lunedì 8 marzo 2010

Matteoli e la raccomandazione come metodo Così il ministro è diventato “l’Unno del Signore”


L’EX AN È AL CENTRO DELL’INCHIESTA TOSCANA SUGLI APPALTI

di Peter Gomez

Che il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli fosse un politico quantomeno disinvolto gli osservatori più attenti lo avevano già capito da un pezzo. Ben prima che le indagini fiorentine sulla cricca della Ferratella raccontassero come Matteoli venisse considerato da molti indagati il terminale giusto a cui far pervenire raccomandazioni e chiedere favori. Ogni volta che, a partire dal 1994, era stato scelto da Berlusconi come responsabile del dicastero dell’Ambiente, aveva, per esempio, ripetuto con nonchalance: “Niente condoni”. Ma poi le sanatorie erano arrivate lo stesso. E lui, tra gli ambientalisti, si era guadagnato il profetico soprannome di Unno del Signore. Quasi un viatico per la sua attuale carriera di big boss dei lavori pubblici, cominciata nel 2008 dopo che tre anni prima, in diretta tv, si era dimostrato affidabile anche nella materia più cara al premier: la giustizia.

“Sono un garantista vero” aveva ripetuto Matteoli dagli studi di Ballarò, assicurando oltretutto di esserlo sempre stato. Un’affermazione impegnativa (anzi l’ennesima balla) per un uomo come lui che nei primi anni Novanta, quando sedeva in Commissione antimafia, aveva esultato per l’apertura delle indagini palermitane contro Giulio Andreotti. E che, dopo aver accusato le sinistre di voler salvare dolosamente il Divo dal processo, era arrivato a sottoscrivere una contro-relazione in cui, ben prima della Corte di Cassazione, si sosteneva non solo la colpevolezza di Andreotti, ma persino quella dello spione Bruno Contrada che, di lì a poco, sarebbe stato scelto dal suo partito (con scarsa fortuna) come simbolo della mala giustizia. Bè, si dirà, è quasi normale. Nella vita si nasce incendiari, e si muore pompieri. Ma vedere un ex missino che una volta approdato nei Palazzi del potere si trasforma, come dicono le carte dell’inchiesta, quasi in un socialdemocratico alla Nicolazzi, fa ancora un certo effetto. Sì, perché Matteoli, il politico che nel‘93 tuonava contro l’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo dicendo che “non è concepibile che la raccomandazione diventi un sistema quasi consacrato”, della spintarella ha ormai fatto una sorta di credo. Ieri, intervistato da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, Matteoli giustifica così i suoi interventi, richiesti dal coordinatore del Pdl Denis Verdini, per promuovere a provveditore delle opere pubbliche toscane, un funzionario privo dei requisiti necessari: “Quando devo fare le nomine le segnalazioni arrivano. Non capisco cosa c’è di strano se uno dei coordinatori del mio partito mi indica una persona. Se qualcuno si scandalizza è davvero singolare”. Così, anche se verrebbe da rievocare Tacito (“Il crimine, una volta scoperto, non ha altro rifugio che nella sfrontatezza”), bisogna ricordare che a Firenze Matteoli, non è indagato. Mentre lo è Verdini, che deve rispondere di corruzione aggravata proprio per aver spinto il ministro a nominare provveditore Fabio De Santis, un ex collaboratore di Guido Bertolaso, approdato in riva all’Arno nel gennaio del 2009 con un unico obiettivo: strappare l’appalto da 260 milioni di euro già assegnato all’Astaldi e girarlo alla Btp di Riccardo Fusi. Anche Matteoli, sapeva benissimo che Fusi, amico e socio della famiglia Verdini, si stava dannando l’anima per ottenere quei lavori. Le intercettazioni raccontano di un suo incontro con Fusi al termine del quale l’imprenditore dice a Verdini: “Si è fatto tutto un programma”. Ma Matteoli oggi assicura di essersi mosso solo per il bene del paese. Il suo scopo, dice, era quello di “limitare i danni” visto che la Btp minacciava una “denuncia per danno erariale” e sosteneva che l’assegnazione del cantiere all’Astaldi aveva provocato “un costo di 70 milioni di euro in più”. Sarà anche vero. Resta però il fatto che nessuno nel Pdl, dopo aver scoperto come Verdini utilizzasse la sua carica per far concludere buoni affari agli amici, prende le distanze da lui. Dagli altri coordinatori di un partito che – da un mese – dice di essere in prima fila nella lotta alla corruzione, arrivano anzi solo attestati di stima. E pure l’Unno del signore non è adirato: “Come potrei? Tutte le volte che lo incontro ripete: ‘Scusami per averti coinvolto’”. Solidarietà di Casta? O peggio ancora omertà di una classe politica che si è trasformata in comitato d’affari? A leggere gli atti il sospetto viene. Anche perché pure Matteoli ha i suoi guai con la giustizia. A Livorno, ormai da anni, è accusato di favoreggiamento in un’indagine che ha visto condannati i suoi principali coimputati. È la storia delle lottizzazioni abusive (con mazzette) all’isola d’Elba. Nel 2003 i pm, sulla base delle telefonate si convincono che Matteoli abbia avvertito uno degli indagati dell’inchiesta in corso. E visto che è responsabile dell’Ambiente mandano tutto al Tribunale dei ministri. Il fascicolo però torna indietro. Per i giudici il presunto reato è stato commesso da Matteoli nelle sue vesti di semplice cittadino. Apriti cielo! Il Parlamento sostiene con un’anomala votazione il contrario. Per questo partono i ricorsi alla Corte costituzionale. Il processo viene più volte sospeso e oggi è fermo in attesa dell’ennesima pronuncia della Consulta. Matteoli intanto passa alle Infrastrutture, senza che nessuno dica una parola. Anche perché, almeno fino a qualche settimana fa, per il governo avere un dibattimento in corso era un titolo di merito. Oggi, dopo aver dato un’occhiata a ciò che accade a Firenze, un po’ meno.

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