

di Federica Fantozzi
Domenico Fisichella, cattolico, padre fondatore di An da cui è uscito per dissensi sul «mancato baluardo» al federalismo leghista, non era mai stato tenero - finora - con Gianfranco Fini.
Professore, Fini è sotto fuoco amico, il Giornale lo chiama “compagno”. Deve preoccuparsi?
«Di per sé non significa niente. Io 15 anni fa, ai tempi di Rauti, scrissi sul Tempo “compagno missino”. Questa locuzione non è una novità. Mentre le sue recenti prese di posizione hanno alcuni elementi di novità che non possono essere sottovalutati».
In particolare?
«Ne ho apprezzato l’atteggiamento in occasione della visita di Gheddafi. Perché va bene fare compromessi per interessi economici ma senza dimenticare la dignità nazionale. Anche sull’immigrazione esprime posizioni meditate. Basate sulla logica della comune umanità e sul fatto che chi lavora e paga le tasse non può essere ignorato sul piano dei diritti civili e, con i dovuti tempi, politici».
E’ sui temi bioetici che il presidente della Camera indispettito i suoi ex colonnelli.
«In generale, la Chiesa ha diritto di fare le sue valutazioni ma poi c’è l’autonomia dello Stato soprattutto nei momenti in cui ai vertici della Chiesa si verificano situazioni di sbandamento non da poco».
Mai, negli ultimi anni, lei ha espresso giudizi così positivi sull’azione di Fini. Lo ha rivalutato?
«Considero in maniera tendenzialmente positiva queste sue mosse. Restano dei gravi nei, come l’indulgenza della sua An sul federalismo leghista. Io ho insistito sui pericoli di disgregazione istituzionale ma anche culturale e civile, e ho lasciato An per questo. Ora certe prese di distanza sono tardive: se mi avesse ascoltato, facendo da baluardo alle aspettative del Carroccio, non saremmo al punto che Fini deplora. Ma anche le scelte del centrosinistra sul Titolo V hanno contribuito».
Feltri si chiede dove vuole arrivare. Lui replica a Berlusconi a muso duro. Dove è oggi Fini rispetto al suo partito?
«Fini non ha mai amato il suo partito, e larga parte dei suoi colonnelli non ha mai amato lui. Detto questo, sul piano della linea politica considero un errore il suicidio di An».
Intende la confluenza nel PdL?
«Eh sì. Oggi Fini ha una libertà politica superiore che se An fosse rimasta in piedi ma non gli resta nessuno strumento reale per sviluppare una sua azione nei prossimi anni. A meno che non pensi, con queste dichiarazioni, di costruire una nuova formazione capace di farsi interprete in modo organizzato e politicamente significativo delle sue linee».
Mettersi a capo di una piccola destra laica? Per farne cosa?
«Non credo ad aggettivi stantii come laico o clericale. Ci sono però alcuni snodi che prima o poi andranno affrontati: la personalizzazione del potere, il confitto di interessi, il sistema mediatico. Se non si interviene su questi temi, l’ipotesi
che circola di Fini candidato al Quirinale con i voti del centrosinistra, e non in questa legislatura perché non basterebbero, resterebbe una boutade a tavolino».
Se Fini punta al Colle, qual è il modo di raggiungerlo?
«Per immaginare questo traguardo occorre la disarticolazione del quadro politico, del PdL ma anche del centrosinistra. Non so se una persona singola senza un partito alle spalle ha la forza per una simile trasformazione».
Può darsi che l’implosione del PdL non sia più fantapolitica?
«È un discorso prematuro. Ma Fini ha ragione, i problemi politici restano. C’erano anche prima ed è stato un azzardo fare il partito unico. Però certo, come per il Pd, ora sarebbe molto più difficile una scissione con esito positivo per il sistema politico italiano».
Insomma, alla terza carica dello Stato non basta più una Fondazione?
«È necessaria ma non sufficiente. In una prima fase Fini può fare il gioco solitario ma poi dovrà chiamare a raccolta forze e uomini che condividano la sua linea. E passare dalla tattica alla strategia».
09 September 2009

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