

di Marina Boscaino
Settimane calde per la scuola. Dopo gli studenti, dopo il Coordinamento Precari, il 6 novembre è stato il turno della CGIL Funzione Pubblica, con presidi a cui partecipano anche gli insegnanti. Risposta a 300.000 unità di taglio annunciate da Brunetta e alla prossima entrata in vigore del suo decreto sulle nuove sanzioni disciplinari per il personale della scuola, che intanto Gelmini continua indisturbata e autoreferenziale a delegittimare. Tocca ai dirigenti scolastici, disobbedienti potenziali. Va detto, in minima parte: la maggioranza si è dimostrata, in questi anni di mobilitazione per la scuola pubblica, più realista del re, assecondando (se non anticipando) la volontà del ministro. Prevenire è meglio che curare e Brunetta ha ottimi vaccini; ad esempio, il “bavaglio”. Azioni di repressione vera e propria nei confronti di chi nei collegi-docenti si batte per procedure legittime, autonomia e prerogative degli organi collegiali: è il caso del docente di Carpi, Mele, e del suo scontro con Limina, direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Emilia Romagna, promulgatore di circolari e editti liberticidi, uno dei luogotenenti che Gelmini usa per tacitare il dissenso, di cui Il Fatto si è occupato. Ora dirigenti diffidati dall’esprimere pareri in contrasto con le strategie ministeriali.
In entrambi i casi, utilissimo per diffondere un clima da “pensiero unico” (solo minacce e repressione possono far inghiottire l’amara pillola della dismissione della scuola pubblica) sotto le mentite spoglie di etichette apparentemente neutre: valutazione, rispetto, controllo, rendicontazione sociale. Imporre alla scuola pubblica –luogo di laicità e pluralismo – limitazioni alla libertà di pensiero è l’aspetto più drammatico dell’equivoco strumentale (ma compenetrato nel Dna di questa classe dirigente) tra autorevolezza e autoritarismo.
Voltiamo pagina: un’indagine Acri-Ipsos, in occasione dell’86esima Giornata del Risparmio, rivela che una buona parte degli italiani ritiene indesiderabile il taglio non solo di sanità e pensioni, ma anche di istruzione e ricerca.
Un’altra indagine, “Consumi e consumatori dentro
Le famiglie di qualsiasi provenienza socioeconomica ritengono essenziali le spese per istruzione e libri non scolastici, anche per guadagnare stima sociale. L’istruzione, insomma, è considerata bene irrinunciabile. La risposta a questi nobili bisogni si sta concretizzando nel taglio di 8mld alla scuola. E nelle conseguenze che studenti, lavoratori e pubblica istruzione quotidianamente affrontano. Due facce della stessa medaglia: avvertimenti di direzioni contrarie alla costruzione della civiltà della cultura e della libera espressione. Ricordo divertita e sottoscrivo lo slogan della bella manifestazione napoletana di una settimana fa: ‘Vogliamo un’eruzione di Pubblica Istruzione’. Controproposta al mondo grigio di Gelmini e Brunetta.

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