Giorgio Simeoni è un deputato del Pdl molto caro a Silvio Berlusconi. Uno dei pochi maschi ammessi alle feste di villa Certosa in Sardegna. Ecco, prima di dare il via libera alla reintroduzione dell’immunità parlamentare, i politici del Pd più sensibili alle sirene del centrodestra, come Marco Follini, dovrebbero leggere con attenzione la sua storia. Simeoni è imputato per corruzione nel processo contro Anna Iannuzzi, meglio nota come lady Asl, una signora che, grazie ai suoi agganci politici, e alle sue truffe era riuscita a rubare ai contribuenti laziali decine di milioni di euro. Quando si è pentita, Anna Iannuzzi ha raccontato di avere stipendiato regolarmente Simeoni, allora assessore alla formazione e coordinatore nel Lazio di Forza Italia. Silvio Berlusconi lo ha premiato con una candidatura blindata nel 2006 nonostante l’accusa fosse basata oltre che sulle parole della corruttrice anche sulla confessione del segretario. Si chiama Giampaolo Scacchi e ha raccontato di avere ricevuto da Lady Asl per il suo capo uno stipendio mensile di 5 mila euro, poi saliti a 10 mila. Più una somma una tantum di 600 mila euro. Nonostante un quadro probatorio così schiacciante, la giunta per le autorizzazioni della Camera, ha negato il via libera all’arresto di Simeoni. Scacchi è stato ricandidato nel 2008, e rieletto.
Se fosse stata in vigore la vecchia immunità, che impediva addirittura il processo, Simeoni oggi sarebbe completamente al sicuro. E forse è proprio questo il vero obiettivo del ministro Angelino Alfano: ripristinare l’impunità per permettere ai tanti Simeoni che circolano per i palazzi italiani di continuare l’assalto alla diligenza senza paura.
Nella prima repubblica molti processi si sono conclusi prima ancora di cominciare per la vecchia formulazione dell’articolo 68 della Costituzione. Nel 1993 hanno ridotto lo schermo dell’immunità per sopire l’indignazione collettiva e popolare di Mani Pulite ma deputati e senatori restano cittadini speciali dinanzi alla legge. La Giunta delle autorizzazioni a procedere ha perso una parola: solo autorizzazioni, il processo non è più impedito dall’immunità totale. Resiste un’immunità parziale sull’insindacabilità delle espressioni fuori e dentro l’aula dei parlamentari.
Nella XIV legislatura, governo di Silvio Berlusconi, è stata accolta una delle 118 richieste di processare un parlamentare per le sue dichiarazioni. Con Romano Prodi a Palazzo Chigi, la statistica sale rapidamente al 20% (4 sì, 21 no) e si mantiene più o meno costante nella corrente XVI legislatura (2 sì e 16 no).
Inoltre i parlamentari non possono essere arrestati e perquisiti senza autorizzazione delle camere. Come è stato usato questo potere? Dal 1983, per Toni Negri, la Camera non concede un arresto. Il caso Simeoni risale alla legislatura precedente, a guida centrosinistra. I casi più eclatanti di diniego decisi dalla Giunta attuale presieduta da Pierluigi Castagnetti (Pd) nella XVI legislatura riguardano i deputati Salvatore Margiotta (Pd) e Antonio Angelucci (Pdl). Il pm Woodcock chiede la misura cautelare di Margiotta (poi respinta dal Riesame): appalti sul petrolio della Basilicata, tangenti per agevolare Tamoil. Siamo nel dicembre del 2008. L’amministratore delegato della Tamoil viene arrestato, mentre il destino di Margiotta passa nelle mani di Castagnetti e degli altri 20 componenti della Giunta. Antonio Leone (Pdl) “definisce fantasiose le iniziative giudiziarie del dottor Woodcock”. Leone vota no. Roberto Giacchetti (Pd) fa un discorso sui massimi sistemi, “osserva che fino a prova contraria i parlamentari sono tutti onesti e hanno la medesima legittimazione”. Giacchetti vota no. Lorenzo Ria si fa portavoce dei colleghi, “annuncia che il suo gruppo voterà contro”. Il Pd è compatto. Due sedute, un’oretta di lavoro e – a maggioranza – la Giunta delibera in favore di Margiotta.
Colore diverso e stesso risultato, pochi mesi dopo. La procura di Velletri - nell’ambito di un’inchiesta sull’attività della casa di cura San Raffaele gestita dalla Tosinvest - chiede gli arresti domiciliari per Antonio Angelucci, editore di Libero e del Riformista. Le 800 pagine di ordinanza del gip accusano la nota famiglia di imprenditori sanitari di una maxitruffa di 170 milioni ai danni della sanità regionale del Lazio. Durante la seconda delle tre sedute, Angelucci ricorda alla Giunta i suoi successi giudiziari e sottolinea “in primo grado o in sede d’appello sono stato assolto in ben quattro procedimenti tra il 1999 e il 2006”. Poi aggiunge, “la procura di Velletri è sita vicino a uno dei siti ospedalieri”. Insomma, la logistica crea un conflitto di interessi. Ma Angelucci non deve temere, la Giunta è comprensiva. Il solito Leone del Pdl afferma: “ormai la magistratura tende a forgiare la figura dell’’imputato di qualità’, colui cioè che per il solo fatto di aver un prestigio sociale e di essere investito di pubbliche funzioni è capace di delinquere ed è socialmente pericoloso”. Maurizio Turco del Pd, è solidale con Angelucci e con altre migliaia di imputati: “È una vittima, ma non della persecuzione della magistratura di Velletri, bensì della giustizia così come congegnata in Italia”. Anche Angelucci è salvo.


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