Alcune riflessioni sulla celebrazione a Milano di Mario Pannunzio, fondatore del settimanale, da parte di chi è stato al suo fianco
Proprio utilizzando il calendario e forse con qualche anticipo di troppo, nella scorsa primavera la Provincia di Lucca - sua città natale - volle prender l'iniziativa e invitò me ad esserne il relatore. E poiché nella stessa città e nello stesso anno era nato anche Arrigo Benedetti fondatore dell''Europeo' prima e dell''Espresso' dopo; poiché Benedetti e Pannunzio furono grandi e intimissimi amici; poiché i settimanali da essi creati ebbero una funzione analoga nella storia del giornalismo italiano, ma non soltanto: anche nella storia delle idee; per tutte queste ragioni parve giusto abbinare quei due nomi e trattare insieme l'opera cui dettero vita.
Il centenario celebrato dal 'Corriere della Sera' nei giorni scorsi non ha seguito l'iniziativa della Provincia di Lucca e non ha dato alcun cenno dell''Espresso' di Benedetti. Nulla da obiettare, ciascuno ha i suoi criteri. Per di più 'Il Mondo' è morto da tempo, 'L'Espresso' invece è più vivo che mai, sicché celebrarlo potrebbe riflettere un alone di simpatia sui successori di Benedetti, perciò meglio guardarsene e il 'Corriere' infatti se ne è guardato. Non toglie che il dibattito promosso dalla Fondazione di via Solferino è stato interessante e ricco di partecipanti. Non ero presente, ma ho letto i resoconti e ho seguito le discussioni. Qualche cosa da dire ce l'ho e perciò la dico.
Anzitutto una breve osservazione preliminare (i preliminari sono di solito i più gustosi). 'Il Mondo' durò sedici anni, Pannunzio aveva già diretto il 'Risorgimento liberale' dal 1944 al '47. Oggi si fanno convegni su di lui e sui suoi giornali, si scrivono libri, si discutono tesi di laurea. Il numero degli estimatori è in aumento esponenziale. Ho detto una volta che accadde a Pannunzio ciò che avvenne per i Mille di Garibaldi: alla partenza non superavano i 700, ai giorni nostri i garibaldini che presero il mare a Quarto sarebbero molte migliaia perché molte migliaia sostennero d'esser partiti per Calatafimi. Non so se sia buono o cattivo segno.
Sta di fatto comunque che il 'Corriere della Sera' dell'epoca, nei vent'anni di attività giornalistica di Pannunzio, non citò quasi mai - forse mai - le campagne del 'Mondo', i convegni degli 'Amici del Mondo' e le iniziative culturali e politiche di Pannunzio, sebbene alcuni dei collaboratori di Mario lo fossero anche del 'Corriere', a cominciare da Mario Ferrara e da Panfilo Gentile. Quel silenzio meriterebbe qualche spiegazione ma non risulta che nel 'meeting' dei giorni scorsi sia stata data.
Io la spiegazione ce l'ho ed è la seguente. Il Pannunzio del 'Mondo' non era più il liberale ortodosso di via Frattina (sede del Pli di quegli anni). Era sì, un liberale, ma non più allo stato puro. Si era volontariamente contaminato. Si era messo insieme a persone che puzzavano di eresia. Gran brava gente, spesso con un passato eroico alle spalle, ma eretici, questo è sicuro. Imbarazzanti. Scomodi. Uno per tutti? Ernesto Rossi. Ma sì, proprio lui, quello del 'non mollare'. E non era il solo. S'era messo insieme, Pannunzio, ad un gruppo di ex azionisti della peggiore specie dal punto di vista politico, tra i quali perfino Ferruccio Parri.
Vi pare che il 'Corriere' di allora li avrebbe incoraggiati? Li avrebbe 'pompati' come fa adesso per un paio di giornaletti in circolazione nelle mazzette redazionali? I grandi giornali hanno un loro 'aplomb' e lo rispettano. Perciò bisogna essere morti come Pannunzio e come 'Il Mondo' per aver diritto ad un convegno che ne riscaldi la memoria. Da vivi, ognuno se la veda come può.
Ho letto anche che Pannunzio sostenne la terza forza con accanita tenacia ancorché senza successo. Dunque era un terzista 'ante litteram'. È vero. Essendogli stato vicino in quegli anni posso confermare: sostenne la terza forza, anzi se la inventò. Ma che tipo di terza forza? Le pagine del 'Mondo' e i convegni degli 'Amici del Mondo' sono lì a dirlo.
Sostenne la necessità di una forza laica e liberal-socialista che opponesse la sua visione politica e ideale a quella plumbea e funeraria dei campi di sterminio del comunismo sovietico. Del nazismo e della Shoah si parlava e si scriveva solo per dire che con loro perfino una durissima polemica sarebbe stata una concessione impensabile.
Ma c'era anche un terzo e un quarto fronte: contro il clericalismo della Chiesa e la sottomissione della Dc; e contro le politiche monopoloidi della Confindustria e dei 'Padroni del vapore'.
I convegni sostennero la libertà di stampa (quella che c'era era ritenuta inaccettabile e permanentemente insidiata), la scuola pubblica, l'abolizione del Concordato. Sul piano economico gli obiettivi erano la lotta contro i monopoli, la riforma delle società per azioni, la liberalizzazione del commercio, la denuncia del malaffare della Federconsorzi e infine l'epica battaglia per la nazionalizzazione dell'industria elettrica. Questa era la terza forza che noi volevamo. Dico noi perché noi allora eravamo lì.
Accadde ad un certo punto che la compattezza di quel gruppo si ruppe e si ruppe in particolare l'intesa tra Pannunzio ed Ernesto Rossi. Non sto a dire dove era il torto e dov'era la ragione; forse erano equamente distribuiti. Ma sta di fatto che la rottura determinò sostanzialmente la fine di quell'esperienza. 'Il Mondo' sopravvisse ancora per due anni, poi chiuse i battenti.
Mi auguro che queste cose qualcuno le abbia raccontate nel 'meeting' di via Solferino, Sala Montanelli. Indro (visto che l'ho nominato) non faceva parte della nostra compagnia. Combatté altre egregie battaglie, ma non le nostre.
(03 dicembre 2009)



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