Regionali. Giustizia. Nuove regole. È asse tra Fini, Casini e D'Alema. Per fermare il Cavaliere
Invocano in pubblico lo Spirito Santo, che venga ad assisterli, «perché il suo popolo non perisca nel male», come recita l'antico canto liturgico. Lo chiama in soccorso Gianfranco Fini, durante un eccitante convegno sulla legislazione, che il presidente della Camera utilizza per lanciare il primo siluretto del nuovo anno all'indirizzo di Silvio Berlusconi: «È una mitologia pensare che si possa governare facendo affidamento solo sul voto popolare e scavalcando il Parlamento». Parole non casuali, nelle ore in cui l'avvocato del premier Niccolò Ghedini cucina il nuovo marchingegno salva-Berlusconi: un decreto, subito ritirato, che sospendeva i processi del Cavaliere per tre mesi, giusto il tempo della campagna elettorale. Accanto a Fini il predecessore Pier Ferdinando Casini annuisce vistosamente. E quando Fini nomina lo Spirito, Casini si unisce: «Abbiamo bisogno di essere illuminati ».
La terza persona della Trinità non c'è, è rappresentata nella sala della Lupa da Luciano Violante. Ma gli altri due lo tengono ben presente: l'ex premier, aspirante presidente del Comitato parlamentare sui servizi segreti, Massimo D'Alema. Perché tocca a loro, alle tre volpi ingrigite della Seconda Repubblica, provare a modificare nelle prossime settimane lo schema della politica italiana. Marciare divisi, almeno nella maggior parte dei casi, per colpire uniti. Con l'ambizione comune di scompaginare gli attuali schieramenti, regolare i conti interni, ridisegnare le regole del gioco. Fino a costituire un partito, trasversale. Un Tripartito. Il Tripartito Fini-Casini-D'Alema è già entrato in azione, almeno a dare retta alle voci che accompagnano il convulso rebus delle candidature alle elezioni regionali. «Se Emma Bonino nel Lazio dovesse perdere c'è una parte del Pd che già si prepara tra pochi mesi a
d entrare in giunta con Renata Polverini», ha confidato ad alcuni amici un importante dirigente del Pd romano. Nella vertiginosa eventualità che pochi mesi dopo il voto si possa verificare una spaccatura tra l'ala berlusconiana del Pdl e gli uomini di Fini più vicini alla segretaria dell'Ugl candidata alla presidenza del Lazio, sostenuta dall'Udc di Casini. Roba da fantapolitica. Se non fosse che l'incredibile scenario ha appena preso corpo in Sicilia. Qui il governatore Raffaele Lombardo, eletto 20 mesi fa con il 65 per cento dei voti con una coalizione di centrodestra, ha ribaltato la sua maggioranza, ha scaricato mezzo Pdl e ha messo su una nuova giunta con l'appoggio esterno di una parte del Pd. A benedire l'operazione, la settimana scorsa, è volato il presidente della Camera in persona, ospite di Lombardo a Palermo per una festosa colazione a base di tè e biscotti: «Un laboratorio importante, per fare finalmente le riforme che la Sicilia attende da anni», ha approvato Fini.D'Alema con Lombardo aveva già parlato, assicurando il suo occhio di riguardo per la manovra. E infatti il capogruppo del Pd all'Assemblea regionale siciliana Antonello Cracolici, dalemiano di stretta osservanza, è il sostenitore più sfegatato del ribaltone. E pazienza se il partito si è diviso in quattro. L'Udc di Casini non c'è, per ora è stato escluso dall'accordo. Ma il purgatorio centrista, si può scommettere, non durerà a lungo. Perché intanto Pier ha portato a casa un risultato di bandiera: in Sicilia i due schieramenti storici non ci sono più. Estinti. Polverizzati. Al loro posto, la nuova politica. Quella che si vorrebbe costruire nel resto d'Italia. L'era dei partiti Avatar. Con una faccia da mostrare agli elettori. E i leader che manovrano indisturbati le loro creature virtuali nella sala di comando, al riparo da primarie, elezioni dirette, suggestioni obamiane e altre americanate. Laboratorio della nuova stagione è il Lazio, dove Fini e Casini si sono alleati sotto le bandiere della Polverini e D'Alema sostiene la Bonino. «Sparge sale sulle ferite», spiega un deputato del Pd: «Azzera il gruppo dirigente romano, ancora di fedeltà veltroniana. E si intesta la paternità della candidatura radicale: se la Bonino vince Massimo dirà che è stata un'idea sua, se perde riscuoterà la gratitudine di Fini e Casini che l'hanno presa come una desistenza mascherata: un nome di prestigio ma non imbattibile a Roma, dove il voto dei preti conta qualcosa».
E dire che il capogruppo del Pd in Campidoglio, Umberto Marroni, ultra-dalemiano, non voleva sentirne parlare: «Candidare la Bonino nel Lazio? Sarebbe come mettere un dito nell'occhio al Vaticano ». Fedele alla linea togliattiana dell'incontro con i cattolici: non informato del contrordine compagni, evidentemente. Più complicato per gli scienziati delle nuove alleanze far reagire le alchimie della politica in Puglia. Qui l'asse si sposta: D'Alema e Casini da una parte, Fini dall'altra. Massimo e Pier da mesi sognano di costruire la nuova Santa Alleanza. «La sinistra blairiana e il centro riformista», sintetizza Angelo Sanza, plenipotenziario dell'Udc nel Tavoliere. C'era un piccolo ostacolo da rimuovere, l'attuale governatore Nichi Vendola. Inviso a entrambi: Casini, si racconta, per l'ostilità di Nichi il rosso alla privatizzazione dell'Acquedotto pugliese che fa gola al gruppo Caltagirone, D'Alema per la rapidità con cui Vendola ha licenziato dalla sua giunta gli assessori (dalemiani) lambiti dalle inchieste sulla sanità. Tra i due il più duro con Vendola, a sorpresa, è il suo ex compagno di partito D'Alema, mentre Casini forse avrebbe potuto appoggiarlo, come in Piemonte con Mercedes Bresso. E invece D'Alema è riuscito a trascinare tutto il Pd nazionale nella contesa sul suo territorio: in altre regioni in bilico, il Lazio, la Campania, la Calabria, attendono la fine della guerra pugliese. Clan e tribù, una situazione balcanica in cui ora l'ex premier confessa di non capirci più tanto neppure lui: come se il maresciallo Tito assistesse da vivo alla frantumazione della Jugoslavia. E il rivale Vendola ironizza ferocemente sulle sue qualità di stratega: «D'Alema è partito con il realismo. Poi è passato all'iper- realismo. Ed è arrivato al surrealismo».
Il terzo uomo, il presidente della Camera, si è tirato fuori dalla bagarre delle regionali, chiusa per lui con piena soddisfazione: Renata Polverini candidata nel Lazio (con il sì di Casini), Giuseppe Scopelliti in Calabria, e lo spettacolo di un Pdl a corto di personalità quando deve cercarle tra gli ex Forza Italia. «In una regione simbolo come la Campania non si è trovato un nome più forte del socialista Stefano Caldoro», fa notare l'intellettuale di Farefuturo Alessandro Campi. Ma per la terza carica dello Stato il problema resta il rapporto con Berlusconi. Sulla questione giustizia, scelta dal Cavaliere - come poteva essere altrimenti?- come terreno per riportare il partito sotto la sua leadership. In quarantott'ore la recita del dialogo, messa in scena per tutte le vacanze di Natale, si è rivelata per quello che era: una presa in giro. Al suo posto, la solita girandola di provvedimenti ad personam: il processo breve al Senato, peggiorato dall'emendamento dell'ex An Giuseppe Valentino, che estende la tagliola dei tempi dalle persone fisiche a quelle giuridiche, società del premier comprese.
E poi l'ipotesi di un decreto per sospendere i processi per tre mesi, escogitato da Ghedini, che aveva riportato alle stelle la tensione tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Risultato: commissioni e aule parlamentari intasate da leggi sempre più macchinose, costrette a discutere di un solo tema, la giustizia. L'unico che stia davvero a cuore a Berlusconi. Un'ossessione. Una bulimia. Come dimostra il simpatico dono distribuito dal premier ai presenti durante il vertice a Palazzo Grazioli di ripresa delle attività: al posto di banali orologi, un fascicoletto con il sunto di un capitolo dell'ultimo libro di Bruno Vespa, quello dedicato al processo Mills, con l'autodifesa di Berlusconi, la stessa che difficilmente potrà essere ascoltata in tribunale. Un bignamino da imparare a memoria e ripetere in tutte le sedi. Non facile per Fini fare da argine al Cavaliere scatenato. Sul decreto Ghedini il presidente della Camera ha posto un'unica condizione per farlo passare, in sintonia con le preoccupazioni di Giorgio Napolitano: «Il presidente firmerà il decreto, io ti darò copertura politica. Ma tu devi far ritirare il processo breve al Senato che sta provocando la reazione di tutto il mondo giudiziario. Non puoi volere tutto», ha spiegato Fini a Berlusconi. Niente da fare: il premier non si fida, i sondaggi gli hanno restituito forza, vuole chiudere la partita con tutti i mezzi a disposizione. Un inasprimento che rende ancora più urgente per Fini l'esigenza di trovare nuovi alleati, uscire dal recinto del Pdl, sempre più soffocante. La settimana prossima il presidente della Camera riceverà a Montecitorio il cardinale Camillo Ruini, unico cervello politico della Chiesa in servizio. Un incontro che segna la fine di mesi di freddezza tra Fini e i vertici ecclesiastici, dopo le polemiche sul testamento biologico, molto gradito da Casini.
E con D'Alema continua il lavoro delle fondazioni Farefuturo e Italianieuropei. «Il presidente della Camera è il motore delle riforme, il catalizzatore del dialogo», spiega il leader dell'Udc. Sulla legge elettorale tedesca, che piace a Casini e a D'Alema, Fini in passato si è dimostrato poco entusiasta. Ma potrebbe cambiare idea: un pragmatico come lui non si impunta su un modello istituzionale. Ed è in ottima compagnia. Fini, Casini e D'Alema sono tre professionisti di partito che marciano in parallelo da più di trent'anni, da quando Massimo dirigeva la Fgci, Gianfranco il Fronte della Gioventù e Pier il movimento giovanile della Dc. Ora sono alla svolta di una lunga carriera. Costruire l'asse portante di un nuovo sistema o rassegnarsi a un futuro di notabilato. Possono diventare il triangolo magico della Terza Repubblica, se mai nascerà. O finire per rappresentare il volto di una politica senza più baricentro.
(14 gennaio 2010)


3 commenti:
Mi chiedo se i cittadini in tutto questo hanno un valore oltre a quello numerico, questi pensano solo alla torta da spartirsi da buoni compagni di merende.
Che Paese di farabutti!
Hai ragione, è apparso incredibile anche a me, ma se serve a mandare fuori dalle scatole B., è il male minore: non trovi?
NO, NON E' LA TRIPLICE SANTA ALLEANZA MA LA TRIPLICE ALLEANZA DI STRONZI.
PERCHE'? PERCHE' HANNO ESCUSO L'IDV, NON GLI VA CHE DI PIETRO LI CONTROLLI DALL'INTERNO.
PENSATE COME SIAMO RIDOTTI MALE DA DOVER SPERARE IN FINI PER LIBERARCI DI B.!
SIAMO UN POPOLO DI STRONZI.
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