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Da giovane avvocato, cercò di evitare la confisca dei beni del fratello del boss
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Allora, nel 1983, per il giovane avvocato Schifani, che iniziò la carriera occupandosi, come ha ricordato l’ex Guardasigilli Filippo Mancuso, di “recupero crediti”, la legge Rognoni-La Torre, varata l’anno precedente, era viziata da “fondati e sostanziali rilievi di incostituzionalità” poiché per la prima volta invertiva “l'onere della prova”: erano cioè gli uomini d’onore a dover dimostrare il guadagno lecito dei propri beni, per evitare che il sequestro venisse trasformato in confisca.
Quando la legge era incostituzionale
UNA PROVA difficile, almeno all’inizio, per la difesa, da portare in Tribunale, che ha radicato nei mafiosi la convinzione che la normativa,oltre che ingiusta, fosse anche incostituzionale: una convinzione fatta propria, allora, dal giovane civilista Schifani, che l’ha messa, “nero su bianco”, nella memoria difensiva di uno dei suoi primi clienti, Giovanni Bontade, fratello di Stefano, il principe di Villagrazia, il capo di Cosa Nostra (e della famiglia di Santa Maria di Gesù) che tentò invano di opporsi alla scalata dei corleonesi. Entrambi i fratelli vennero assassinati: Stefano nel 1981, Giovanni, con la moglie nel 1988.
Se si ripercorre la fase iniziale della brillante carriera forense del vertice di Palazzo Madama, si scopre così che gli inizi di Schifani nel Palazzo di Giustizia di Palermo vennero segnati da due importanti difese di mafia, delle quali il presidente del Senato non ha mai voluto parlare: quella di Bontade e quella del costruttore, condannato nel maxi-processo, Domenico Federico, detto Mimmo. Anzi, l’avventura di Schifani nel mondo delle difese di mafia inizia proprio con Mimmo Federico, ritenuto un prestanome di Giovanni Bontate, uno degli uomini più ricchi di Cosa Nostra, condannato nel maxi-processo.
Sono numerose le società edili intestate a Federico e sequestrate con
Lo ricorda come un civilista alle prime armi, molto esperto di edilizia, che aveva iniziato ad assistere il costruttore nella sua quotidiana attività edile, preparando contratti di vendita e di mutui, e sarebbe stato poi incaricato di curare l’aspetto patrimoniale della misura di prevenzione.
Quando il Tribunale emise nei confronti di Federico un mandato di cattura (allora la legge lo consentiva) per la durata di 30 giorni, Federico decise di fuggire, dandosi alla macchia. E ancora oggi gli avvocati più anziani ricordano che a Schifani venne proposto di incontrare il prestanome latitante, suo cliente per “interposti familiari”, ma il futuro presidente del Senato rifiutò l'invito.
Le ricchezze da difendere
PER QUASI cinque anni Schifani ha assistito Bontade e Federico, e le tracce della sua attività professionale, le memorie, le istanze, le richieste difensive sono inserite in due fascicoli polverosi depositati nella cancelleria del Tribunale di Palermo.
Stanno lì tutte le argomentazioni difensive, la minimizzazione delle ricchezze provenienti dal narcotraffico, i tentativi di dimostrarne la provenienza lecita, le contestazioni alle attività degli investigatori , e persino i rilievi di incostituzionalità della Rognoni-La Torre.
Tra i beni da difendere c'erano due grandi società di costruzione, decine di appartamenti, alcuni agrumeti - acquistati negli anni Settanta per circa mezzo miliardo di lire - intestati a Giovanni e al fratello Stefano. Difende anche il possesso della Atlantide Costruzioni, un'azienda controllata da Bontade che poi nel 1996 verrà indirettamente citata nelle prime indagini sui rapporti finanziari tra Cosa nostra e il nascente impero berlusconiano. Ma questa è già un'altra storia, riaperta dalle recenti dichiarazioni di Massimo ed Epifania Ciancimino.
(r. i.)

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