martedì 25 maggio 2010

L’ITALIA VISTA DA “DENTRO”


Il dentro è il carcere. La vita è quella di Luigi Morsello, un funzionario dell'amministrazione penitenziaria che “dentro” ha trascorso 36 anni della sua esistenza nel corso dei quali ha diretto ben sette case di reclusione. Sono stati anni speciali, terribili, che hanno coinciso con uno dei periodi più drammatici della storia del nostro Paese. Morsello ricorda come Dalla Chiesa scelse due isolette toscane - Gorgona e Pianosa - per farne carceri speciali per i brigatisti rossi.

di Luigi Morsello

Gorgona è uno scoglio in mezzo al Tirreno, a 37 chilometri dalla costa di Livorno, un isolotto di appena due chilometri quadrati. Gli spruzzi d’acqua marina durante le burrasche invernali attaccano qualsiasi cosa costruita dall’uomo. Gli edifici furono uno dopo l’altro abbandonati perché insicuri e pericolanti, anche le strutture destinate all’agricoltura declinarono inesorabilmente... L’intenzione era di lasciare l’isola, in cui ormai si trovavano pochi detenuti, non più di dodici. Ma al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa servivano strutture sicure per i terroristi. Fece una ricognizione nell’arcipelago toscano e individuò le carceri di Pianosa e Gorgona. A Pianosa c'era già una sezione, la Gorgona aveva sulla sua sommità uno spiazzo adatto a costruirvi una “sezione speciale”... Il contratto era stato firmato prima del mio arrivo, ma per Dalla Chiesa i lavori languivano, il direttore non era sufficientemente energico, ne chiese uno più giovane. La scelta cadde su me.

Non c’era nessun altro disposto a esporsi in quel periodo, così accettai l’invito di Dalla Chiesa. L’arrivo in isola fu movimentato. La nave-traghetto non entrava nel porticciolo; si fermava in rada fin quando non partiva un barcone di legno a motore. Per il trasporto dei materiali ci si serviva della solita Nonno Beppe, una barca di legno con motore diesel che portava fino a due tonnellate. Quando tirava vento di grecale o di maestrale da Livorno non si partiva neppure, se si era già in isola si restava in attesa della corsa successiva.

Il direttore generale era Giuseppe Altavista, il capo della segreteria Girolamo Minervini. Il primo morì d’infarto alla fine del 1979 e il secondo fu ucciso il 18 marzo 1980 dalle Br, con in tasca l’incarico di sostituire il primo firmato da Cossiga: si stava recando al lavoro, da solo, senza scorta, su un autobus cittadino. L'estate del 1977 trascorse tutta a riordinare, riorganizzare... vagheggiavo di far eseguire un “restauro conservativo” alla Torre medicea del XVII secolo- una vista mozzafiato- che avrebbe potuto ospitare gli uffici della direzione. I lavori procedevano a rilento per la difficoltà di rifornimento dei materiali da costruzione affidato alla Nonno Beppe. Non c’era internet né il fax, la posta viaggiava assieme al traghetto, due volte la settimana, il martedì e il venerdì, mare permettendo.

Nella zona del porticciolo c’era un ristorantino che era un gioiello. Quando c’era mare grosso si ammassavano i “bianchetti”, eccellenti sia in umido che a frittata con uova. D’estate lo splendore era ancora maggiore. A dieci metri dalla riva c’era un fondale di 20 metri, dove l’acqua aveva una colorazione di blu intenso...Io e Parisi ogni tanto ci concedevamo una pausa. Io sapevo nuotare, lui no. Una volta Armocida mi portò dove c’erano le murene, ne vidi una uscire dalla roccia, la bocca irta di denti aguzzi. Il giorno prima c’era stato mare grosso; eravamo in mezzo al canale, a metà strada fra Gorgona e Livorno, quando i due motori iniziarono a tossicchiare...era finito il carburante! Venne calata in mare l’ancora, ma non bastava! La radio non funzionava e neppure la bussola! Eravamo lì, sette fessi in mezzo al mare, il meno preoccupato era Parisi che non sapeva nuotare... Aldo Moro fu sequestrato il 16 marzo 1978. Era giovedì e noi ci trovavamo in missione a Gorgona. Il 9 maggio 1978, quando fu ritrovato il suo corpo nella Renault rossa, era martedì ed eravamo sempre a Gorgona.... Nei mesi successivi segnalai che l’edificio in cui si trovavano la direzione e gli alloggi cadeva letteralmente a pezzi. Era urgente un intervento di messa in sicurezza. Sapevo di correre qualche rischio nel fare la richiesta. La reazione non tardò ad arrivare: il ministero decise di revocare il mio incarico. Eravamo a fine settembre 1978.

8 commenti:

anna ha detto...

Il contenuto di questo libro è una scoperta dietro l'altra, cose che chi non è mai stato nei pressi di un carcere (né dentro né fuori) non immagina.
Io pensavo che fare il direttore di un carcere fosse solo edificante, ma quanta sofferenza trapela dalle tue parole.
Luigi, non avrei mai immaginato tutto quello che hai dovuto sopportare, meno male che man mano le cose per te si sono rimesse nella linearità.
Un abbraccio!!

Anonimo ha detto...

Sei col tuo libro anche su "IL FATTO QUOTIDIANO"!

Molto bene!Complimenti!

Madda

riccardo uccheddu ha detto...

Sto leggendo il tuo libro, Luigi. E con GRANDE piacere!
Sono arrivato solo (circa) a due terzi ma secondo me ha tutte le caratteristiche del grande testo a carattere sociale.
Il linguaggio è essenziale ma non schematico.
I fatti sono drammatici ma tu non indulgi ad un certo gusto "spettacolare" e da grand guignol che funesta, purtroppo, tanti. Saggisti e giornalisti.
Il quadro in un certo senso anche storico dell'Italia di questi ultimi 30-40 anni dovrebbe esser tenuto presente da tanti che parlano di problematiche che neanche conoscono (carceri, terrorismo, disfunzioni nell'amministrazione ecc.).
Non mancano anche i momenti in qualche modo umoristici, come quando parli (p.128) del "prelevamento" delle candele dalla cappella del carcere perchè lo stesso non era dotato (nel posto di guardia) di lampadine elettriche...
Umorismo anche amaro!
Complimenti, Luigi.

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

GRAZIE MILLE ANNA.

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

ERA ORA, NO? GRAZIE MADDA.

riccardo uccheddu ha detto...

Una straordinaria testimonianza civile e culturale su che cosa siano le carceri, il loro mondo, la sofferenza che in esse subisce sia il detenuto che il dirigente del carcere.
Ed appunto un grande uomo come te, Luigi, che ha trattato sempre ogni carcerato con VERO senso di umanità.
Ho letto, sinora, circa il 70% del libro. E vale anche dal punto stilistico (so che ti schermirai, ma lo penso perciò "beccati" il complimento)!
Mi ha perso, il pc, un precedente commento, che rimanderò stasera o domani.
Un abbraccio.

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

GRAZIE RICCARDO.

LUIGI A. MORSELLO ha detto...

RICEVUTO!