
TERNI - Il fascicolo numero 2103/03 torna da dove era uscito: in archivio. Resterà segreto. Per volere del giudice, per volere anche della difesa del direttore dell'Avvenire che ha fatto opposizione "al rilascio di tutti gli atti in favore di persone estranee al procedimento".
Dopo un giorno in attesa delle carte questo "caso" giudiziario sembra chiuso, la vicenda penale che cinque anni fa aveva coinvolto Dino Boffo viene blindata con un'ordinanza dove il diritto alla riservatezza in sostanza prevale sul diritto di cronaca. Solo quattro righe sono "pubblicabili", quattro righe del decreto di condanna dove vengono riepilogati brevemente i fatti - le molestie - e riportata la pena pecuniaria - 516 euro - inflitta all'imputato.
Tutto al tribunale di Terni sarebbe andato secondo quelle che erano le previsioni della vigilia se non ci fosse stato un pennarello un po' sbiadito, l'evidenziatore che un cancelliere ha utilizzato per "omissare" sul decreto di condanna l'identità della parte lesa. L'operazione è mal riuscita, in controluce l'omissis è risultato nullo, leggibili un nome e un cognome. E' una ragazza di una famosa famiglia di Terni con padre e madre molto vicini alla curia. Un brutto pasticcio.
Una "secretazione" che non è servita a nulla e un'altra "secretazione" che al contrario si è rivelata al momento preziosa per coprire qualcuno, quello che ha passato a Il Giornale il certificato del casellario giudiziale di Dino Boffo. E' il mistero della talpa di tutta questa storia.
Chi si è impossessato di quel documento? Chi l'ha richiesto? Quali tracce ha lasciato? L'accesso a quel certificato non è cosa facile. Può averlo il diretto interessato, può averlo una qualunque autorità giudiziaria, può averlo anche una pubblica amministrazione, intendendo per pubblica amministrazione anche un apparato di polizia o un comando dei carabinieri. Però per ottenerlo è necessario "entrare" nel sistema del casellario giudiziale con una password, insomma mettere la propria firma.
Nel documento pubblicato da Il Giornale è stato accuratamente omissato il codice operativo (cioè chi materialmente ha prelevato dalle rete il certificato) ed è stato omissato anche il tribunale dove quel qualcuno ha effettuato la ricerca. Due tratti di penna per non offrire indicazioni su chi l'ha fatto e dove è stato fatto.
Di sicuro non è "entrata" nel sistema un'autorità giudiziaria, perché il disegno della pagina dei certificati del casellario giudiziale richieste da magistrati è un altro. Quella prima pagina è come un'impronta. Se non è stato il diretto interessato - il direttore Boffo - per esclusione resta solo qualcun altro: nella pubblica amministrazione.
Con questo mistero che nelle stanze del tribunale di Terni ha accompagnato l'attesa, a fine mattinata è arrivata la decisione sul fascicolo numero 2103/03. Il giudice per le indagini preliminari Pierluigi Panariello ha studiato gli atti, ha ricevuto il parere favorevole alla loro pubblicazione da parte del procuratore capo Fausto Cardella ("E' indubbio che la vicenda Boffo, innescata da articoli apparsi su alcuni quotidiani, abbia assunto una notevole, determinante rilevanza giornalistica e generale, anche in relazione a taluni aspetti controversi che hanno formato spunto di dibattito su quotidiani") e poi ha negato l'accesso all'intero fascicolo per non "recare pregiudizio al diritto alla riservatezza delle parti private coinvolte nel procedimento".
Al diritto di cronaca ha concesso solo quel decreto penale di condanna "con la cancellazione delle generalità della persona offesa e del suo difensore".
Il testo integrale: "Boffo Dino, nato ad Asolo il 19 agosto del 1952, è stato imputato del reato di cui all'articolo 660 c. p. perché, effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche nel corso delle quali la ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela) per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a. omissis. In Terni dall'agosto 2001 al gennaio 2002".
Come è andata poi, ve l'abbiamo raccontato con quel pennarello in cancelleria. E così a Terni è cominciata la caccia alla ragazza.
Verso sera ha parlato sua madre: "Non abbiamo niente da dire, per noi era tutto chiuso da tempo".
(2 settembre 2009)


1 commento:
Non sanno più a quale Santo votarsi pur di restare al potere.
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