
Fini avverte che la rottura definitiva con Berlusconi sta arrivando a passi svelti. E sorride amaro quando legge le rassicurazioni del premier agli europarlamentari ex An preoccupati dei cattivi rapporti nel Pdl. «Dice che il problema sono io, mentre lui ci mette tutta la buona volontà. Certo, ma sempre alle sue condizioni, alla sua maniera, senza il rispetto delle regole e delle istituzioni di garanzia. Desolante lo spettacolo che ha dato a Bonn». E ora il presidente della Camera teme che domani, in piazza Duomo a Milano per un’iniziativa della campagna di tesseramento del Pdl, ci sia un’altra terribile puntata, con un’escalation contro il Quirinale, la Consulta e la magistratura.
Una «continua demolizione» del Capo dello Stato nel quale invece «devono riconoscersi tutti gli italiani». In politica come nel calcio, ha spiegato Fini agli studenti dell’Università di Rende, le regole del gioco vanno rispettate e l’«arbitro» deve essere tenuto fuori dalla mischia. La Costituzione prevede che uno degli arbitri sia il Capo dello Stato nel quale «si devono riconoscere tutti gli italiani». «Finita la competizione elettorale, si ponga fine alla quotidiana propaganda, al clima di derby permanente e si lavori per il bene comune, fermo il ruolo di garanzia che hanno talune cariche». Bisogna avere «fiducia nella volontà e nella capacità della magistratura di accertare la verità come dimostra la deposizione di Graviano».
Fini teme che a Milano un Berlusconi fuori controllo faccia un altro «predellino» dirompente, proprio come vogliono i «falchi», minacciando elezioni anticipate e cacciandosi in un vicolo cieco. Fini sul piano inclinato delle elezioni non lo seguirebbe mai. Il Cavaliere potrebbe vincere alla Camera, ma al Senato non avrebbe la maggioranza. Contro di lui scenderebbe in campo uno schieramento elettorale magari eterogeneo ma forte. E Berlusconi non ritornerebbe a Palazzo Chigi. E poi, chi gli garantisce lo scioglimento anticipato delle Camere? Il Presidente della Repubblica lo aspetta al varco e in caso di crisi del governo vorrà verificare altre maggioranze.
A quel punto Fini potrebbe mettere a disposizione di un nuovo esecutivo i voti dei suoi parlamentari fedeli (vengono calcolati una ventina al Senato e circa 50 alla Camera). Sì, vengono fatti calcoli tra i finiani, i quali hanno anche dei sondaggi che danno a «una eventuale Lista Fini» l’8% dei consensi. Gli stessi sondaggi dicono che se l’ex leader di An dovesse «intrupparsi in una lista Kadima» con Casini e Rutelli il suo apporto sarebbe insignificante, attorno al 2%. Se invece si presentasse come difensore delle istituzioni, della legalità e dei valori della destra europea il risultato sarebbe ben diverso. «Berlusconi si chiede “cosa ne farebbe dell’8%?”.
Basta - spiegano i finiani - per non farsi ammazzare. Così come non ci è riuscito con Casini che adesso sta rincorrendo, Berlusconi non ci riuscirebbe nemmeno con Fini». Questo lo scenario catastrofico che si potrebbe verificare se il Capo dello Stato non dovesse firmare i provvedimenti sul processo breve e il legittimo impedimento. Berlusconi farebbe approvare nuovamente le due leggi e le rimanderebbe al Quirinale. In questo caso Fini direbbe di no: la rottura sarebbe inevitabile. I rapporti tra i due potrebbero invece ricomporsi se il Cavaliere evitasse di salire sui «predellini» e riconoscesse a Fini quanto è stato «conferito» nel Pdl. Il presidente della Camera vuole rinegoziare i rapporti nel partito, in termini di coordinatori e dirigenti del partito. Il «patto notarile» prevede che ad An spetti il 30%: ora Fini invece si trova la sua ex squadra quasi tutta dalla parte di Berlusconi.


Nessun commento:
Posta un commento