
Dino Boffo si è dimesso con una lettera-articolo dignitosa e ferma, che gli fa onore. Anche perché, così facendo, ha spazzato la classica puzza di muffa di sacrestia che iniziava ormai, ad aleggiare su tutta la sua vicenda. In questi giorni leggendo i commenti dei cattolici di carta, da quelli con il passato presidenziale a quelli con la nostalgia della sala stampa navarrianna, sembrava che la questione fosse sorta per un colpo di sole estivo patito dall’ormai ex direttore di Avvenire. In realtà, l’incipit dei moderati e tranquilli tentativi fatti da Boffo per riportare le «berlusconiane questioni disputate» a dimensioni non scisse dalla realtà profonda del Paese partivano da valutazioni fatte, dopo due omelie episcopali, da molti suoi lettori. La prima, quella del segretario generale della Cei monsignor Mariano Crociata datata 16 luglio, festa di Santa Maria Goretti. La seconda, quella pronunciata dal cardinale Angelo Bagnasco per la festa di San Lorenzo, datata 10 agosto. La prima omelia, esprimeva una condanna dello «sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile» presente nel corpus teologico della Chiesa già con San Paolo. Ma tanto è bastato per spingere persino il senatore Cossiga, decano dei cattolici infanti, a chiedere l’abrogazione unilaterale del concordato da parte del governo. L’omelia del presidente dei vescovi italiani poi ricordava, cosa ultrascontata sia per il pensiero cattolico sia per quello laico, che la moralità di un atto non è data dal consenso espresso attraverso i sondaggi, ma dal valore al quale l’atto si ispira. Dino Boffo ha posto la sua firma, come molteplici altre volte durante la sua direzione al giornale dei cattolici italiani, ad un segmento del dibattito che la Chiesa di base ha tenuto acceso per settimane su Avvenire, su famiglia Cristiana e nei mille rivoli del web cattolico italiano.
Le vicende di quest’ultima settimana dovrebbero far riflettere a lungo quei cattolici che, in questi giorni, si sono adeguati al «dagli all’infame» scatenato dalla sezione laicista della Pdl tramite gli articoli di Il Giornale. Che il documento infamante provenga o meno da oltre le mura leonine, come lo stesso Feltri ha affermato, poco conta. Che il caso Boffo sia scoppiato proprio quando, con il meeting di Rimini, gli uomini di Comunione e Liberazione si sono prodotti in ampi sforzi per accreditare il partito di Berlusconi, magari emendato da qualche intralcio ed affidato al ministro Tremonti ed al governatore Draghi è solo un dettaglio. Che all’ex direttore di Avvenire venga attribuita la non condivisa idea, un po’ giacobina, di porre all’ombra delle virtù centriste dell’Udc i fuggitivi che qualcuno immagina lasceranno il Pd nel caso di un’eventuale segreteria Bersani e il Pdl con l’aggravarsi delle opzioni antiumanitarie del governo in carica, è solo una tesi suggestiva.
Ciò su cui il cattolico serio dovrebbe cristianamente impegnarsi a riflettere, magari iniziando come insegna il catechismo da un severo esame di coscienza, è quanto sia compatibile con gli insegnamenti della Chiesa l’abitudine di diffondere l’immondizia che si raccoglie nelle cucine dei sacri palazzi. E se è conforme alla libertà civile, obbligare dopo una tornata elettorale, anche i vescovi, i preti e i laici credenti ad adeguare le loro omelie e le loro riflessioni al politicamente corretto quando si parla in chiesa oppure si discute sui media confessionali. Perché se questa esilarante interpretazione della libertà di parola e della libertà religiosa è l’unica ammissibile nel sistema “liberale” che i sondaggi del governo dicono avere vigore in Italia il problema non consiste più nel sapere se Dino Boffo sia stato travisato (si verifica regolarmente persino con il pontefice), ma consiste invece nel sapere perché i cattolici di questo Paese non posseggano più lo spazio intimo e sacrale delle proprie celebrazioni liturgiche e dei propri spazi di riflessione. Questo, soprattutto in un momento in cui la Chiesa Italiana, che sta optando fortemente in favore della sua ricchezza territoriale, sta facendo i primi passi per ridare dignità ad una tradizione che (come riassumeva qualche tempo fa Ilvo Diamanti) «nella storia repubblicana, fino ad oggi non l’aveva mai fatta apparire di parte. Fra destra e sinistra, stava al centro. Nei momenti migliori: in alto». Su questo orizzonte, mettersi a gridare, come il parlamentare ciellino in preda ad una crisi di amnesia, che è ora di dire «basta ai moralisti senza morale» significa solo decidere di far correre i cattolici verso il basso, il molto basso.
04 settembre 2009


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