
Andreotti è stato, in passato, ingiustamente accusato di attività mafiosa (Palermo) e d’omicidio volontario (Perugia). Nel corso dei due giudizi, che durarono anni, mai pronunziò una parola contro i magistrati; anzi, dichiarò sempre rispetto e fiducia nei confronti della giustizia. Lo statista democristiano conosceva bene le regole del gioco. Guai se avesse messo in dubbio l’onestà del giudice chiamato a giudicarlo: sarebbe stato un attacco intollerabile allo Stato di diritto ed all’organizzazione democratica del Paese, una delegittimazione inaccettabile di uno dei poteri dello Stato.
Molto diverse sono state ieri l’altro, e nuovamente ieri, le reazioni di Berlusconi alle motivazioni della sentenza che ha condannato per corruzione l’avvocato Mills. «È una sentenza semplicemente scandalosa», ha scandito il premier, «per di più uscita prima delle elezioni in modo puntualmente programmato». Durissimo è stato, in particolare, l’attacco personale, reiterato, al presidente del collegio che ha emesso la sentenza: «L’ho ricusato perché dichiaratamente di parte e prevenuto», ha affermato il primo ministro.
«Una vergogna. Andrò in Parlamento a chiarire la verità dei fatti ed a dire ciò che penso di certa magistratura politicizzata».
Le parole del presidente del Consiglio sollevano un problema di merito e un problema di forma. Nel merito, non v’è dubbio che ciascuno di noi sia legittimato a non condividere il contenuto delle sentenze e pertanto a criticarle. Nessuno, ritenendo che una sentenza sia ingiusta, è tuttavia autorizzato a cadere automaticamente nell’aggressione e nella contumelia personale, ad accusare di comportamenti disonesti il magistrato che l’ha giudicato, a delegittimarlo ed a delegittimare insieme con lui l’intero ordine giudiziario. A maggior ragione non è autorizzato a farlo il presidente del Consiglio, che, unitamente alle altre massime cariche istituzionali, dovrebbe essere ancora più attento al rispetto delle regole e dello Stato di diritto.
Non so dire, perché non conosco gli atti processuali, se la condanna dell’avvocato Mills si fondi su solidi elementi d’accusa, come sembrerebbe arguibile dalla lettura della sentenza, o se abbia ragione chi, come Berlusconi, sostiene che la verità sia tutt’altra: che i denari percepiti da tale avvocato costituiscono la giusta retribuzione di prestazioni professionali e che non c’è stata, in due processi che interessavano Fininvest e la sua proprietà, nessuna falsa testimonianza da parte di costui. Comunque stiano le cose, c’è in ogni caso, oggi, una sentenza emessa, a conclusione di un processo regolare, da tre giudici legittimamente nominati; una sentenza che, fino a prova contraria, deve essere pertanto rispettata come ogni altra sentenza. Nei suoi confronti vi può essere critica ragionata, contumelia mai.
Un giudice d’appello potrà d’altronde rileggere le carte e giudicare i fatti in modo diverso, assolvendo Mills. Così prevede il nostro sistema di giustizia, modello di garantismo e di tutela dei diritti dell’imputato. Lo stesso Berlusconi, ieri l’altro, ha d’altronde dichiarato che quando il processo riprenderà «ci sarà comunque una assoluzione totale». Perché, dunque, tanta acrimonia contro la sentenza di primo grado? Perché tanta aggressione nei confronti del giudice che l’ha pronunciata? Perché, soprattutto, le risposte sprezzanti a chi, nella conferenza stampa, gli ha domandato per quale ragione, allora, non rinunciava all’immunità del lodo Alfano, consentendo a un eventuale magistrato non prevenuto di giudicarlo in scienza e coscienza?
So che un buon numero di lettori di questo giornale è convinto che Berlusconi sia stato vittima di persecuzioni giudiziarie e ritiene che sia ora di finirla con le accuse e i processi penali a suo carico: lo si lasci lavorare in tranquillità per il bene del Paese. È un’opinione che merita attenzione, come quella, contrapposta, di chi ritiene invece che egli, protagonista d’illiceità e prevaricazioni d’ogni genere, sia stato, e sia soprattutto oggi a causa del lodo Alfano, oggetto di odiosi privilegi giudiziari.
Al di là di tali divergenze, su di un profilo si dovrebbe, peraltro, tutti convenire. Se un Paese si dota di un sistema di regole di convivenza, e prevede che determinati arbitri garantiscano la loro osservanza, non è consentito a nessuno reagire con il vituperio e l’aggressione se un arbitro decide in modo contrario ai suoi auspici o ai suoi interessi. Se così accadesse, e diventasse norma nella reazione popolare, si dissolverebbero regole, arbitri e lo stesso Paese.


Nessun commento:
Posta un commento