
Le immagini di Gianni Rinaldini spintonato e tirato giù a forza dal palco dal quale avrebbe dovuto parlare hanno impresso una conclusione imprevista e drammatica alla manifestazione dei lavoratori Fiat, ieri a Torino.
Non c’è dubbio che si sia trattato di un gesto preparato e voluto, per dimostrare con la forza dell’esempio il carattere irriducibile di una lotta la cui posta in gioco è identificata con lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. La protesta violenta orchestrata dai Cobas contro i vertici sindacali vuole imprimere una radicalizzazione alla tensione che nelle ultime settimane è salita dentro e attorno agli stabilimenti meridionali del Gruppo Fiat. Un clima che aveva già trovato testimonianza nella puntata di giovedì scorso di Annozero, rivelando come la mobilitazione in atto stesse assumendo contorni e tonalità ormai distanti dal discorso sindacale. A questo punto l’azione dei Cobas si rivolge allo stesso modo contro le tre sigle confederali senza distinzione. Se il segretario della Fim-Cisl non ha potuto nemmeno iniziare l’intervento, l’aggressione a Rinaldini ha assunto un’efficacia dimostrativa ancora maggiore: i sindacati ufficiali sono accusati di essere «venduti» semplicemente perché non avanzano l’unica, perentoria richiesta che i Cobas vogliono sentire, cioè la totale intangibilità di ogni impianto produttivo.
La lunga durata della crisi sta ispessendo un malessere che alimenta un’onda populistica, estranea nel suo linguaggio e nei suoi comportamenti alla mediazione sindacale. Di fronte al sommovimento in corso nel sistema mondiale dell’auto, prende corpo una reazione tendente a negare semplicemente ogni cambiamento per lasciare tutto così com’è. Si fa strada un atteggiamento di resistenza, il cui scopo è difendere la realtà esistente, come dicevano provocatoriamente alcuni degli slogan e degli striscioni del corteo torinese di ieri: se Marchionne è davvero un manager bravo, allora lo provi non toccando né una fabbrica né un posto di lavoro. E non è un caso che la protesta investa direttamente i tre sindacati, accusati di aver avallato l’opera fin qui condotta dall’amministratore delegato della Fiat. Potrebbe apparire persino una sorta di minaccia preventiva, quando ancora non è emersa nessuna misura e nessuna decisione nei confronti degli impianti considerati da sempre più a rischio, Pomigliano e Termini Imerese. Non serve che Marchionne ricordi, come ha fatto venerdì scorso, che è prematuro discutere della sorte degli stabilimenti quando non si può ancora sapere la configurazione effettiva del nuovo gruppo automobilistico al quale sta febbrilmente lavorando in queste settimane. La partita tedesca per l’acquisizione della Opel è tutt’altro che conclusa e anche i suoi tempi potranno non essere così rapidi. Ma appunto per questo forme dure di lotta come quelle sperimentate ieri dinanzi al Lingotto valgono proprio a mettere in chiaro la priorità assoluta della salvaguardia degli stabilimenti e dei posti di lavoro, a prescindere da ogni riassetto industriale.
Il denso grumo di timori e preoccupazioni su cui fanno leva i Cobas è alimentato da un’incertezza sullo sbocco della crisi che sembra aumentare invece di diminuire, man mano che i giorni passano. I mezzi d’informazione ricordano continuamente le risorse imponenti che alcune nazioni hanno posto in campo per la loro industria automobilistica. Molti pensano che l’Italia, che non dispone dei capitali pubblici della Germania e della Francia per sostenere le loro imprese, finirà col dover pagare costi sociali più elevati, con una perdita più grave di capacità produttiva e di occupazione. Certo, non ha giovato che gli Stati europei abbiano proceduto in ordine sparso davanti alla crisi, dando l’impressione che ogni comunità nazionale badasse anzitutto a se stessa. Spinta fino in fondo, questa logica porta inevitabilmente a far sì che ogni territorio voglia difendere con le unghie e coi denti le sue fabbriche. Ma così si dimentica che l’organizzazione industriale vive soltanto se opera continue metamorfosi. Stiamo smarrendo l’idea che le fabbriche siano luoghi in cui si opera una trasformazione incessante. Se così non fosse, non si capirebbe come mai Mirafiori abbia potuto compiere l’altroieri i suoi settant’anni.
Il sindacato ha dinanzi a sé un mestiere molto difficile: deve aiutare a far capire, in un frangente di crisi acuta, che le fabbriche possono vivere solo se si attrezzano per evolvere e cambiare, con gli indispensabili strumenti di sostegno che ciò esige. Altrimenti la loro sorte è segnata.


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