sabato 11 luglio 2009

Nel carcere di Frosinone. E altrove.

LUIGI MORSELLO
28 maggio 2005


Un recente fatto di cronaca, accaduto nel carcere di Frosinone, è passato quasi totalmente sotto silenzio, apparendo come un vicenda dal sapore vagamente boccaccesco.
È accaduto che durante il colloquio un detenuto e la sua compagna siano stati posseduti da un incoercibile desiderio sessuale ed abbiano iniziato i preliminari di un rapporto sessuale nella sala colloqui medesima, nulla curandosi di quanti erano presenti al colloquio, di altri detenuti e loro familiari, venendo ‘ interrotti ‘ nell’evoluzione del rapporto dal deciso intervento del personale di polizia penitenziaria preposto alla sorveglianza del servizio colloqui.
L’opinione pubblica potrebbe chiedersi com’è possibile che abbia anche solo avuto inizio un tentativo di rapporto sessuale in una sala colloqui affollata di un carcere.
La risposta si trova nel comma 5 del Regolamento di Attuazione dell’Ordinamento Penitenziario, che all’art. 37 d.P.R. 30.6.2000 n. 230 disciplina (nuovamente) i colloqui dei detenuti e degli internati.
Essendo stata varata la nuova legge penitenziaria nel 1975 appare evidente la norma di attuazione è un secondo rifacimento di quella adottata nell’anno 1976, totalmente rimpiazzata in termini di maggiore aderenza alle necessità moderne di esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale.
Il comma 5 recita: “I colloqui avvengono in locali interni senza mezzi divisori…”.
Sembra poco, in realtà è una rivoluzione copernicana: dalle sale colloqui munite di mezzi divisori totali si era passati, in poco meno di 14 anni, al bancone divisorio centrale parziale (con vetro divisorio fino ad altezza delle spalle di una persona seduta) ed alla totale abolizione di mezzi divisori.
Poco prima del collocamento a riposo, avvenuto il 1° febbraio di quest’anno, sono stato inviato a ‘rimettere in moto ’ il carcere di Lecco (vecchio e dignitoso edificio completamente restaurato), laddove avevo modo di apprezzare la sala colloqui arredata con tavolini quadrati e comuni sedie (per incidens, era stata realizzata anche – siccome anch’essa prevista dal nuovo regolamento di esecuzione della legge penitenziaria – la fornitura di acqua calda e fredda nei sevizi sanitari di ogni cella – si tratta di celle a più posti).
Non so dire se e quanti istituti hanno abolito il bancone divisorio, Frosinone probabilmente si.
Ecco, questo fatto di cronaca non ha affatto un sapore boccaccesco, contro ogni apparenza. In realtà avrebbe dovuto rimettere in moto, ma non l’ha fatto, l’elaborazione dottrinaria e sociologica circa la necessità di affrontare e risolvere un problema fra i più spinosi di una comunità chiusa sostanzialmente al mondo libero, qual’è quella di un carcere: la sessualità delle detenuti e dei detenuti.
Il Direttore Generale Niccolò Amato (illuminato e rimpianto magistrato che in oltre undici anni di gestione faceva passare le carceri dall’età della pietra all’era moderna) si sforzava sul finire del proprio incarico di indirizzare il pensiero giuridico e del legislatore alla soluzione del problema, rimanendo inascoltato.
Va detto senza veli che la violenza omosessuale nelle carceri è semplicemente terribile e non può essere nemmeno arginata da interventi interni preventivi, ma corretta solo da interventi strutturali, primariamente di tipo normativo. Diversamente, il desiderio sessuale cerca sempre di trovare soddisfazione in qualunque modo, fino al punto da spingere due persone giovani a volerla fare in barba sia alla sorveglianza del personale sia al legittimo sdegni di quanti altri erano presenti nella sala colloqui – ammesso che abbiano provato e manifestato sdegno ma ne dubito.
Quello di tentare di fare sesso nelle sale colloqui – e molte volte di riuscirci ma con la connivenza del personale di sorveglianza - non è certo una novità.
Proprio a chi scrive è accaduto, alla direzione della casa di reclusione di Alessandria – correva l’anno 1982 – di constatare che ciò accadeva sistematicamente, ma nella sezione dei detenuti terroristi c.d. ‘ dissociati ’. Fu un clamoroso fatto di cronaca in cui vennero coinvolti due terroristi (uno figlio di un ministro in carica) a causa di una indesiderata ma nemmeno prevenuta gravidanza.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ma non quella della soluzione di questo spinosissimo problema, che ha trovato solo una parziale e del tutto insoddisfacente soluzione nei permessi premiali, nelle misure alternative alla detenzione (semi-libertà) e nell’ammissione al lavoro esterno.
Infatti tali misure possono essere concesse solo ai detenuti in espiazione di pena detentiva definitivamente irrogata ed agli internati, con ciò venendo esclusi gli imputati.
Il solo Direttore Generale Michele Coiro, che durò in carica pochi mesi morendo un mese prima del termine del suo mandato, sembrò rendersi conto del problema tentando un primo e rimasto unico intervento, con una circolare che fui accolta con ironia nell’ambiente, con la quale consentiva ai detenuti di tenere in cella animali domestici. Qualcuno avrebbe dovuto fargli presente, ma forse è stato fatto, che ciò già accadeva nei fatti praticamente da sempre, semplicemente perché ciò non era disciplinato, quindi non consentito ma nemmeno vietato:la terra di nessuno dell’assenza di regole.
Poi più nulla.
Nel frattempo la violenza nelle carceri esplode sistematicamente.
È di ieri la notizia che nel carcere di Cremona un detenuto ha aggredito a sgabellate il compagno di cella riducendolo in fin di vita.
Non è da escludere che sia stato un modo brutale di dire di no.

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