
Senti parlare il presidente del Consiglio e i suoi ministri, leggi i principali giornali italiani, e ti viene una sgradevole sensazione di straniamento. È un rito crescente di autoconvincimento sulle magnifiche sorti e progressive della crescita prossima ventura. È una tribale danza della pioggia sulla ripresa che verrà, che sta già arrivando, che forse è già qui tra noi.
Poi sopraggiungono invece i dati ufficiali, quelli nudi e crudi, depurati dall'ideologismo di regime e dall'ottimismo di maniera. E allora smette subito di piovere. O meglio, piovono pietre sull'economia italiana, sospesa tra la fine della Grande Recessione e l'inizio di non si sa ancora cosa.
A giugno, dunque, la produzione industriale ha gelato tutte le più rosee aspettative: quelle del governo, quelle della Confindustria, quelle degli economisti più "prociclici" alla propaganda di palazzo. Il meno 1,2% su maggio (che si traduce in un meno 19,7% su base annua) pesa come un macigno sulle attese di chi immaginava un'inversione di tendenza già prima dell'estate.
L'inversione non c'è, purtroppo. C'è ancora, invece, un lungo rettilineo dentro il tunnel della crisi, che dal prossimo autunno raggiungerà il suo punto più buio e pericoloso, come giustamente e specularmente avvertono un banchiere di sistema come Corrado Passera e un sindacalista di matrice riformista come Guglielmo Epifani. Molte piccole imprese non riapriranno i cancelli. Molti lavoratori perderanno il posto. L'Isae avvisa che nella media del 2009, a fronte di un calo complessivo delle unità di lavoro equivalenti a tempo pieno del 2,7% nel totale dell'economia (pari a circa 664 mila unità in meno rispetto al 2008) il numero di persone occupate dovrebbe registrare una flessione dell'1,3%, pari a circa 300 mila posti di lavoro in meno sull'anno precedente. Non solo. "Il progressivo miglioramento del quadro economico complessivo previsto a partire dalla seconda metà del prossimo anno si rifletterà solo parzialmente nella dinamica occupazionale attesa nel 2010". Ciò significa che il quadro economico resterà pesante anche nel 2010, almeno sul fronte dell'occupazione e quindi della domanda, del reddito e dei consumi delle famiglie.
Nel resto del mondo e dell'Europa i segnali sono più confortanti. In Cina la crescita resta sostenuta, ben al di sopra dell'8%. Negli Stati Uniti gli indici di fiducia spingono Obama, per la prima volta, a vedere il bicchiere più mezzo pieno che mezzo vuoto. In Germania e in Francia l'export ha ricominciato a tirare, nonostante il rafforzamento dell'euro. Persino in Gran Bretagna la produzione industriale rimbalza, e il mercato immobiliare da segni di risveglio. In questo contesto, per nostra sventura, sembra esistere e resistere un "caso Italia". Un "decoupling" alla rovescia, che vede il nostro Paese penalizzato rispetto agli altri partner industrializzati. Non accorgersene, o far finta di non capire, è una colpevole omissione politica. Una raffica di piccole misure congiunturali non riporterà mai l'Italia a moltiplicare il suo potenziale di crescita. Un buon accordo con le banche sulla moratoria dei debiti delle imprese non basterà mai a rilanciare il Sistema-Paese, a scalare posizioni nelle classifiche mondiali sulla produttività e la competitività. Se va bene, torneremo l'Italietta di dieci anni fa. Qualche virtù, tanti vizi, e per il resto la solita buona stella nazionale. Berlusconi voleva essere la Thatcher italiana. Lo ricorderemo come il Caligola brianzolo.
m.giannini@repubblica.it
(6 agosto 2009)
L'inversione non c'è, purtroppo. C'è ancora, invece, un lungo rettilineo dentro il tunnel della crisi, che dal prossimo autunno raggiungerà il suo punto più buio e pericoloso, come giustamente e specularmente avvertono un banchiere di sistema come Corrado Passera e un sindacalista di matrice riformista come Guglielmo Epifani. Molte piccole imprese non riapriranno i cancelli. Molti lavoratori perderanno il posto. L'Isae avvisa che nella media del 2009, a fronte di un calo complessivo delle unità di lavoro equivalenti a tempo pieno del 2,7% nel totale dell'economia (pari a circa 664 mila unità in meno rispetto al 2008) il numero di persone occupate dovrebbe registrare una flessione dell'1,3%, pari a circa 300 mila posti di lavoro in meno sull'anno precedente. Non solo. "Il progressivo miglioramento del quadro economico complessivo previsto a partire dalla seconda metà del prossimo anno si rifletterà solo parzialmente nella dinamica occupazionale attesa nel 2010". Ciò significa che il quadro economico resterà pesante anche nel 2010, almeno sul fronte dell'occupazione e quindi della domanda, del reddito e dei consumi delle famiglie.
Nel resto del mondo e dell'Europa i segnali sono più confortanti. In Cina la crescita resta sostenuta, ben al di sopra dell'8%. Negli Stati Uniti gli indici di fiducia spingono Obama, per la prima volta, a vedere il bicchiere più mezzo pieno che mezzo vuoto. In Germania e in Francia l'export ha ricominciato a tirare, nonostante il rafforzamento dell'euro. Persino in Gran Bretagna la produzione industriale rimbalza, e il mercato immobiliare da segni di risveglio. In questo contesto, per nostra sventura, sembra esistere e resistere un "caso Italia". Un "decoupling" alla rovescia, che vede il nostro Paese penalizzato rispetto agli altri partner industrializzati. Non accorgersene, o far finta di non capire, è una colpevole omissione politica. Una raffica di piccole misure congiunturali non riporterà mai l'Italia a moltiplicare il suo potenziale di crescita. Un buon accordo con le banche sulla moratoria dei debiti delle imprese non basterà mai a rilanciare il Sistema-Paese, a scalare posizioni nelle classifiche mondiali sulla produttività e la competitività. Se va bene, torneremo l'Italietta di dieci anni fa. Qualche virtù, tanti vizi, e per il resto la solita buona stella nazionale. Berlusconi voleva essere la Thatcher italiana. Lo ricorderemo come il Caligola brianzolo.
m.giannini@repubblica.it
(6 agosto 2009)

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