mercoledì 20 maggio 2009

PINELLI, NAPOLITANO E IL CORRIERE DELLA SERA: UNA POLEMICA IMPREVISTA…

(Pinelli - Calabresi)
AldoGiannuli.it
aldo@aldogiannuli.it

L’incontro fra le due vedove di Calabresi e Pinelli ed il relativo discorso del Presidente Napolitano hanno innescato una serie di polemiche a ricaduta per cui una innesca un’altra.
Due osservazioni sul discorso del Presidente: se Pinelli è stato una vittima, ci sarà stato pure un carnefice che lo ha reso tale o no? Chi è stato?
La teoria del “malore attivo” di D’Ambrosio va a farsi benedire ed occorre essere meno reticenti, come Giuliano Ferrara a fatto notare: le cose non si possono dire a metà.
Personalmente sono giunto alla conclusione che Calabresi non era nella stanza al momento del volo di Pinelli, ma che abbia fatto l’errore di avallare la versione dei suoi uomini, come se ci fosse stato.
Delle due l’una: o (come credo) non era presente, ed allora aveva il dovere di dire che non ne sapeva nulla, o poteva sostenere la tesi del suicidio, ma ammettendo di essere stato presente al momento. Credo che egli abbia fatto prevalere il “senso di corpo”, pessima cosa in una vicenda di quella gravità. Questo non toglie che per quell’errore abbia poi pagato un prezzo enorme, prima con la violenta campagna (al limite del linciaggio morale) e poi con l’assassinio a soli 32 anni.
Tornando a Napolitano, nel suo discorso ha accennato al Doppio Stato liquidandolo come “fantomatico”. Ovviamente il Presidente è liberissimo di esprimere una sua opinione, doppiamente autorevole ove si consideri il suo passato che lo vede fra le figure principali della storia repubblicana. Dunque, nulla da eccepire, ma solo se la cosa resta in questi termini. Infatti, non ci risulta che, fra le attribuzioni che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato, ci sia anche quella di sancire quale sia l’interpretazione storiografica più calzante. Questo, in un regime liberale, è compito del dibattito scientifico, che non ha bisogno di timbri di nessuna autorità politica, come accadeva in Urss.
Peraltro siamo convinti che non fosse intenzione di Napolitano ergersi ad arbitro dei dibattiti storiografici.
A inclinare il piano del discorso ci ha pensato un infelice articolo di Pier Luigi Battista (Corriere della Sera del 11 maggio us), che tirava per i capelli il discorso di Napolitano, per un sommario regolamento di conti con una serie di autori rei, dal suo punto di vista, di confluire nell’aborrita “ideologia del Doppio Stato” di cui forniva una versione puramente caricaturale. Gli autori citati (una schiera quanto mai eterogenea) hanno reagito in vario modo. Anche chi scrive queste righe ci ha provato, chiedendo spazio al Corriere che, nonostante le assicurazioni opposte, decideva di non pubblicare il pezzo che qui alleghiamo (pdf). Fra gli altri Travaglio ha recriminato sul comportamento del Presidente al tempo in cui era stato Ministro dell’Interno, attirandosi i fulmini di Piero Fassino che ha immediatamente solidarizzato con il Capo dello Stato.
Vedremo le prossime puntate del tormentone. (guarda e leggi il commento di Marco Travaglio in Passaparola del 18 maggio ‘09)
Per ora, dato che la polemica ha investito l’affaire del cd “archivio parallelo della via Appia”, di cui sono stato testimone diretto, mi incombe il dovere di dare qualche informazione in merito.
Sono aiutato nell’operazione dagli appunti che ho costantemente tenuto nel periodo in cui sono stato consulente parlamentare (una sorta di diario che va dal gennaio 1994 al gennaio 2006) e che forse farei bene a pubblicare.
Nella primavera del 1996, come si ricorderà, la sinistra vinse le elezioni e Napolitano diventò il Ministro dell’Interno del primo governo Prodi. Subito la Repubblica andò ad intervistare il vecchio Federico Umberto D’Amato (sarebbe morto il 1° agosto successivo), che disse gran bene del nuovo ministro, sostenendo di conoscerlo bene per averlo “osservato” per un trentennio, in ragione del suo lavoro. Napolitano, da parte sua, si preoccupava di mandare messaggi distensivi alla polizia che, magari, avrebbe potuto essere preoccupata dall’arrivo di un ex comunista al Viminale ed assicurò di non essere venuto a “cercare scheletri nell’armadio”.

Si capisce quindi l’imbarazzo, pochi mesi dopo, quando scoppiò la questione dell’archivio irregolare della Via Appia in cui erano custodite le carte degli Affari Riservati. Napolitano rassicurò l’opinione pubblica che tutto sarebbe stato chiarito e ne sarebbe stata data completa informazione. A questo scopo, nominò una commissione di inchiesta amministrativa che, fra l’altro, ascoltò pure chi vi parla. La commissione ci impiegò diversi mesi e, alla fine, stese una lunghissima relazione che il Ministro inviò tempestivamente in Commissione Stragi. Ma, la relazione venne segretata e per la sua consultazione vennero adottate misure senza precedenti. Sino a quel punto, i documenti riservati – e per tali si intendeva solo quelli di istruttorie penali ancora in corso - non potevano essere riprodotti in fotocopia, ma erano liberamente consultabili da commissari e consulenti che potevano prendere appunti. In quella occasione venne stabilito, su esplicita richiesta dell’ente originatore, che parlamentari e consulenti potessero prenderne visione ma, compilando un apposito modulo sul quale riportare l’orario di inizio e di fine della consultazione preciso al minuto, senza poter prendere alcun appunto ed in presenza di uno dei carabinieri in servizio presso la Commissione che doveva controllare sulla applicazione integrale delle precedenti disposizioni.
La relazione venne rapidamente sepolta in un cassetto e non se ne parlò più. Ovviamente, la delicatezza del tema richiedeva doverose cautele, ma che fine aveva fatto l’impegno ad informare l’opinione pubblica sulla vicenda? Così come si perse per strada la proposta avanzata da più parti di una ricognizione generale sul ministero, per appurare quali e quanti altri fondi archivistici fossero stati abbandonati nei vasti scantinati del Viminale. E, infatti, dopo qualche tempo, spuntò un ulteriore gruppo di fascicoli accantonati nel vano morto sotto alcune scale, dove avrebbe dovuto esserci un deposito di scarpe. Né mi risulta che a tutt’oggi sia stata fatta tale ricognizione per cui non è affatto da escludere che, in un vecchio archivio di deposito, magari insieme a pratiche di pensione o atti amministrativi, ci siano anche scaffali occupati da ben altra documentazione. Si poteva lavorare meglio.
Ma su tutta questa tematica occorrerà tornarci ancora.

Aldo Giannuli
17 maggio 2009

In risposta all'articolo di Pierluigi Battista apparso sul Corriere della Sera dell'11 maggio us. (la lettera non è stata pubblicata dal Corriere della Sera)

Secondo Battista (autore che seguo ed apprezzo) c’è una “ideologia del doppio Stato”per la quale la storia repubblicana si riduce ad una finzione di democrazia dietro la quale si sarebbe nascosto il complotto permanente di un manipolo di burattinai “amerikani”. Mette in questo sacco Tranfaglia, Rao, Ginsborg, Buffa, De Lutiis ed altri fra cui il sottoscritto, e conclude soddisfatto che l’intervento del Presidente espelle questa teoria dalla “storia ufficiale”. Io non credo che il Presidente Napolitano avesse l’intenzione di stabilire una “storia ufficiale” (pessima espressione che ricorda prassi sovietiche) e non so se qualcuno degli autori citati si riconosca nello schema di Battista; parlo per me: certe sciocchezze non lo ho mai scritte. Non ho mai messo in dubbio che quella italiana fosse una democrazia vera e vitale ed ho sempre criticato gli eccessi polemici della controinformazione ( “Lo Stato Parallelo” 1997; “Bombe a inchiostro” 2008). Essa, però, ha visto giusto accusando pezzi di apparati di sicurezza e sistema politico di aver coperto e, in parte ispirato, gli eversori, come molte risultanze processuali hanno confermato. Ho usato l’espressione “doppio Stato” (Almanacco Guanda 2007 p. 51) come opposto di dietrologie e complottismi. Essa non implica l’esistenza di un apparato statale parallelo e clandestino che svuota di senso quello manifesto e democratico, quanto una particolare patologia della democrazia.
In fondo, qualcosa è successo in questo paese dal 1969 in poi ed una spiegazione dobbiamo pur darcela.
Si può discutere se questa interpretazione sia calzante o ve ne siano di migliori, ma,possibilmente, con documenti alla mano e senza caricature di comodo.
Aldo Giannuli, 12 maggio 2009



1 commento:

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

"Aldo Giannuli nasce a Bari nel 1952. Si laurea in Scienze Politiche presso l'Università di Bari, diventando prima ricercatore presso l'istituto di Storia contemporanea nella medesima università, e attualmente presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano.

Considerato un profondissimo conoscitore della storia delle trame eversive in Italia, è stato consulente per le Procure di Bari, Milano (strage di Piazza Fontana), Pavia e Brescia (strage di Piazza della Loggia). Ha effettuato consulenze per la Procura di Palermo; ha collaborato con la Commissione Stragi dal 1994 al 2001, e con Guido Salvini, giudice istruttore dell'ultimo processo per la strage di Piazza Fontana.

E' salito alla ribalta delle cronache giornalistiche quando, nel novembre 1996, ha scoperto una gran quantità di documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, nascosti nell’ormai rinomato “archivio della via Appia” (situato in Circonvallazione Appia, a Roma)[1] [2].

« L’indagine aperta dalla Procura della Repubblica di Milano si sviluppava, invece, soprattutto sino all’autunno del 1996, più che con l’audizione dei collaboratori, con l’effettuazione di intercettazioni telefoniche ed ambientali riguardanti gli ex-componenti dell’area mestrina di Ordine Nuovo, intercettazioni rivelatesi molto efficaci, e con l’approfondimento degli spunti investigativi resi possibili anche dal recupero, presso una caserma di Via Appia a Roma, di moltissimo materiale non protocollato[3]. »


Ha scritto diversi saggi ed è persona consultata da magistrati, storici e giornalisti che si occupano dei punti oscuri della storia italiana con riferimento nello specifico a tentativi eversivi ed organismi mafiosi ed interazioni fra tali fatti. Collabora abitualmente con la rivista Libertaria."(Wikipedia).

ADESSO SAPETE CHI E'.