
Nell’arco d’un solo pomeriggio il presidente del Consiglio ha attaccato due poteri su tre: comunisti i magistrati, fannulloni i deputati. Più che un’opinione, un anatema, un doppio affondo contro il corpo giudiziario e contro il Parlamento. Si salva, guardacaso, unicamente il potere esecutivo, anche perché altrimenti Berlusconi avrebbe dovuto bisticciare con se stesso.
È il caso di menare scandalo? Sì, è il caso. Non tanto in nome del galateo costituzionale, una pagina ormai ingiallita della nostra vita pubblica; anche se le nazioni muoiono di impercettibili scortesie, diceva Giraudoux. Neppure in nome del linguaggio edulcorato che un tempo usavano i notabili Dc; dopotutto la franchezza è una virtù, benché nella seconda Repubblica le parole dei politici siano diventate altrettanti corpi contundenti. Ma quando il politico di turno è il leader del nostro maggior partito, quando ha in pugno il timone del governo, s’apre allora una duplice questione: di metodo e di merito. Circa il metodo, rimbalza la domanda sollevata dallo stesso Berlusconi: non vale forse per il premier la libertà di manifestazione del pensiero di cui godono tutti gli italiani?
Non allo stesso modo, non in tutti i casi. Nei manuali di diritto si distingue tra manifestazione ed esternazione del pensiero, riferendo quest’ultima al Capo dello Stato, ai presidenti delle assemblee parlamentari, o per l’appunto al premier. Insomma la prima è una libertà, la seconda un potere. E il potere d’esternazione incontra limiti più netti, più stringenti, rispetto alle parole che viaggiano nei nostri discorsi collettivi. Perché è un potere che s’accompagna all’esercizio d’un potere - quello di rappresentare la nazione, di guidare i lavori delle Camere, d’orientare l’attività amministrativa. E perché in uno Stato di diritto nessun potere vive in solitudine, deve rispettare i territori altrui, senza invaderli nemmeno verbalmente.
Qui allora viene in gioco il merito, il contenuto dell’esternazione con cui Berlusconi ha salutato la platea di Confindustria. È vero o no che il Parlamento è un treno a vapore, che basterebbero 100 deputati come negli Usa (in realtà sono 435, presidente), che a propria volta l’esecutivo ha ricevuto in dotazione un fucile scarico dai nostri padri fondatori? Sì e no. Quanto ai parlamentari, effettivamente 945 sono troppi, quando si pensi che i costituenti erano poco più della metà (556), e che in un anno e mezzo scrissero la legge delle leggi. Ma sulla cura dimagrante concorda altresì l’opposizione: e allora passate dalle parole ai fatti. Quanto ai poteri del governo, di nuovo l’opposizione concorda su qualche aggiustamento, ma di nuovo la riforma sin qui è rimasta avvolta in una nuvola verbale.
È falso tuttavia che la democrazia italiana, sia pure con tutti i suoi difetti, indossi una camicia di gesso, sia insomma come paralitica. Il quarto governo Berlusconi ha varato 35 decreti legge, dei quali 34 convertiti dalle Camere. Nel suo primo anno di vita a Prodi ne vennero convertiti 19; eppure le istituzioni sono rimaste tali e quali, evidentemente è cambiato lo stile di guida del pilota. Quel medesimo pilota ha posto per 18 volte la questione di fiducia: dunque le regole in vigore non escludono le maniere forti. Ma se è per questo, non escludono neppure le maniere rapide. Tanto per dire, nel luglio scorso il lodo Alfano è giunto in porto dopo appena un mese di navigazione, mentre in aprile la legge che ha spostato il referendum al 21 giugno ha ottenuto il via libera di Camera e Senato in una settimana. Nell’uno e nell’altro caso c’era una forte volontà politica a mettere benzina nel motore. E allora coraggio, usiamola per fare le riforme. Possibilmente senza innescare incendi.
michele.ainis@uniroma3.it


Nessun commento:
Posta un commento