
A neanche otto mesi dall’insediamento alla Casa Bianca questa sera Barack Obama affronta una prova già decisiva per la sua presidenza: dovrà illustrare una proposta di riforma della Sanità talmente convincente da risollevare le sorti dell’amministrazione. Le difficoltà di Obama nascono dall’interno del suo partito, i democratici, e sono evidenziate dai numeri: 52 deputati moderati si oppongono all’inserimento di un piano assicurativo pubblico nella riforma mentre 60 deputati liberal lo ritengono indispensabile. È un corto circuito che avviene nelle viscere della coalizione elettorale vincitrice nel 2006 del Congresso e nel 2008 della Casa Bianca perché i moderati sono quelli che hanno espugnato i distretti repubblicani in Stati conservatori come Indiana, North Carolina e Missouri mentre i liberal sono guidati da Nancy Pelosi, presidente della Camera già in prima fila nelle dure battaglie contro l’amministrazione di George W. Bush.
La spaccatura, visibile nell’aula della Camera quanto al Senato, minaccia Obama anche su altri fronti dell’agenda d’autunno perché i liberal sono dubbiosi sull’invio di nuovi rinforzi militari in Afghanistan mentre i moderati sono preoccupati da tasse e debiti, e vogliono riscrivere la legge sui tagli alle emissioni di gas nocivi per alleggerire i costi fiscali sulle imprese private. Sono questi disaccordi interni che fanno oscillare pericolosamente la popolarità del Presidente attorno alla quota del 50 per cento consentendo ai repubblicani un inatteso ritorno di popolarità - nei sondaggi sono appena 2,7 punti dietro ai democratici - e al commentatore conservatore Charles Krahutammer di concludere che «l’America sta scoprendo che Obama è un mortale come gli altri» e non il salvatore della nazione vincitore della sfida del 2008.
Per evitare che le divisioni fra i democratici imprigionino la presidenza, Obama si prepara questa notte a giocare una partita in tre mosse. Primo: un discorso scritto a mano, su fogli di carta gialla, per conversare con i cittadini, indipendentemente dalle loro idee politiche, sulla necessità di sanare il vulnus dei 47 milioni di residenti senza copertura sanitaria. Secondo: l’illustrazione dei dettagli di un compromesso bipartisan sul piano pubblico basato anche sui suggerimenti delle senatrici repubblicane del Maine, Olympia Snowe, e Susan Collins. Terzo: la scelta strategica di prendere personalmente le redini della riforma, la cui formulazione finora è stata lasciata nelle mani di leader democratici rivelatisi troppo litigiosi.
Spostare la regìa della riforma da Capitol Hill allo Studio Ovale è una decisione nelle corde di un leader divenuto Presidente grazie al rapporto diretto con gli americani, abituato ad affrontare a viso aperto le difficoltà più ardue e consapevole del fatto di continuare a essere un outsider per l’establishment di Washington. Così facendo Obama punta a galvanizzare l’esercito dei 13 milioni di fans che continuano a ricevere le sue e-mail ed a mettere nell’angolo chiunque nel partito democratico - moderato o liberal che sia - ostacolerà i programmi della presidenza. È una scommessa ad alto rischio, alla quale gli americani assisteranno in diretta tv, che il Presidente affronta alla sua maniera: con la calma del ragazzo che studiava sulle spiagge delle Hawaii e la grinta del veterano delle lotte politiche di Chicago.


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