venerdì 27 agosto 2010

SOTTO TIRO


‘Ndrangheta, bomba a casa del giudice “Noi non facciamo più sentenze a saldo”

di Lucio Musolino

Dieci minuti alle due. Attacco allo Stato. E, se qualcuno ne avesse avuto bisogno, confermata la strategia della tensione che la ‘ndrangheta ha inaugurato il 3 gennaio con la bomba alla Procura generale di Reggio Calabria. Hanno atteso che Salvatore Di Landro – il pg della città sullo Stretto – rientrasse a casa in via Rosselli, nel centro storico. Lo stile è sempre lo stesso. Un ordigno confezionato con una lunga miccia che ha consentito al bombarolo di allontanarsi indisturbato. Pochi istanti e l’esplosione ha sventrato il portone dello stabile che, al secondo piano, ospita l’abitazione del magistrato reggino. Tritolo ad altissimo potenziale che solo per caso non ha provocato vittime. Un boato ha svegliato il quartiere lasciandolo stordito mentre un via vai di poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco ha paralizzato la zona del Parco Caserta. Schegge dovunque conficcate nelle macchine, nelle pareti dell’ingresso, nella porta della ascensore.

La città della Fata morgana tocca il fondo e, in poco più di otto mesi, viene avvolta da un alone torbido che sa di vecchio, dei tempi della seconda guerra di mafia in cui anche prendere un caffè con la persona sbagliata era un ottimo motivo per essere ammazzati.

ALL’EPOCA era in atto uno scontro tra due eserciti criminali: da una parte i Condello dall’altro i De Stefano. Oggi, la “guerra” si combatte tra la magistratura reggina e una ‘ndrangheta che va a braccetto con una zona grigia composta da pezzi infedeli dello Stato, politici corrotti, Servizi deviati e imprenditori collusi.

Le indagini sono coordinate dalla squadra Mobile, diretta da Renato Cortese, che sta cercando di ricostruire la dinamica dell’intimidazione. Lavoro reso difficile dall’assenza di testimoni e di telecamere. Lo stabile era sprovvisto di un sistema di videosorveglianza. Qualche elemento utile alle indagini lo potrebbero fornire le registrazioni di alcuni negozi della zona. Dopo gli atti d’urgenza, il fascicolo dell’inchiesta è stato trasmesso alla procura di Catanzaro competente sulle indagini che vedono coinvolti magistrati reggini. L’unica cosa certa, al momento, è che gli inquirenti sono alle prese con un filo rosso che collega l’episodio della scorsa notte con la bomba del 3 gennaio. Nel mezzo le intimidazioni ad alcuni magistrati della Dda e, soprattutto, la manomissione dell’auto blindata dello stesso procuratore Di Landro che, la mattina del 7 giugno, si era visto i bulloni delle ruote allentati. La macchina era parcheggiata all’interno del palazzo di giustizia dove, 24 ore su 24, dovrebbe essere tenuta sotto controllo da una società di vigilanza privata. Ce n’è quanto basta per comprendere come sia pesante il clima in riva allo Stretto.

In mattinata si è riunito, in prefettura, il Comitato per la sicurezza pubblica che ha rafforzato la scorta al procuratore generale disponendo una vigilanza stabile sotto casa. Ed è proprio Di Landro a dare una lettura dell’attentato subito riconducendolo al “nuovo corso” della Procura generale iniziato poche settimane prima la bomba del 3 gennaio. Non è un caso che, in Corte d’Appello, non sono più consentiti i “patteggiamenti allargati”. “Questo non è più l’ufficio saldi. – ha dichiarato al termine dell’incontro con il prefetto Luigi Varratta e i vertici delle forze dell’ordine – Contro di me, a partire dall'attentato a gennaio contro la Procura generale, c’é stata una tensione malevola e delittuosa crescente, da parte della criminalità organizzata, che si è personalizzata. Vogliono farmela pagare, evidentemente per il fatto che ho sempre ed in ogni circostanza fatto il mio dovere di magistrato”.

DOVERE che comporta la necessità di fare delle scelte come quella di sostituire con un altro magistrato il pm d’udienza Franco Neri nel processo per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende. Lo stesso processo in cui era impegnato il suo legale di fiducia, l’avvocato Lorenzo Gatto, difensore di uno degli imputati poi condannato all’ergastolo. Memoria storica della magistratura inquirente reggina, il sostituto procuratore generale Francesco Mollace chiede che “vengano identificati i mandanti morali di questo attentato. E quindi capire il ruolo del mensile Dibattito, del suo direttore Francesco Gangemi, dei suoi ispiratori e di chi colloca microspie e tritolo in giro per la Calabria”.

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