
A cinquant’anni dalla scomparsa, ritratto del campionissimo simbolo dell’Italia che risalivadi Olivero Beha
Non era domenica, era soltanto un maledetto sabato di cinquant’anni fa quando se ne andava nel mito e nella malaria in un ospedale di Tortona Fausto Coppi, il principe dei superlativi. Su di lui è stato scritto tanto, ma mai abbastanza. Perché non è sufficiente trattarlo da insuperabile del pedale, da trasgressore del costume di quegli anni per la sua relazione con la “dama bianca” che oggi sarebbe incomprensibilmente banale per un giovane del nuovo millennio, da eponimo dei suivers, degli sportivi italiani e planetari.
Coppi è stato comunque “altro” e sempre altro da altro.
È stato la memoria del singolo e della collettività che usciva stremata dal dopoguerra, è stato sul manubrio un fenomeno della Ricostruzione, è stato l’Italia che vinceva in uno sport atrocemente duro, terragno, ma anche alato e pieno di sogni e di miraggi, è stato lo stile fatto persona che rimandava al cavaliere errante dei secoli andati, è stato un campione meta-sportivo in tutte le sue manifestazioni, e in tutti i ricordi delle sue manifestazioni. Come se trasmettesse un’idea di nobiltà sudata e storica che faceva da piattaforma a una generazione intiera in cerca di riferimenti.
Il destino l’aveva scolpito in un certo modo, dal naso leggendario alla figura esile, dallo sforzo contenuto all’entusiasmo sempre rappreso, dall’enigma del suo inarrivabile talento alla controprova della sua esilità così fragile e resistente di stamina.
Il “meglio morire con la testa bionda” del poeta, per cui rimani caro agli Dei se ti rapiscono giovane nell’alone del ricordo, si trasferisce ai quarant’anni di Coppi e alla sua leggenda che non lo prevede vecchio e ingrassato ma sempre uguale a se stesso, a quell’airone-uomo che spinge sui pedali sempre e comunque nella compostezza dello stile.
Lo stile, lo stile di Fausto, lo stile di vita di Fausto, e la classe di Gino che gli era stato offerto come contraltare perché non rimanesse troppo solo nell’immaginario della bicicletta. Ma Bartali aveva attraversato più epoche, con la guerra a tagliargli le gambe e i traguardi, e la sua storia è quella di un altro campione meraviglioso ma diversissimo, di cui si ricorda la bici, la toscanaggine e l’attentato a Togliatti per avere dei riferimenti nitidi e precisi.
Coppi è altra cosa, di nuovo altro da altro.
Basta dire Coppi, l’uomo solo al comando, e non conta tanto dove, come, davanti a chi, quando, queste sono perifrasi giornalistiche che si sublimano fondendosi nell’emotività legata alla memoria e allo stile, una memoria dello stile e insieme uno stile della memoria, oltre il ciclismo, per una di quelle rare figure che rompono gli steccati e riassumono uno spirito del tempo, nel caso di quell’Italia di metà Novecento.
Coppi in realtà viene ricordato non negli anniversari ma tutto l’anno se il pensiero corre a quell’Italia, a quella storia di uno e di tutti, alla bicicletta che resta un oggetto di culto dello sport e del cinema in un neorealismo che tingeva di sé tutto quanto. Di questa memoria condivisa ci sarebbe bisogno e il presidente Giorgio Napolitano in questa fine d’anno avrebbe fatto Bingo politicamente e culturalmente parlando di Coppi invece che delle solite, magari giuste, certo straprevedibili cose.
Da quel maledetto sabato a ogni domenica, in questo caso ancora senza campionato se non quello in buona parte parolaio del calciomercato invernale. Un mese di campagna che per lo più finirà nelle bolle di sapone gigantesche di un artista vietnamita in questi giorni a Roma, uno che in una bolla ci fa entrare un elefante… Dalle mitologie coppiane alle bolle calcistiche e non solo, la strada è improvvisamente breve: per i tifosi i nomi sui giornali riempiono la fantasia, a spese delle banali e razionali considerazioni che il calcio e una squadra di calcio sono entità insieme lineari e complessissime. Per intenderci, il modo in cui un centravanti di valore rubato al basket come Luca Toni riuscirà nella Roma dipenderà da molti fattori, di cui forse l’aspetto tecnico non è davvero il più importante. Nell’alchimia dei rapporti, l’insieme di un gruppo è un organismo vivente, una sorta di plancton pallonaro che dipende da elementi prevedibili e imprevedibili. Voglio dire che non c’è solo “la palla rotonda che può prendere il palo oppure no”, c’è anche un’organizzazione societaria, tecnica, medica che fa delle squadre un insieme che funziona oppure no. Non sono album di figurine, anche se spesso vengono mediaticamente o societariamente spacciate come tali. Penso ad esempio che sarà più difficile immettere un altro straniero come il macedone Pandev nell’Inter pigliatutto (che se non vince la Champions rischia di diventare “piglia-niente” anche con l’ennesimo scudetto), e peggio mi sentirei con altri innesti. Come sembra incredibile che alla Juventus giochino quotidianamente al toto-allenatore. Peggio non potrebbero fare. Meglio il Milan, allora, anche se bascula tra una quadratura tecnica sofisticata e il rischio di un bluff atletico se improvvisamente chi corre smettesse di correre. Ma almeno Beckham l’hanno sperimentato, e non mi stupirei se lui e Huntelaar o Borriello reggessero un bel po’ lì davanti. Quanto al discorso che facevo sulla memoria e sullo stile a proposito del marziano umanissimo Fausto (non gli avranno messo nome Fausto a Bertinotti per Coppi?), calza a puntino per la Fiorentina dei Della Valle bros e di Pantaleo Corvino. Sia pure con una sessione di ritardo, risparmiando certo denari ma perdendo punti preziosi, la Fiorentina ha acquistato un ottimo difensore, Felipe. Era una questione di soldi e di tecnica, la memoria non c’entra e lo stile neppure, o quasi. Memoria e stile entrano invece in gioco per Adrian Mutu. Se il giocatore volesse chiudere la carriera a Firenze, come è possibile che il club non tenga conto che questa Fiorentina, nata dalle ceneri della precedente via Florentia, non ha radici? Non ce n’è uno di prima in società, l’unico che ha creato continuità vera è Prandelli: il resto è un vendi e compra, per carità legittimo ma che nulla ha a che vedere con l’alone anche solo periferica-mente mitico od onirico del calcio. Che prevede un’appartenenza, un’identità, una bandiera anche se sempre più abbrunata. Mutu potrebbe esserlo, è un “fenomeno” rinato a Firenze, che potrebbe far da chioccia ad altri pulcini, potrebbe addirittura finire la carriera in un altro ruolo, da regista di centrocampo. E invece il conto si fa su quanto si realizza vendendolo ora oppure in estate. Mamma mia, che brutto calcio in generale, e che peccato per l’esalazione della memoria e l’arrugginimento dello stile. Ci vorrebbe un arrotino…
Da quel maledetto sabato a ogni domenica, in questo caso ancora senza campionato se non quello in buona parte parolaio del calciomercato invernale. Un mese di campagna che per lo più finirà nelle bolle di sapone gigantesche di un artista vietnamita in questi giorni a Roma, uno che in una bolla ci fa entrare un elefante… Dalle mitologie coppiane alle bolle calcistiche e non solo, la strada è improvvisamente breve: per i tifosi i nomi sui giornali riempiono la fantasia, a spese delle banali e razionali considerazioni che il calcio e una squadra di calcio sono entità insieme lineari e complessissime. Per intenderci, il modo in cui un centravanti di valore rubato al basket come Luca Toni riuscirà nella Roma dipenderà da molti fattori, di cui forse l’aspetto tecnico non è davvero il più importante. Nell’alchimia dei rapporti, l’insieme di un gruppo è un organismo vivente, una sorta di plancton pallonaro che dipende da elementi prevedibili e imprevedibili. Voglio dire che non c’è solo “la palla rotonda che può prendere il palo oppure no”, c’è anche un’organizzazione societaria, tecnica, medica che fa delle squadre un insieme che funziona oppure no. Non sono album di figurine, anche se spesso vengono mediaticamente o societariamente spacciate come tali. Penso ad esempio che sarà più difficile immettere un altro straniero come il macedone Pandev nell’Inter pigliatutto (che se non vince la Champions rischia di diventare “piglia-niente” anche con l’ennesimo scudetto), e peggio mi sentirei con altri innesti. Come sembra incredibile che alla Juventus giochino quotidianamente al toto-allenatore. Peggio non potrebbero fare. Meglio il Milan, allora, anche se bascula tra una quadratura tecnica sofisticata e il rischio di un bluff atletico se improvvisamente chi corre smettesse di correre. Ma almeno Beckham l’hanno sperimentato, e non mi stupirei se lui e Huntelaar o Borriello reggessero un bel po’ lì davanti. Quanto al discorso che facevo sulla memoria e sullo stile a proposito del marziano umanissimo Fausto (non gli avranno messo nome Fausto a Bertinotti per Coppi?), calza a puntino per la Fiorentina dei Della Valle bros e di Pantaleo Corvino. Sia pure con una sessione di ritardo, risparmiando certo denari ma perdendo punti preziosi, la Fiorentina ha acquistato un ottimo difensore, Felipe. Era una questione di soldi e di tecnica, la memoria non c’entra e lo stile neppure, o quasi. Memoria e stile entrano invece in gioco per Adrian Mutu. Se il giocatore volesse chiudere la carriera a Firenze, come è possibile che il club non tenga conto che questa Fiorentina, nata dalle ceneri della precedente via Florentia, non ha radici? Non ce n’è uno di prima in società, l’unico che ha creato continuità vera è Prandelli: il resto è un vendi e compra, per carità legittimo ma che nulla ha a che vedere con l’alone anche solo periferica-mente mitico od onirico del calcio. Che prevede un’appartenenza, un’identità, una bandiera anche se sempre più abbrunata. Mutu potrebbe esserlo, è un “fenomeno” rinato a Firenze, che potrebbe far da chioccia ad altri pulcini, potrebbe addirittura finire la carriera in un altro ruolo, da regista di centrocampo. E invece il conto si fa su quanto si realizza vendendolo ora oppure in estate. Mamma mia, che brutto calcio in generale, e che peccato per l’esalazione della memoria e l’arrugginimento dello stile. Ci vorrebbe un arrotino…

1 commento:
Un bellissimo articolo di Oliviero Beha, che rievoca le magìe di Fausto Coppi sulla bici e nella vita, riconosce a Gino Bartali la quintessenza del mito ciclistico che attraversa varie epoche, esaltato dalla sua rivalità, leggendaria, con Fausto (ancora oggi si discute chi passò l'acqua a chi in un passaggio del Giro d'Italia terribile, strade non asfaltate), che declina improvvisamente e del tutto fuori tema con il calcio moderno, che di sport non ha più nulla. Peccato.
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