Allora i nostri pellegrini salirono a cercar asilo su la nave il Donegal che aveva gettate le ancore nel porto di Hoop, e con questa salparono dalle coste dell’Isola agitata dalle fazioni. Ponendo alla vela udirono come il legno che di Livorno loro doveva recare in Inghilterra gli abiti e le altre cose necessarie al lungo tragitto era stato predato dai Barbareschi. I suoi compagni se ne afflissero; ma il Ripa postosi ginocchioni sul cassero adorò i decreti del Signore. Non gli rimaneva forse il breviario e la Croce! ebbene: a compiere la Evangelica missione bastavano quel codice, e quel seno santissimo. I discepoli di Cristo poveri e nudi anch’essi si mossero a spandere la civiltà fra le genti. Nel dì 4 febbraio 1709 gettavano le ancore nel porto di Bengala. Colà l’inglese naviglio doveva arrestarsi: nè altro ve n’era che movesse per alla volta del grande impero. Solo tre vascelli eran per recarsi nelle Filippine. Sopra uno di essi s’imbarcò il Ripa separandosi dagli altri, loro dicendo: andrebbe in quelle Isole, e di là nella Cina. Toccata Malaga, riunito ai suoi, giungeano poi a Manila, ove il de Tournon fece conoscere al Ripa portar le lettere di Roma esser lui un pittore, e però come tale lo invierebbe all’Imperatore. Or quest’arte Ripa non possedeva affatto, se non che talora per passatempo aveva gittati pochi colori su la tela dipingendo sconciamente un qualche Santo: ciò lo aveva fatto credere un artista; ciò producea l’inganno del Cardinale. Ma fu vana ogni rimostranza. E bisognò partire per Canton con questo carattere. Colà giunti, dopo altri settanta giorni di via entravano a Pekino. Era il 6 febbraio 1711. Quaranta mesi avevano impiegato nell’aspro e periglioso viaggio: e in questo tempo fermandosi or quà or là, nelle campagne deserte, negli abituri ove mai s’era udita la parola di Dio, sul bordo delle navi, il Ripa l’aveva sempre annunziata questa parola di pace e di amore; aveva sparse le acque rigeneratrici sul capo degl’infedeli; aveva composti dissidi, rimesse le colpe in nome di Colui che vede e perdona; talchè toccando la terra tanto in vocata, entrando nell’immensa città ove milioni di uomini stanno stazionari in mezzo ai progressi del mondo, il sacerdote di Cristo contava già parecchi trionfi – In Pekino lo menarono una ai compagni nel Palazzo Imperiale. – Ora un’altra scena incomincia. L’Apostolo del Vaticano, venuto dalla lontanissima ed ignota Eboli a compiere l’opera dei portenti, è nella Regia del monarca al di cui nome una intera nazione si prostra reverente, innanzi a cui i tremanti mandarini stanno colla fronte inchinata nella polvere. Or va, e non temere, Soldato del Signore; il culto che annunzi è destinato ad essere la legge delle nazioni”.
Note:
1). Cesare Malpica ( Capua, 1801 – Salerno, 1848) fu uno dei più prolifici scrittori della prima metà dell’Ottocento napoletano. La sua produzione spazia dai resoconti di viaggi in Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Roma, Umbria, Toscana. Collaborò al “Poliorama pittoresco” , periodico ricco di illustrazioni fondato nel 1835 da Filippo Girelli per un pubblico di lettori del ceto medio e da lui stesso diretto. Il suo interesse per Matteo Ripa fu motivato dalla sua vena di divulgatore di grandi figure, italiane ed europee, entrate nella storia.
Gli scritti di studiosi su Matteo Ripa nel corso di tre secoli sono stati tanti, i libri prodotti sono diventati rari e per trovarli bisogna cercarli solo nelle grandi biblioteche nazionali.
Questa volta mi preme di ricordarlo con un articolo di Cesare Malpiga (1) apparso sul “Poliorama Pittoresco” del 25-5-1839 dove fa bella mostra anche un suo ritratto giovanile.
“Verso il 1701, innanzi al Palazzo del Vicerè in Napoli, stava fermato un giovine che forse non raggiungeva i diciotto anni. Un suo amico era salito per non so quali faccende negli uffici del Vicerè, ed egli camminando or lentamente ora a passi affrettati, mirava a vicenda il bel cielo di questo sempre ridente giardino, il mare che distendea le tranquille acque come un immenso azzurro tappeto, il Vulcano fumante, e mano mano tutto lo stupendo panorama percosso dai raggi d’un sole che volgea al tramonto guardava ed almanaccava tra se: che a dir vero la sua vita scorrea fra tutte le tempeste dell’età giovanile: e ogni giorno egli avea bevuto a lunghi sorsi nella tazza dei piaceri; di tal chè già ne scorgea il fondo, torbido limaccioso amarissimo, che dava una smentita solenne ai diletti che galleggiavano su l’orlo, quando ei v’appressò le labbra. Ed ecco un Sacerdote salito su una panca portatile cominciò a favellare al popolo raccolto la parola del Divino, che al popolo non si rammenta mai abbastanza. Molte volte il giovine aveva veduta la cosa medesima, ma sempre era passato sbadatamente…. E chi sa se talora non aveva pure schernito l’atto del pio ministero. Ma stavolta non sentiva lo stesso desiderio: onde accostandosi a poco a poco, giunse fra gli ascoltanti, piegò le braccia al petto, e ascoltò. Non so che cosa gli dicesse il cuore; ma certo i giorni di quel suo vivere scapestrato gli si schierarono in mente uno per uno, e in fondo in fondo alla lunga serie un giorno vedeva dagli altri oh quanto dissimile! ed era quello in cui egli lasciava Eboli sua patria, e suo padre, Gio: Filippo Ripa, piangendo e abbracciandolo gli raccomandava di essere saggio e virtuoso, e poi accomiatandolo lo benedisse. In qual modo eseguisse il paterno consiglio, glielo diceva il tempo che volse da quel dì fino a quell’ora di rimembranza. E dove lo condurrà il suo tenore di vita? la risposta la diede il Sacerdote per lui, gridando: dopo le tre scelleraggini di Damasco, e dopo le quattro io non la richiamerò: (Amos. C. I.) poi il buon Prete andava facendo il commento a quel detto terribile, mostrando come gl’iniqui s’avvedranno che non si sprezza impunemente lo sdegno del Signore. In questa le campane della Città pingevano il giorno che moriva, e chiamavano i credenti alla preghiera. Le turbe raccolte, alla voce del sacro oratore che esclamò: preghiamo per noi, pregate per i figli vostri, si prostarono e pregarono: il giovine quasi senza volerlo imitò l’esempio, e postosi ginocchioni pregò. Compito l’atto, mentre il popolo sgombrava dietro il Ministro dell’altare, e che egli si trovò solo nel pianto silente, si sentì tutt’altro uomo da quel che era. Poche parole di prece aveva pronunziate, ma quelle parole lo avevano rigenerato. Allora senza porre tempo in mezzo corse ai piedi di un P. Torres, Pio Operaio, e tutti gli svelò i suoi errori; dicendogli, di volersi dedicare al Sacerdozio. Né fu vano disegno, perché il 26 maggio di quell’anno vestì l’abito dei chierici, e poi il 20 dicembre del 1707 in Salerno fu unto Sacerdote. Nel tempo che corse frammezzo a queste due epoche, per consiglio dei medici erasi recato su quell’altura, ove oggi è la casa dei Cinesi, onde rinfrancare la cadente salute spirando quell’aere purissimo. Colà nel raccoglimento dei suoi novelli pensieri non so qual celato presentimento gli menava innanzi un tempo in cui verrebbe in quel luogo edificando un ricovero di Sacerdoti, che sgombri d’ogni pensiero terreno andrebbero coltivando gli studi sacri, ed altra cura non avrebbero tranne quella della predicazione e della preghiera. E dove, interrogava egli se stesso, dove cercherò io le necessarie conoscenze? A Roma, rispondergli il cuore. Là tra monumenti santificati dal Cristianesimo aleggia perpetuamente il Genio del Signore, sorge gigante il pensiero della fede di grandi portenti operatrice – In quella il P. Torres andava nella città eterna. Tornando narrava al giovine ravveduto, come Papa Clemente XI, perché le vasti regioni dell’Asia udissero la parola del Verbo,aveva destinato un quartiere nel Collegio della Propaganda. La si raccoglierebbero quelli fra gli Ecclesiastici che volessero assumere il sublime incarico, là studierebbero la lingua di quella gente lontanissima, per poi muovere al gran viaggio. E voi, diceva il Torres, voi sarete un bel numero; chè io ebbi facoltà dal santo Padre di scegliere chi più atto mi sembrasse alla bisogna. E il Ripa dopo pochi dì, una al Calabrese Sacerdote D. Gennaro Amodei recatasi a prendere congedo dal Torres. Da lui rincuorati e benedetti si partirono alla volta di Roma. Era il dì 26 novembre 1705. Giunti che furono, non so per qua’ casi non potettero albergare nel luogo destinato. E però ricovrati in questo ora in quell’altro asilo ebbero a patire tutti i disagi che accompagnano chi ha difetto di denari. Ma la miseria, ed era veramente estrema, non rallentava lo zelo di lui che ormai tutto al faticoso uffizio s’era dedicato. Aiutato finalmente dalle largizioni di clemente, ito a predicar la Quaresima a Capradosso, fatto confessore nel collegio Ecclesiastico, potè aspettare che giungessero dalla Cina le nuove di Carlo Tommaso Tournon Patriarca di Antiochia in Cina spedito come legato Apostolico. E vennero queste nuove non prima del 1707 recate dalla Carovana di Mosca. Portavano che il Regnante Imperatore Kanghsy aveva fatto le grate accoglienze a chi di parte del Papa erasi colà recato – Volle il Pontefice premiar con la porpora Cardinalizia il legato, e questa volle che gli recassero i missionari. Allora furono definitivamente scelti, e con un Guglielmo Fabri Agostiniano, Ciuseppe Cerù dei chierici minori e Domenico Perrone, vi fu anche il nostro Ripa. Nel dì 8 di ottobre 1707 furono a baciare il piede del santo padre, e poi nel dì 13 mossero per Bologna, poi per Insbruk, Augusta, e Francoforte, vennero a Colonia. Da Colonia si recarono a Rotterdam, poi a Brilla, poi a Harwich donde mossero per Londra. Colà un ostacolo inaspettato trovarono: chè per le vertenze tra gli Sguardi, Anna Regina d’Inghilterra sequestrò tutte le navi, e tutti gli Ecclesiastici Cattolici comandò che s’imprigionassero. Allora i nostri pellegrini salirono a cercar asilo su la nave il Donegal che aveva gettate le ancore nel porto di Hoop, e con questa salparono dalle coste dell’Isola agitata dalle fazioni. Ponendo alla vela udirono come il legno che di Livorno loro doveva recare in Inghilterra gli abiti e le altre cose necessarie al lungo tragitto era stato predato dai Barbareschi. I suoi compagni se ne afflissero; ma il Ripa postosi ginocchioni sul cassero adorò i decreti del Signore. Non gli rimaneva forse il breviario e la Croce! ebbene: a compiere la Evangelica missione bastavano quel codice, e quel seno santissimo. I discepoli di Cristo poveri e nudi anch’essi si mossero a spandere la civiltà fra le genti. Nel dì 4 febbraio 1709 gettavano le ancore nel porto di Bengala. Colà l’inglese naviglio doveva arrestarsi: nè altro ve n’era che movesse per alla volta del grande impero. Solo tre vascelli eran per recarsi nelle Filippine. Sopra uno di essi s’imbarcò il Ripa separandosi dagli altri, loro dicendo: andrebbe in quelle Isole, e di là nella Cina. Toccata Malaga, riunito ai suoi, giungeano poi a Manila, ove il de Tournon fece conoscere al Ripa portar le lettere di Roma esser lui un pittore, e però come tale lo invierebbe all’Imperatore. Or quest’arte Ripa non possedeva affatto, se non che talora per passatempo aveva gittati pochi colori su la tela dipingendo sconciamente un qualche Santo: ciò lo aveva fatto credere un artista; ciò producea l’inganno del Cardinale. Ma fu vana ogni rimostranza. E bisognò partire per Canton con questo carattere. Colà giunti, dopo altri settanta giorni di via entravano a Pekino. Era il 6 febbraio 1711. Quaranta mesi avevano impiegato nell’aspro e periglioso viaggio: e in questo tempo fermandosi or quà or là, nelle campagne deserte, negli abituri ove mai s’era udita la parola di Dio, sul bordo delle navi, il Ripa l’aveva sempre annunziata questa parola di pace e di amore; aveva sparse le acque rigeneratrici sul capo degl’infedeli; aveva composti dissidi, rimesse le colpe in nome di Colui che vede e perdona; talchè toccando la terra tanto in vocata, entrando nell’immensa città ove milioni di uomini stanno stazionari in mezzo ai progressi del mondo, il sacerdote di Cristo contava già parecchi trionfi – In Pekino lo menarono una ai compagni nel Palazzo Imperiale. – Ora un’altra scena incomincia. L’Apostolo del Vaticano, venuto dalla lontanissima ed ignota Eboli a compiere l’opera dei portenti, è nella Regia del monarca al di cui nome una intera nazione si prostra reverente, innanzi a cui i tremanti mandarini stanno colla fronte inchinata nella polvere. Or va, e non temere, Soldato del Signore; il culto che annunzi è destinato ad essere la legge delle nazioni”.
Note:
1). Cesare Malpica ( Capua, 1801 – Salerno, 1848) fu uno dei più prolifici scrittori della prima metà dell’Ottocento napoletano. La sua produzione spazia dai resoconti di viaggi in Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Roma, Umbria, Toscana. Collaborò al “Poliorama pittoresco” , periodico ricco di illustrazioni fondato nel 1835 da Filippo Girelli per un pubblico di lettori del ceto medio e da lui stesso diretto. Il suo interesse per Matteo Ripa fu motivato dalla sua vena di divulgatore di grandi figure, italiane ed europee, entrate nella storia.


3 commenti:
Mi preme evidenziare che ero il responsabile unico di redazione del settimanale online IL GIORNALE DI EBOLI, e che la collaborazione, gratuita, cessò per dissapori con il webmaster e con l'editore, del quale il primo è figlio.
Per reazione aprii un blog, che altrimenti avrei ignorato, con non poca mia soddisfazione e, credo, anche degli amici blogger e dei lettori, che ieri hanno raggiunto un picco giornaliero di n. 736 visitatori, motivo di ulteriore soddisfazione da parte mia.
Mariano Pastore è uno studioso della storia di Eboli e dei suoi uomini più illustri, tutti appartenuti al passato.
Il presente è notevolmente squallido.
Oggi mi sento..."diabolica"...:))
Sono contenta che Tu abbia avuto dissapori con il webmaster e l'editore! Non volermene!!
Volertene ? Ma quando mai ! Anzi ti ringrazio per il sottinteso del tuo commento.
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