sabato 4 luglio 2009

E dopo il brodo arriva il lodo



di Marco Travaglio


La cena in casa Mazzella con Berlusconi, Letta, Alfano e Vizzini ha destato reazioni inversamente proporzionali alla sua gravità. Come testimoniato dal silenzio dei media e dell'intera classe politica, eccezion fatta per Di Pietro Luigi Mazzella

La cena in casa Mazzella con Berlusconi e un altro membro della Consulta, col contorno di Letta, Alfano, Vizzini, e con la Costituzione al posto del menu, ha destato reazioni inversamente proporzionali alla sua gravità.

Silenzio dal Quirinale, dalla Corte costituzionale, dai leader dell'opposizione (Di Pietro a parte), dai telegiornali e dalla gran parte dei giornali. Sordi e muti anche i tifosi più sfegatati della separazione delle carriere dei magistrati. Il più loquace, paradossalmente, è stato proprio il giudice costituzionale Luigi Mazzella.

Ma non per smentire l'incredibile riunione a casa sua con l'autore del lodo e il premier 'utilizzatore finale', oltreché con un altro ermellino, Paolo Maria Napolitano, che con lui dovrà presto valutarne la legittimità. Mazzella anzi rivendica con orgoglio quella cena e - par di capire - tante altre, anche se smentisce che si sia parlato del progetto berlusconiano di sostituire i pm con 'avvocati dell'accusa'.

E annuncia che non si asterrà dal giudizio sul lodo: "Ma stiamo scherzando? Allora dovrei astenermi da tutti i lavori della Corte. A cena invito chi voglio: a casa mia vengono tutti, dall'estrema sinistra alla destra; sono amico personale di Fausto Bertinotti e di tanti altri che vivono nel mondo della politica. Io rispondo soprattutto della mia onestà intellettuale e morale, autonomia e indipendenza. Nulla da nascondere".

Per la verità nessuno ha messo in dubbio onestà, indipendenza e autonomia. Quanto al 'nulla da nascondere', ci sarebbe quella cena - anzi, a sentir lui, quelle cene - con autori-utilizzatori di leggi altamente sospette di incostituzionalità (Bertinotti non risulta aver mai fatto leggi per sé attualmente al vaglio della Consulta). Cene che configurano una potenziale incompatibilità, visto che Mazzella è "vecchio amico" del premier e rivendica il diritto di invitarlo "al mio desco familiare" da "privato cittadino". L'incompatibilità non dipende da comportamenti illeciti o immorali.

Ma da situazioni oggettive. Bere vino è un'ottima cosa. E anche guidare l'auto. Ma è vietato fare le due cose insieme. Bisogna scegliere. Un giurista del calibro di Mazzella dovrebbe saperlo. È sorprendente sentirgli dire che "non devo dar conto delle cene che faccio" e addirittura che "in questo paese è a rischio la libertà privata". Suvvia, signor giudice: qualunque voto lei e Napolitano esprimeranno sul lodo, qualcuno ripenserà a quella cena col "vecchio amico" premier.

E non sarà un bel giorno per le istituzioni. Il giudice, anche costituzionale, non deve soltanto essere, ma anche apparire imparziale. Sarà forse per questo che il Codice civile, articolo 51, prevede che "il giudice ha l'obbligo di astenersi. se egli stesso o la moglie è parente. o convivente o commensale abituale di una delle parti.".

Commensale abituale: definizione perfetta. In attesa di separare le carriere fra giudici e pm, si potrebbe cominciare col separare le tavolate fra gli autori delle leggi e i giudici delle medesime.
(03 luglio 2009)

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