
Ciuffo a fisarmonica e colletto della camicia a deltaplano, tutto comincia a Verzuolo, in provincia di Cuneo, quando Flavio Briatore scende dal poster dove troneggia come modello nel negozio del parrucchiere di via Roma e parte alla conquista del mondo. Abile rigiratore di frittate, ha già fatto il venditore porta a porta di abbigliamento per neonati, l’assicuratore per la Sai, l’intrattenitore ai villaggi Valtur e il maestro di sci, uno sport che lo preparerà alle piste, alla velocità e a dribblare i paletti della vita che gli si presenteranno davanti sempre più stretti.
Per far contenti i genitori, maestri elementari, si diploma brillantemente geometra discutendo con trasporto una tesi su un progetto di ristrutturazione di una stalla; ma subito dopo scappa a Milano dove con alterne fortune si improvviserà broker in borsa prima di conoscere l’uomo che gli cambierà la vita, Luciano Benetton. E’ in quegli anni che gli storici collocano la sua prima frase a effetto «Work hard and play hard» ovvero «lavora duro e gioca duro»: e a tratti sarà davvero un gioco durissimo per Briatore tra società fallite, partite a poker, fughe alle Virgin Island, amnistie, chiacchiere, invidie, eccessi e successi spalmati su una vita romanzesca. Troppo simpatico, troppo furbo, troppo al limite e comunque sotto certi aspetti una “perdita” immensa.
«Avevo un’offerta da Donald Trump, scelsi quella di Benetton» raccontò una volta spolverandosi il blazer blu con gli alamari d’oro da ammiraglio con uno sguardo modesto. Quando nel 1982 va in America ad aprire una catena commerciale per conto di Benetton, la prima cosa che mette dentro i negozi ancora vuoti è la cassa «perché l’unica mia passione è il profitto, l’emotività nel lavoro non serve». Così, quando Benetton gli affida la Benetton, cioè il team di F1, gli basta un’occhiata in giro per capire come muoversi nella vasca dei piranha. Nel 1991 gli basta un giro di Schumacher sulla Jordan per capire tutto, così fa passare per “instabile mentalmente” il suo pilota Moreno con tanto di certificato medico e assume Schumi. Moreno non crede ai suoi occhi e per dimostrare che sta benissimo piomba in sala stampa e si mette a fare flessioni sulle braccia davanti ai giornalisti italiani. Schumacher prende a vincere. Briatore diventa una leggenda.
Vive a Londra e ha un rapporto splendido con i giornalisti. Un giorno si vanterà: «Non ho mai chiamato un direttore per lamentarmi, io». Gli piace fare colpo così invita tutta la stampa italiana nella sua nuova casa di Belgravia, una specie di castello che però è stato affittato per l’occasione, scoperta omologata da un giornalista che apre per caso un cassapanca trovando dentro le foto dell’effettivo proprietario, duca caduto in disgrazia. Fa niente, robetta. Briatore sgobba, lavora duro anche se nessuno ci crede. E vince, tanto, dovunque.
Comincia a fare soldi a palate e ne farà sempre di più, si compra un Ferretti da 43 metri, lo riempie di quadri di Fontana e De Chirico e lo chiama Lady in Blu, poi si prende anche un Magnum 70 e sul filone dell’Air Force One lo battezza FB One, mentre in Versilia prende in gestione il Twiga e in Costa Smeralda crea addirittura un fenomeno sociale come il Billionaire «che non è per i ricchi ma per chi vuole spendere», filosofeggia. Le amicizie influenti si moltiplicano, da Alberto di Monaco a Denzel Washington, da Lady Di a Dolce e Gabbana, da Rahim Aga Khan a Ernst di Hannover. Occhiali anche di notte e un volto da pokerista dove l’abbronzatura non tramonta mai, diventa un must, con lingotto d’oro al polso e babbucce di velluto ai piedi con ricamate in bella evidenza le iniziali FB. Le camicie e i boxer su misura sono del londinese Turnbull & Asser, mentre le giacche di velluto foderate di seta vengono ordinate a Hong Kong da Shanghai Tang. Fuma 80 sigarette al giorno (sempre le stesse anche se le infila in altri pacchetti a seconda degli sponsor); e poi comincia la rumba con le donne, ritmi da reparto presse, da Naomi Campbell a Heidi Klum, da Emma Heming fino al matrimonio a giugno con Elisabetta Gregoraci da cui avrà un altro figlio a 60 anni. Lo invitano a un quiz e gli dicono di scegliere una risposta: Box o Billionaire? «Box». Kenya o Sardegna? «Kenya». Bionde o brune? «Brune». Seno o sedere? «Tutte e due». Il giorno dopo tiene una conferenza di direzione aziendale alla Bocconi di Milano, mentre le sue tre regole d’oro restano «essere sempre al posto giusto, prendere decisioni che gli altri non prenderebbero mai, avere culo». E prende per un piatto di lenticchie il Queens Park Rangers.
La sua villona in Kenya a Malindi chiamata Lion in the sun con cinque piscine, una in salotto, diventa meta di pellegrinaggi, lui dice “jambo buana” e osserva tramonti struggenti. Un piranha in meno nella vasca.


1 commento:
L'UNICO PENSIERO CHE MI TORMENTA E' CHE NON MORIRA' DI FAME.
Posta un commento