giovedì 2 luglio 2009

Alzheimer: nuovo test per la diagnosi



MILANO - Fra i 65 e i 69 anni 13 perso­ne ogni mille sono colpite da demenza. Dopo gli 80 anni di­ventano 122. Solo nella metà dei casi, però, la malattia vie­ne diagnosticata in tempo uti­le per attivare le possibilità d'intervento e di accesso ai ser­vizi che una diagnosi precoce potrebbe offrire. Ma diagnosti­care in tempo questa malattia non è facile: le forme di de­menza sono tante, ognuna con le sue peculiarità e quella di Alzheimer è solo la più nota e una delle più diffuse. In mancanza di un esame strumentale o di laboratorio decisivo per la diagnosi, si so­no sviluppate molte scale neu­ropsicologiche di valutazione, ma nessuna è risultata definiti­va, soprattutto nelle prime fa­si di malattia.

Sull'ultimo nu­mero del British Medical Jour­nal, i ricercatori dell’Adden­brooke's Hospital di Cambrid­ge, diretti dal neurologo Jeremy Brown, propongono un nuovo test, chiamato TYM (acronimo di Test Your Me­mory, cioè 'testa la tua memo­ria'): studiato per ridurre il tempo di esecuzione (5 minu­ti), secondo i neurologi ingle­si, potrebbe essere usato an­che da medici non specialisti o, addirittura, dal paziente stesso. Il 'questionario' propone prove semplici, ma in grado di scandagliare dieci differenti dominii cognitiviorienta­mento, conoscenza semanti­ca, calcolo, fluenza verbale, si­milarità, denominazione, abili­tà visuospaziali, richiamo mnemonico e capacità di por­tare a termine il test —, con­sentendo di totalizzare un mas­simo di 50 punti. Proprio la semplicità di queste prove ci dice quanto la malattia possa deteriorare le funzioni cogniti­ve. Da 34 anni uno degli stru­menti più usati nella valutazio­ne dell'Alzheimer era la scala MMSE (Mini Mental State Exa­mination), soprattutto per la sua brevità (10 minuti), prati­cità e affidabilità. Il confronto con il TYM era più che sconta­to e il nuovo test si è dimostra­to più sensibile, identificando il 93% dei pazienti rispetto al 53% dell'MMSE. Lo studio di validazione inglese, condotto su 139 pazienti con demenza o con compromissione mnemo­nica lieve e su 540 soggetti di controllo, ha evidenziato in questi ultimi un punteggio me­dio di 47 su 50, mentre i pa­zienti arrivavano a 33 su 50.

Con un punteggio di 42/50 la sensibilità diagnostica del TYM sarebbe del 93%: riesce cioè a 'percepire' il rischio di malattia in 93 casi su 100 e inoltre il particolare tipo di de­menza in 86 casi su 100. Quan­do esclude la malattia (la cosid­detta predittività negativa), il test sbaglia in 1 caso su 100. Lo studio sta però suscitan­do polemiche fra gli addetti ai lavori, per il rischio di falsi po­sitivi se usato da mani inesper­te. «La diagnosi di questa ma­lattia è un processo che richie­de una valutazione multifatto­riale e un lungo periodo di tempo — sottolinea il profes­sor Carlo Caltagirone, diretto­re scientifico dell'IRCCS Santa Lucia di Roma —. Le alterazio­ni cognitive sono diverse da quelle del normale invecchia­mento, ma l'esordio della de­menza è graduale e occorre considerare sempre anche l'educazione di una persona, la sua cultura, l'ambiente in cui vive... Per valutare questi pazienti con un test serve la su­pervisione di un esperto che aiuti a interpretare i risultati. La Società italiana di neurolo­gia per la diagnosi delle de­menze raccomanda da tempo un'ampia verifica, usando le molte scale neuropsicologiche oggi disponibili, da impiegare insieme alle altre risorse — funzionali, strumentali, di la­boratorio, ecc. — indicate nel­le Linee guida».

Il nuovo test promette co­munque di allargare la base dell'allerta diagnostico, arruo­lando anche il medico di base fra quelli che possono fare una diagnosi precoce: secon­do gli autori dello studio, il TYM potrebbe essere sommini­strato dall'infermiera ai pazien­ti già nella sala d'aspetto. «Se avrà un'ampia diffusio­ne potrà essere validato in con­testi clinici diversi e in popola­zioni e culture differenti, co­me è successo per l'MMSE, di cui oggi esiste anche la versio­ne cinese — dice Orso Bugia­ni, primario emerito di neuro­patologia dell’Istituto Besta di Milano —. Fino ad allora è im­portante che ogni medico indi­vidui la scala neuropsicologi­ca che meglio si adatta alla sua professione e la usi per miglio­rare la sua capacità di identifi­care i pazienti nelle fasi iniziali di malattia. Così, avrà acquisi­to un’esperienza che gli per­metterà di usare al meglio il TYM, quando sarà validato an­che nel nostro Paese».

Cesare Peccarisi
28 giugno 2009

6 commenti:

Francy274 ha detto...

Interessante, lo farei anch'io questo test, l'Alzheimer e la demenza senile sono in costante aumento, è una delle malattie che temo, perdere la padronanza di se stessi penso sia una cosa davvero molto triste.

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Voi fare il test? Ma dai, alla tua età? Inoltre, il protocollo in aregomento non è stato ancora validato in Italia ed è quello che dà risposte affidabili.

Francy274 ha detto...

Tanto è un test attitudinale Luigi, spero arrivi in Italia quando poi avrò l'età giusta, però sarebbe bello se arrivasse presto penso a quelle persone che potrebbero magari essere curate in tempo. :))

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Capisco. Però sei un po' criptica, mi metti sempre in difficoltà!
;-)
Sai, io ho conosciuto e conosco ammalati di Alzheimer e di altri tipi di patologia simile.
Ci ho pensato e mi sono detto, e ho detto, che è triste per chi è vicino per parentela a questi ammalati.
Per gli ammalati no, perchè credo non siano più consapevoli di nulla.
Il padre di un mio amico ha 102 anni, ha una di quella malattie, non ricorda nulla delle cose recenti (dimentica di avere mangiato e mangerebbe in continuazione), non riconosce più i figli come sono oggi ma ha ancora forte il ricordo della memoria del passato.
E' beato, tranquillo, sorridente, ma non è consapevole, quindi quelle sono reazioni automatiche.
La diagnosi precoce consente di rallentare il male, la degerazione dei tessuti cerebrali, ma è tutti lì.
Chi si ammala non se ne rende conto immediatamante, poi finisce con non realizzarlo più.
Ripeto, sono i familiari che soffrono, non l'ammalato/a.

Francy274 ha detto...

E' vero Luigi, lo riconosco, sono criptica in certi argomenti, fa parte del mio modo di essere.
Ciò che hai detto è esatto, sono i familiari a soffrirne di più, ed il pensiero che purtroppo questa sia una malattia degenerativa da un senso di impotenza frustrante e triste, molto triste.Mi piacerebbe rivoltare il mondo per cancellarne i mali, ma ahimè....non posso!

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

Questo si chiama altruismo.