

Piero Ignazi
Per l'amministrazione americana il presidente Napolitano è il garante della nostra politica estera. Ecco perché
L'invito di Barack Obama al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha colto di sorpresa per i tempi irritualmente stretti richiesti dall'amministrazione democratica per organizzare la visita di Stato. Altrettanto irrituali per un incontro a livello non-governativo sono stati l'agenda fittissima e il taglio politico degli incontri. Quasi scontata invece, ma pur sempre significativa, la cordialità con la quale è stato accolto il presidente.
Tempi stretti e un programma politicamente densissimo riflettono, oltre che una considerazione particolare per il capo dello Stato italiano, trasparenti preoccupazioni degli Usa per il corso degli eventi in Italia. Gli Stati Uniti sono sempre più inquieti per la disinvoltura delle relazioni bilaterali e personali del nostro governo. Ad impensierire non sono solo i rapporti informali di Silvio Berlusconi con Vladimir Putin, chiaramente preferito al presidente russo Dmitry Medvedev benché quest'ultimo sia più aperto e modernizzante; lasciano perplessi anche l'ostentata cordialità con il dittatore di Tripoli (un conto è normalizzare le relazioni, un altro appaltargli il controllo dell'immigrazione e farlo scorrazzare per Roma con la sua corte per una settimana), l'affabilità con l'autocrate bielorusso Aleksandr Lukashenko, la recente apertura di credito nei confronti del Venezuela di Hugo Chávez.
Di fronte a questa sorta di "nonchalance" nelle nostre relazioni internazionali - atteggiamento che riflette antichi vizi nazionali, dal fastidio per l'intrappolamento in alleanze non dirette da noi alla dispersione degli obiettivi - il presidente Napolitano ha assunto agli occhi dell'amministrazione Obama il ruolo di garante della continuità, atlantica ed europeista, della politica estera italiana.
La ragione è evidente: se sono i rapporti diretti e personali a determinare i nostri orientamenti in politica estera, allora ne consegue che, una volta uscito dalla Casa Bianca "l'amico George", l'atteggiamento del governo italiano può cambiare anche nei confronti dell'America. E in effetti, nella stampa di destra sta spirando un inedito vento anti-americano.
Il capo dello Stato si è presentato a Washington per fugare queste preoccupazioni (e non sappiamo quanto ci sia riuscito vista la cordialità da vecchi amici esibita dal ministro degli esteri Franco Frattini con il presidente venezuelano Chávez subito dopo gli incontri americani); in più, è stato ricevuto in qualità di "ambasciatore informale" dell'Unione europea. Il nostro presidente condivide con la regina Elisabetta II il ruolo di senior leader in Europa, ma diversamente dalla sovrana britannica ha un passato politico lunghissimo e articolato. Conosce le dinamiche dei conflitti politici interni ed internazionali. Soprattutto, è l'unico leader in carica di una generazione che ha conosciuto la guerra e le divisioni ideologiche della guerra fredda; ed ha sperimentato su di sé le contraddizioni di quegli anni, dimostrando come quelle contraddizioni possano superarsi in una ottica di convivenza civile e di reciproco rispetto, all'interno degli Stati e tra gli Stati.
Insomma, la peculiare biografia politica di Napolitano ne fa un interlocutore privilegiato degli Stati Uniti sia per i rapporti bilaterali che, ancor più, per i rapporti tra Usa ed Europa. L'europeismo spinelliano del presidente lo differenzia dalle cautele e dagli egoismi nazionali di tutti gli altri capi di governo europei. Di fronte alla crisi dell'euro, i balbettamenti di una Merkel sempre più ingobbita nella chiusura della fortezza Deutschland contro i pigs mediterranei, la paurosa crisi di identità della Francia sarkoziana, la depressione spagnola, triste come una movida bagnata e troppo ebbra, potrebbero concedere, per una volta, un ruolo trainante all'Italia. Il presidente ha rappresentato oltre Atlantico il volto europeista del Vecchio Continente con la credibilità che la sua storia gli concede.
Ma Napolitano ha solo un ruolo simbolico. Quello operativo spetta al governo Berlusconi. Purtroppo le argomentazioni con cui è stata presentata la manovra finanziaria vanno nella direzione opposta. Quando il presidente del Consiglio parla di "manovra causata dalla crisi greca e imposta dall'Europa" rinverdisce gli stereotipi anti-europei echeggiati già all'epoca dell'introduzione dell'euro (anche dal ministro Tremonti). Un orientamento lontano mille miglia dall'europeismo del Quirinale.
E così zigzagando, negli Usa crescono le perplessità sul nostro Paese.
(03 giugno 2010)

Nessun commento:
Posta un commento