

Dopo un anno, il Parlamento è ancora invischiato nel ddl intercettazioni.
Ma cosa c’entrano le intercettazioni con la crisi economica che sta cambiando il Paese? Nulla. Ci sono 170 aziende che chiuderanno a breve, tra cui molte multinazionali, con i loro oltre 200 mila lavoratori a rischio. Questo, sia chiaro, in aggiunta al milione di posti persi nello scorso anno.
Tra le multinazionali sotto la lente d’ingrandimento c’è lo stabilimento Fiat di Pomigliano che, attualmente, è sotto ricatto: si vogliono scardinare i diritti della Costituzione e stravolgere l’assetto dei contratti nazionali del lavoro, frutto di un percorso democratico durato decenni. (guarda i video sull'argomento 1 - 2)
Dopo il casus belli di Pomigliano, si procederà con le altre realtà. Mentre tutto questo avviene, il Tg1 ha aperto l'edizione di lunedì 14 giugno con Berlusconi che “risolve” il problema tra Tripoli e Berna (guarda il video). Una cialtronata ampliamente smentita dalla stampa estera e dai telegiornali svizzeri. La questione di Pomigliano, la ricerca sfrenata di uno stato d’impunità certa attraverso l’eliminazione delle intercettazioni, gli insulti all’inno nazionale del Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, sono segnali visibili di come la nostra democrazia si stia trasformando in qualcos'altro. Un cambiamento che tutti percepiscono come inevitabile.
Nei Paesi europei la crisi porterà a un ripensamento dei modelli capitalistici e sociali. Tale ripensamento sarà a favore dei cittadini, sono pronto a scommetterci.
Di quello che succederà in Italia ho un’altra impressione: si vuole sfruttare la situazione per acuire i divari sociali, accentrare i poteri nelle mani della politica, e soggiogare l’informazione già moribonda.
Poche ore fa l’Antitrust, attraverso Catricalà, ha parlato di soddisfazione per la volontà del governo di aprire alle liberalizzazioni e si dice d’accordo sulla necessità di modificare gli articoli 41 e 118 della Costituzione per favorire una maggiore “libertà d'impresa”.
Anche in questo caso, sono pronto a scommettere che il governo stia preparando una mossa “sporca”.
Come si può parlare di “libertà d’impresa” con un Presidente del Consiglio che, da una parte, è proprietario delle principali emittenti private e, dall'altra, controlla indirettamente il sistema di informazione pubblico del Paese?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove un’azienda come la Telecom è responsabile dell’incolmabile digital-divide tra Italia ed Europa nella diffusione della banda larga?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove una decina di imprese di Confindustria e un paio di gruppi bancari controllano l’intero sistema economico e finanziario?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove gli appalti pubblici sono in mano alle cricche della politica i cui loschi affari, a breve, non potranno più essere scoperti attraverso l'utilizzo delle intercettazioni?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove l'Agcom e la Presidenza del Consiglio decidono il palinsesto delle televisioni pubbliche?
Il Paese vuole cambiare, ripeto. Il problema è che coloro che vogliono cambiarlo sono gli stessi che lo hanno messo in ginocchio.
Nella migliore delle ipotesi ho l’impressione che si voglia “cambiare tutto per lasciare tutto com’è”. In quella peggiore, invece, credo si voglia utilizzare la crisi per accelerare un progetto di rinascita piduista.
L’Italia dei Valori non si accetterà né la prima né la seconda ipotesi. In tal senso, la Conferenza delle regioni sembra essere in sintonia con l’Italia dei Valori. Infatti, ha approvato un documento all’unanimità che rigetta la manovra economica del governo al mittente. E’ dal territorio e nel territorio, dove la crisi economica viene vissuta in contraddizione con le menzogne e la propaganda del governo, che può innescarsi quel cambiamento per un rinnovo completo della classe politica attuale.
Italia dei Valori sarà con i cittadini e al fianco delle Regioni per aiutare questa rivoluzione dal basso.

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