venerdì 20 novembre 2009

AGENDA ROSSA, QUEI BUCHI NERI E LE SENTENZE CLONE


di Sandra Amurri


La sentenza della VI sezione della Corte di Cassazione presieduta da Giovanni De Roberto che scrive la parola fine sulla possibilità di istruire un processo per poter illuminare quella zona di buio pesto che avvolge la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è del 17 febbraio 2009 e la motivazione è stata depositata il 18 marzo ma se ne è avuta notizia solo ora.
Prima stranezza.
Sentenza che conferma quella emessa il 21 aprile 2008 dal gup di Caltanissetta, Scotto Di Luzio, non proprio consueta in quanto il gup – andando al di là del suo ruolo, cioè verificare se esistono elementi sufficienti per celebrare un processo – entra nel merito valutando tutti i fatti di prova facendone un’analisi critica: non esiste la prova che Borsellino avesse con sé l’agenda quella domenica e semmai l’avesse avuta sarebbe certamente andata distrutta nell’esplosione. Dunque il processo per furto con l’aggravante di reati commessi per favorire Cosa Nostra a carico dell’allora capitano dei carabinieri e oggi colonnello Giovanni Arcangioli, non s’ha da fare.
Il ricorso, appoggiato dal sostituto procuratore generale in Cassazione, Carlo Di Casola, presentato solo molto tempo dopo dal procuratore capo Sergio Lari, magistrato perseverante e misurato: Borsellino quando lascia la villetta di Carini ha nella borsa l’agenda, come confermato dalla moglie.
Il giudice, come sempre di domenica, non aveva l’autista ed era alla guida dell’auto, dunque, durante il tragitto non avrebbe avuto alcuna possibilità di estrarre l’agenda dalla borsa che aveva sistemato nel sedile posteriore. E se per assurdo lo avesse fatto, l’agenda sarebbe rimasta in auto e non sarebbe andata distrutta in quanto la tesi che l’agenda sarebbe stata distrutta dalla deflagrazione potrebbe reggersi solo se il magistrato l’avesse avuta in mano quando è sceso dall’auto per andare a citofonare alla madre. Ma questa è un’ipotesi illogica visto che la donna sarebbe dovuta scendere subito.
La sua borsa è stata certamente prelevata dall’auto dal colonnello Arcangioli come provato dal filmato che mette in successione le immagini delle telecamere dei negozi, realizzato però solo 15 anni dopo la strage, in cui si vede Arcangioli allontanarsi dal luogo della strage con in mano un oggetto che ingrandito risulta essere, inequivocabilmente, una borsa.
Il colonnello si difende dicendo: non ricordo nulla a causa dell’emozione. Di certo la tesi di un ufficiale dell’Arma emozionato, nonostante non avesse mai conosciuto Borsellino, al punto da non riacquistare la memoria dinanzi alle immagini, non è stata sufficiente per celebrare un processo dal quale il colonnello sarebbe potuto anche essere stato assolto. Ma senza il processo restano dubbi troppo pesanti che hanno indotto Francesco Crescimanno, legale della famiglia Borsellino, durante l’udienza a porte chiuse, a rivolgergli questa domanda: “Perché un ufficiale dei carabinieri non chiede con dignità di essere processato nella convinzione che il dibattimento potrà offrire un momento di confronto prezioso per il raggiungimento di una verità di cui il paese ha bisogno?”.
A rispondere il silenzio.
Restano le parole di Agnese Borsellino e dei suoi figli che non vengono soffocate dal rispetto profondo per i giudici: “La sera quando Paolo si ritirava annotava gli spostamenti, gli appuntamenti su un’agenda grigia che teneva nello studio. Ma quella rossa non ricordo l’avesse mai lasciata a casa uscendo. Soprattutto dopo la morte di Giovanni non se ne distaccava un solo istante e quel pomeriggio l’aveva con sé. E non c’è una ragione plausibile per cui Paolo prendesse l’agenda per andare a citofonare alla madre che sarebbe scesa subito per andare con lui dal cardiologo. Di certo vi aveva scritto tutto quello che avrebbe riferito ai magistrati di Caltanissetta sulla morte di Falcone e anche tutto ciò che, man mano, apprendeva dai collaboratori di giustizia ed emergeva dalle sue indagini. Quando ci è stata restituita la borsa c’era un’altra agenda marrone dove Paolo annotava numeri di telefono, un costume, un mazzo di chiavi e diversi pacchetti di sigarette, mancava solo l’agenda rossa. Qualcuno, coperto da chissà chi, l’ha rubata. Questa è una certezza. Non la nostra certezza”.
Quella stessa agenda rossa che era sulla scrivania anche durante l’intervista data ai colleghi francesi Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi di Canalplus per un documentario sui rapporti tra mafia e imprenditoria del nord.

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