lunedì 6 luglio 2009

Giustizia, sultanato e lib-lab


FEDERICO ORLANDO
2 luglio 2009


I liberi giornali del sultanato, forse per compensarsi dell’autocensura in politica interna, hanno dato grande spazio alla condanna di Mr Madoff, 150 anni di reclusione, il re degli speculatori di Wall Street.
L’America, dove in economia nella finanza nella politica lo spergiuro è perseguito e colpito con durezza, anche stavolta non ha perdonato.
Tutto il contrario dell’Italia, dove le galere sono riservate ai ladri di galline.
Il messaggio “simbolico” che il giudice Denny Chin ha inviato a tutti con la metafisica condanna a 150 anni, «da noi rischia di non arrivare, rimbalzando su leggi e lacciuoli che rendono il Belpaese quasi impermeabile alla illegalità».
Così dice a La Stampa l’ex pm di Mani pulite Paolo Ielo. Anche da noi, dove il governo Berlusconi ha abolito il falso in bilancio, sopravvivono reati come l’insider trading e l’aggiotaggio puniti fino a 12 anni, ma quasi nessuno è condannato perché da noi il processo «è una specie di gioco dell’oca, quando arrivi all’ultima casella rischi sempre di tornare indietro». Se poi, a cosche mafiose di avvocati, si aggiungerà il divieto di intercettazioni telefoniche per reati come questi, la possibilità di individuarli divenuta ancora minore.
Noi, come Ielo, siamo contro le sentenze esemplari, perché le sentenze non debbono contenere messaggi ma rispecchiare i reati e la personalità di chi li ha commessi.
Pensiamo tuttavia che l’occasione sarebbe buona per lib, lab, dem, rad, di fare tutti insieme una duplice riflessione: su come imporre una moderna legalità in Italia e su come metterla al riparo dal rigorismo delle sentenze-messaggio. Due esigenze liberalissime, o no? Su cui dovrebbero confluire tutte le culture politiche morderne, e perciò marginali nell’Italia delle culture di massa, populiste e sultanesche.
Altro oggetto di riflessione urgente per i succitati “marginali” sarebbe quello che Valerio Onida, nel suo saggio La Costituzione (Il Mulino), definisce il “nuovismo costituzionale”.
Un nuovismo che contagia anche la Corte, come ha dimostrato il caso dei due giudici, un socialcraxista e un postmissino, che invitano a cena il premier in attesa di giudicare la costituzionalità del lodo Alfano. E non si dimettono.
E invece «nella legge sulle intercettazioni, il pm dovrà lasciare il processo anche per una sola dichiarazione » (la Repubblica). Ecco un paio di temi, per citare, di angosciante concretezza, su cui le culture laiche potrebbero esercitarsi assai meglio che non in manovrette di partito: che portano niente ai grossi, figurarsi ai piccoli.

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