venerdì 10 luglio 2009

In aula come sul set


10/7/2009
CARLO FEDERICO GROSSO


Fa un certo effetto la fotografia di un pubblico ministero che nel corso della sua requisitoria, avvolto nella toga, impugna una pistola, tende il braccio e mima il gesto dell’agente.
Quell’agente che, in autostrada, un paio di anni fa, ha sparato ad un tifoso uccidendolo. Non è infatti usuale riscontrare oggi nelle aule di giustizia, soprattutto da parte dell’accusa, questa teatralità un po’ vistosa, questa ricostruzione scenica del fatto, questo tentativo di affidare anche al gesto il messaggio che dev’essere recepito da giudici e giurati.

Fino a sessanta, settant’anni fa, la scena, in Corte di Assise, era invece frequente, soprattutto da parte degli avvocati difensori. Molti di essi affidavano alle loro qualità oratorie ed alla loro abilità di mimi e di teatranti una parte consistente dell’efficacia dell’arringa. Il costume è successivamente cambiato, ed ai grandi protagonisti dell’arringa recitata sono succedute schiere di legali che hanno affidato soltanto alla logica, al raziocinio, al rigore nella ricostruzione del fatto e del diritto le sorti dei loro clienti. Freddi, razionali, distaccati, magari ironici, mai recitanti.

Semmai, in questi ultimi tempi, alla parola si sono affiancate la tecnologia e la scienza, che hanno consentito ad accusa, difesa, polizia e consulenti tecnici ricostruzioni del fatto affidate a simulazioni realizzate con il computer, a fotografie e filmati precisi nel dettaglio, a proiezioni in grado di colpire i sentimenti dei giurati, ad accostamenti di immagini idonei a dimostrare anche visivamente ciò che era accaduto. L’impiego di questi aiuti tecnologici non è tuttavia teatro. E’, ancora una volta, manifestazione di tecnica e rigore nell’usare, in udienza, l’arte dell’argomentazione.

In questi ultimissimi tempi l’affinamento e l’impiego sempre più frequente della cosiddetta «prova scientifica» nei casi di omicidio e di violenza (prova affidata alla ricerca del Dna, all’individuazione delle impronte, alla ricostruzione della scena del delitto utilizzando le tecniche della Bpa, ecc.) hanno per altro verso reso, sovente, ancora più sofisticata l’istruttoria dibattimentale oltre che la requisitoria del pubblico ministero e l’arringa del difensore. Quando si discute di prova scientifica, nulla è più concesso all’oratoria: si parla di numeri, di analisi matematiche, di riscontri chimici, di dimensione e forma delle macchie di sangue, di direzione degli schizzi, di consistenza della materia di cui sono formate le cose ritrovate sul luogo del delitto. Che c’è da dire, allora, se non contestare con gli argomenti rigorosi della scienza le argomentazioni della controparte, affidate magari ad una scienza che segue una tecnica ed una metodologia diversa?

Ecco perché, allora, fa un certo effetto osservare, oggi, la fotografia di un pubblico ministero che mima in aula, con la pistola in pugno, il gesto della persona che egli accusa di omicidio. Non credo, peraltro, che si tratti di un ritorno a vecchi modelli di intervento delle parti nel processo. Probabilmente, in questo caso, la riproduzione scenica del gesto dell’agente, data la peculiarità della vicenda (c’era stato un colpo di pistola sparato ad altezza d’uomo dall’agente di polizia, che aveva colpito e ucciso, a distanza, un giovane tifoso) era particolarmente utile per spiegare la ragione della tesi accusatoria sostenuta del pubblico ministero, che al termine della sua requisitoria ha chiesto una condanna a quattordici anni di reclusione per omicidio doloso. Di qui l’utilizzazione, da parte sua, della pur inusuale ricostruzione scenica del gesto dell’imputato.

Semmai, sull’onda di un mondo che è sempre più spettacolo e sfruttamento (senza rispetto) delle cronache quotidiane, si è dovuto negli ultimi anni registrare l’irrompere violento, sulla scena dei procedimenti penali, dei processi celebrati per finta, in parallelo a quelli veri, fuori dalle aule di giustizia: soprattutto in certi studi televisivi, dove finti magistrati, finti periti, finti psichiatri, finti avvocati (tutti finti, perché nessuno di essi faceva parte del processo vero, ed aveva pertanto studiato con la dovuta attenzione gli atti processuali), hanno discettato per ore su colpe e responsabilità di persone che non avevano mai visto e conosciuto, valutato le loro condizioni fisiche e mentali, emesso sentenze, sparato giudizi.
Un teatro, questo sì, nuovo e dannoso, perché nessuno può dire quanto la finzione che in esso veniva recitata può avere, indirettamente, influenzato comportamenti e giudizi di coloro che vivevano invece, come accusatori, difensori, consulenti tecnici, testimoni e giudici, il processo vero.

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