venerdì 31 dicembre 2010

Linguine alla puttanesca


di Marco Travaglio

Sospeso per ferie il campionato di calcio, è in pieno svolgimento quello di lingua, essendo l’attività leccatoria lo sport più praticato in Italia, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

In pole position, grazie ai continui allenamenti e alla predisposizione naturale, la categoria giornalisti, specializzata nello slinguazzamento del padrone, preferibilmente proprio, ma anche altrui. Purché padrone di qualcuno o qualcosa. Chi pensasse che Marchionne, padrone della Fiat, attiri soltanto le bave dei cronisti de La Stampa e del Corriere e del Sole-24 ore, cioè dei giornali suoi, peccherebbe di ingenuità: il servo encomio al maglione più eccitante del mondo accomuna i giornali più venduti, dunque specializzati nella laude al padrone e, non contenti, nell’insulto ai pochi operai e sindacalisti che ancora osano resistere al carro del vincitore.

“Sindacati venduti”, titola Libero (una testata, un ossimoro): ce l’avrà coi sindacati gialli che firmano qualunque pezzo di carta gli passi il divo Sergio, compresi gli scontrini della maglieria? No, ce l’ha con la Fiom: se non s’è ancora piegata ai diktat del padrone in un paese dove camminano quasi tutti a 90 gradi, dev’esserci qualcosa sotto, anzi qualcuno dietro. Il bello di Libero è proprio questo: lecca e striscia a 360 gradi. Sistemata la Fiat nel titolo principale, ecco l’editoriale di Nuzzi: “L’armata rossa dei giornalisti finiani (sic, ndr) spara su Belpietro”. Svolgimento: “Cercano di impallinare il nostro direttore Maurizio Belpietro che si è permesso di dare una notizia scomoda e inquietante: qualcuno potrebbe attentare alla vita di Fini” e, si badi bene, Belpietro “non l’ha pompata a titoli cubitali”, no: prudente e schivo com’è, l’ha soltanto “inserita in un articolo di fondo”, il più letto del giornale, “mettendo persino indirettamente in gioco la sua credibilità personale” (tanto non ha nulla da perdere). Com’è umano lei, Signor Direttore, slurp. Urge promozione di cotanta lingua.

Ma non è finita. Centro pagina: “I giudici comandano anche al Tg1. Imposta per sentenza la mezzobusto Ferrario”. Leccata a Minzolingua (cioè al cubo). Richiamo in basso a destra: “Il genio di Moratti” (quel gran genio che spende 30 mila euro al giorno per un allenatore, poi lo caccia dopo sei mesi). Richiamo in basso a sinistra: “Piersilvio, un dvd con i suoi discorsi. Il regalo per farsi sentire da papà”. E qui, cari lettori, allontanate i minori perché si entra nell’hard core. La cronista di Libero, estasiata dal giovanotto dai “modi gentili” e dal “sicuro attaccamento alla famiglia” (infatti ne ha già tre o quattro), “un tipo semplice”, “pranza con mamma e papà”, “ascolta la musica rock con la figlia”, “va in palestra, cura il suo corpo come Silvio, si allena in superserie”, “legge libri di filosofia”, ”quando attraversa la strada con mamma o papà ha ancora l’impulso a tener loro la mano”, ha “vissuto ‘anni molto duri’”, insomma “un combattente”. E ora che ti fa, il combattente? “A Natale ha infiocchettato un regalo speciale per il suo papà: un dvd di 2 ore con un sunto dei suoi più splendidi e meglio riusciti discorsi in pubblico. E – attenzione - con ‘suoi’ intendiamo di Piersilvio”. Non solo “Dudi” tiene discorsi in pubblico, notizia già inquietante; ma, quel che è peggio, li ha regalati al Papi. Forse, auspica la pierlingua, “spera di convincere papà che ce la può fare” a “scendere i campo” anche lui. In fondo è “in odore di successione già da tempo”: ha pure un processo col Papi per frode fiscale. Insomma, è pronto. Ora il povero Silvio “guarderà il dvd, orgoglioso come un padre, per il resto si vedrà”. Mettetevi nei panni di quel pover’ometto: già costretto per dovere d’ufficio a sorbirsi i sermoni di Cicchitto, Gasparri, Capezzone, Bonaiuti, Schifani, ad accasciarsi esanime sulla sedia del Quirinale durante i moniti di Napolitano, ora gli toccano pure i discorsi di Pierdudi. Altro che partito dell’odio: certe sevizie sono vietate dalla convenzione di Ginevra. Abu Ghraib e Guantanamo, al confronto, sono Disneyland. Massima solidarietà al presidente del Consiglio.

giovedì 30 dicembre 2010

Costituzione e codice civile, ecco le violazioni a Mirafiori


CON LE REGOLE IMPOSTE DALL’AZIENDA IL DIRITTO DI SCIOPERO NON PUÒ PIÙ ESSERE ESERCITATO

di Luigi Mariucci*

L’accordo di Mirafiori va osservato a tre livelli.

Il primo è quello della disciplina delle condizioni di lavoro. Una regolazione tutta centrata sulla esigenza della massima utilizzazione degli impianti: le turnazioni mobili, la riduzione delle pause, lo straordinario comandato ecc. C’è una idea della produttività fondata sull’utilizzo intensivo della prestazione di lavoro.

Il secondo livello riguarda il dritto di sciopero. Sarebbe necessario che i contraenti chiarissero se la clausola sulla “responsabilità individuale” riguarda l’inadempimento di specifici obblighi previsti dal contratto (quale la prestazione di lavoro straordinario) o lo sciopero tout court. In questo secondo caso la clausola sarebbe illegittima, per violazione dell’art. 40 della Costituzione, dato che lo sciopero è considerato un “diritto individuale ad esercizio collettivo”, un diritto quindi che in alcun modo può essere monopolizzato da singole organizzazioni.

IL SISTEMA. Il terzo livello riguarda il sistema delle relazioni industriali. Questa pare la parte più claudicante. Infatti l’accordo su Mirafiori si presenta per un verso come un accordo aziendale, modello di una aziendalizzazione dei rapporti contrattuali. “All’americana”, si dice, trascurando il fatto che negli Stati Uniti il sistema è da sempre aziendalistico, fondato sul monopolio del sindacato aziendale che ottiene con referendum il riconoscimento di esclusivo agente negoziale, mentre in Italia e in Europa i sistemi contrattuali prevedono sempre una cornice negoziale di tipo nazionale. Altre volte invece si invoca, altrettanto a sproposito, il modello tedesco dove la contrattazione aziendale non è mai esistita: i contratti collettivi sono regionali ma negoziati sotto la direzione di un unico sindacato nazionale, e i recenti accordi aziendali di tipo adattivo sono negoziati all’interno di un sistema di relazioni industriali coeso sul piano nazionale e nell’ambito di una disciplina della cogestione introdotta mezzo secolo fa. Per la quale nelle società per azioni i sindacati hanno una rappresentanza paritaria nei consigli di sorveglianza e nelle aziende i lavoratori eleggono consigli aziendali investiti di molteplici compiti, tra cui si segnala quello di autorizzare i licenziamenti individuali. Al tempo stesso l’accordo Mirafiori ipotizza la stipula di un futuro “contratto dell’auto”, da applicarsi a tutte le imprese dell’indotto: questo sarebbe allora un nuovo contratto nazionale di settore. Si tratta evidentemente di due prospettive diverse.

LA RAPPRESENTANZA. Infine la questione più rilevante dal punto di vista sistemico riguarda la rappresentanza sindacale e i diritti sindacali. Secondo l’accordo Mirafiori non esiste più una rappresentanza sindacale unitaria elettiva. I diritti sindacali vengono usufruiti dai sindacati firmatari in termini paritari, a prescindere dalla rappresentatività effettiva. Questo è l’aspetto più inquietante dell’accordo. A Mirafiori non ci saranno più rappresentanze elette dai lavoratori ma cinque r.s.a. (rappresentanze sindacali aziendali) di Fim, Uilm, Fismac, Ugl e associazione dei quadri Fiat, nominate dagli stessi sindacati firmatari dell’accordo, tutte usufruttuarie paritariamente dei diritti sindacali in termini di permessi, agibilità in azienda ecc. La Fiom resterà fuori e diventerà una organizzazione sindacale extra legem, non riconosciuta e non titolare di alcun diritto sindacale. Tutto questo è legittimo rispetto alla attuale dizione dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori, come modificato da un demenziale referendum promosso nel 1994, naturalmente “da sinistra”, con l’idea di allargare il campo di applicazione dei diritti sindacali. L’esito consiste in uno straordinario paradosso: in base all’art.19 dello Statuto dei lavoratori hanno diritto a costituire proprie rappresentanze i sindacati firmatari di contratti collettivi applicati nei luoghi di lavoro; poiché i contratti collettivi si firmano in due ne consegue che sono le imprese a decidere, ammettendoli alla contrattazione, chi sono i sindacati titolari del diritto a costituire proprie rappresentanze in azienda. Poiché la Fiom non ha sottoscritto il contratto è esclusa dall’esercizio dei diritti sindacali in azienda. C’è di che rievocare la disposizione di cui all’art.17 dello Statuto dei lavoratori, dove si dice che “è fatto divieto ai datori di lavoro di costituire o sostenere, con mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori”.

LA COSTITUZIONE. L’esito appena descritto è non solo paradossale ma in sé irrazionale, e al fondo illegittimo, per il contrasto con i principi di fondo sanciti dalla Costituzione all’art. 39, in riferimento sia al primo comma, relativo alla garanzia della libertà e del pluralismo sindacale, sia al secondo comma, che sancisce un meccanismo comunque proporzionale di verifica della rappresentatività sindacale. Perciò l’operazione Mirafiori non funzionerà. Per molti motivi, ma specialmente perché il suo effetto sistemico sarebbe devastante: l’anarchia delle relazioni contrattuali, la riduzione dei rapporti di lavoro a puri rapporti di forza. Anche perché in quell’accordo c’è una clausola secondo cui i lavoratori verranno trasferiti alla nuova joint venture mediante licenziamenti e riassunzione, escludendo la disciplina dell’art. 2112 del codice civile sul trasferimento d’azienda. Ma chi ha mai detto che quella disciplina, per di più di derivazione comunitaria, sia derogabile a piacimento?

*Ordinario di Diritto del Lavoro alla Ca' Foscari e lavoce.info

“Dalemonne” al Lingotto


di Paolo Flores d’Arcais

D’Alema ha fatto la sua scelta: con Marchionne e contro la Fiom. Con qualche se e qualche ma, come è nello stile slalomistico della casta Pd, ma la sostanza non cambia. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di fronte, che rischia di “fare epoca” certificando la definitiva morte del Pd, perché l’inciucio con Marchionne nel quale D’Alema trascina il partito (Bersani seguirà?) ha un sapore strategico, molto più grave perfino dei tanti inciuci “tattici” (comunque devastanti) con Berlusconi.

Anche il diktat di Marchionne, servilmente e prontamente firmato da Uil e Fim, certamente farà epoca, come hanno prontamente e servilmente gorgheggiato gli aedi di regime. Si tratta di capire di quale “epoca” si tratti. A giudicare senza pregiudizi, si tratta in campo sociale dell’analogo rappresentato dalle leggi berlusconiane di bavaglio ai giornalisti e camicia di forza ai magistrati, fin qui fermate dalla sollevazione popolare della società civile. Quei disegni di legge, che il governo non ha rinunciato a far approvare, segnano un salto di qualità verso approdi specificamente fascisti dell’attuale regime. Un equivalente funzionale e soft (soft?) di fascismo risulta anche il diktat di Marchionne. Se qualcuno ritiene il rilievo eccessivo, si accomodi a considerare le seguenti e modeste verità di fatto.

IL DIKTAT marchionnesco prevede che

1) non vi saranno più rappresentanze elette dei (dai) lavoratori, ma solo nominate dai sindacati che firmano l’accordo, e che

2) i lavoratori che scioperino anche contro un solo aspetto dell’accordo possano essere licenziati.

Queste misure costituiscono nel loro insieme un quadro di (non) diritti che negli oltre sessant’anni di vita della Repubblica non era stato mai ventilato, neppure in via ipotetica, neppure dalle forze più retrive della politica e dell’imprenditoria. Per trovare un precedente bisogna risalire agli anni del fascismo.

Riassumiamo i fatti storici.

Nell’immediato dopoguerra, dopo la rottura dell’unità sindacale, i lavoratori eleggono in fabbrica i loro rappresentanti nelle “Commissioni Interne”, su liste sindacali in concorrenza. Lungo gli anni settanta e fino a quasi la metà degli anni ottanta, invece, in un clima di unità sindacale dal basso, imposta dalle lotte del ’68 e del ’69, i rappresentanti operai vengono eletti su scheda bianca, senza sigle sindacali, votando per gruppi o reparti “omogenei” direttamente i nomi dei compagni di lavoro che riscuotono la maggiore fiducia. Con la nuova rottura dell’unità sindacale si torna a rappresentanze elette su liste di sigle sindacali concorrenti, che abbiano firmato accordi contrattuali o vi si siano opposti (anche i Cobas insomma).

Lo “Statuto dei lavoratori” del 1970 parla di rappresentanze sindacali in termini volutamente generici, proprio perché non intende predeterminare per legge quale delle due forme di elezione vada privilegiata, ma intende come ovvio l’eguale diritto di tutti i lavoratori ad essere rappresentati. Quanto al diritto di sciopero, esso è tutelato costituzionalmente (art. 40) “nell’ambito delle leggi che lo regolano”, e dunque non può essere in alcun modo limitato da accordi privati. E la legge oggi lo limita solo in specifici casi, esigendo preavvisi e/o esenzioni per i servizi pubblici irrinunciabili.

Dunque, neppure ai tempi delle più dure repressioni antioperaie, che in campo padronale avevano il volto di Valletta e dei reparti-confino per gli attivisti Fiom, e in campo politico il volto di Mario Scelba e della violenza della “Celere”, era stato mai messo in discussione l’ovvio principio che tutti i sindacati (anzi tutti gli operai) hanno diritto a dar vita alle rappresentanze dei lavoratori, perché altrimenti sarebbero “rappresentanze” non rappresentative.

Per ritrovare un analogo al diktat marchionnesco bisogna infatti risalire al 2 ottobre 1925, al diktat di Palazzo Vidoni con cui Mussolini, il padronato e i sindacati fascisti firmavano la cancellazione delle “Commissioni Interne”, sostituite dai “fiduciari” di regime (equivalente “sindacale” dei capocaseggiato). Non c’è dunque nessuna esagerazione retorica nell’allarme che i dirigenti Fiom hanno lanciato, ricordando questi precedenti, e invocando lo sciopero generale contro misure che non solo calpestano la Costituzione, ma che di questo “strame della Costituzione” intendono fare il modello delle future relazioni industriali.

Quello che colpisce e lascia anzi allibiti, semmai, è la mancanza di una risposta anche minimamente adeguata, da parte di forze che si dicono democratiche, e che verbalmente presentano rituali omaggi alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Parliamo del Pd, dove numerose sono le voci di servo encomio alla “voluntas Fiat”, e comunque maggioritarie quelle né carne né pesce, nella migliore tradizione di Ponzio Pilato, e non vi è un solo leader di spicco che abbia preso posizione netta a fianco della Fiom. Ma parliamo anche, e in questo caso soprattutto, della Cgil: non si capisce davvero cosa debba ancora accadere, in questo sciagurato paese, perché si ritenga necessario uno sciopero generale, se non bastano neppure misure antioperaie che hanno antecedenti solo nel fascismo.

E PARLIAMO anche, purtroppo, di una società civile che è stata ben altrimenti energica e pronta nel rispondere alla volontà di fascistizzazione in tema di giustizia e di informazione, e che invece sembra neghittosa di fronte a questa seconda ganascia della tenaglia di fascistizzazione del paese. Dimenticando che sulla distruzione delle libertà e dei diritti dei lavoratori è già passata una volta la distruzione delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini. Ecco perché la sollevazione morale della società civile a fianco dei metalmeccanici Fiom è oggi il dovere più urgente, e la cartina di tornasole della capacità di resistere alle lusinghe e alle violenze del fascismo postmoderno.

Una Corte à la carte


di Marco Travaglio

Dunque l’11 gennaio la Corte costituzionale deve decidere se la legge 51 del 7 aprile 2010 sul “legittimo impedimento” speciale per il premier e i ministri sia o no costituzionale.

La Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.

L’art. 420-ter del Codice di procedura penale dice che il giudice, se accerta che l’imputato non può presenziare a un’udienza per “assoluta impossibilità” dovuta a “caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento”, rinvia l’udienza.

La legge 51 dice che l’imputato premier o ministro è più uguale degli altri: con un certificato della segreteria di Palazzo Chigi può imporre al giudice di rinviare le udienze fino a 6 mesi (prorogabili due volte, per un massimo di 18), accampando imprecisati impedimenti dovuti alla “politica generale”, a “ogni attività coessenziale” alle funzioni di governo e addirittura all’”attività preparatoria”.

Tutto e niente. Tanto il giudice non può verificare se l’impedimento c’è ed è legittimo: deve obbedire a un segretario della Presidenza del Consiglio, in barba alla Costituzione che vuole il giudice “soggetto soltanto alla legge”.

Bastano queste poche note, oltre al parere di 999 costituzionalisti su 1000 (uno su mille ce la fa sempre a vendersi), per far comprendere a tutti, anche i più inesperti, che la legge è totalmente e palesemente e inequivocabilmente incostituzionale.

Se la Consulta giudica in base al diritto, non c’è storia: accoglie delle tre eccezioni di incostituzionalità del Tribunale di Milano, rade al suolo la legge e B. torna imputato. Ma, da qualche tempo, la politica s’è infilata anche nel tempio dei giudici delle leggi. Ce l’ha fatto sapere il neopresidente Ugo De Siervo (nomen omen), quando ha incredibilmente spostato l’udienza sul legittimo impedimento dal 14 dicembre all’11 gennaio perché “il clima politico è troppo surriscaldato”. Cioè perché B., con l’avallo di Napolitano e dei presidenti delle Camere, aveva fissato la fiducia al governo proprio nel giorno in cui da tempo la Corte aveva fissato la fatidica udienza: il 14 dicembre.

Così, anziché rivendicare la propria impermeabilità al clima politico e protestare contro lo sgarbo di governo e Parlamento, la Corte s’è scansata e se l’è data a gambe per non disturbare il manovratore. Il quale, per gratitudine, ha seguitato a insultarla, a minacciarla, a dipingerla come un covo di comunisti eversori, nel silenzio del Quirinale improvvisamente a corto di moniti.

Ora che l’11 gennaio si avvicina, gli house organ di B. mettono in giro la voce che la giudice Saulle, “orientata verso il centrodestra”, sarebbe a letto con l’influenza: impedimento più che legittimo per giustificare l’ennesimo rinvio, magari al 25, o – meglio ancora – a mai.

Il giudice Mazzella invece gode ottima salute: anziché starsene schiscio per far dimenticare la cenetta con B. e Alfano alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano, scrive addirittura ai colleghi una lettera accorata per invitarli a dichiarare costituzionale la legge incostituzionale, perché – è il messaggio che piove ogni giorno sulla Consulta – ne va delle “sorti della legislatura e del Paese”.

Intanto un giornalista molto introdotto al Quirinale anticipa il presunto orientamento del relatore Cassese (che finora s’è ben guardato dallo svelare ai colleghi il proprio orientamento): “sentenza interpretativa di rigetto”, cioè sì alla legge, ma riscritta in modo da affidare al giudice il potere di valutare di volta in volta gli impedimenti di B.

Sarebbe una sentenza politica, oltreché una supersonica sciocchezza, perché questo già è previsto dal 420-ter Cpp e non c’è bisogno di ripeterlo con una nuova legge, che dunque dev’essere cassata e B. tornare imputato come un normale cittadino. Ma ciò che è normale per gli altri diventa maledettamente complicato quando c’è di mezzo B.

Comunque vada l’11 gennaio, il fatto stesso che si discuta se una legge incostituzionale debba essere cancellata in toto, o solo in parte, o magari salvata ma reinterpretata, dimostra che ha già vinto lui.

“IO PUGNALATORE? VOGLIO SOLO IL BENE DEL MIO PARTITO”


De Magistris risponde a Di Pietro: “Nessuna spallata, ma facciamo pulizia”

di Luigi de Magistris

Caro Antonio e cara IdV, sono stati giorni di confronto, anche aspro, all’interno del partito. Questo Natale ha rappresentato un momento di riflessione per tutti sul futuro della nostra comunità politica. Eppure credo, come afferma il detto comune, che “non tutto il male viene per nuocere” e che da questa parentesi difficile possiamo uscirne rafforzati, rispetto al rapporto tra noi dirigenti e rispetto a quello con la base. Può essere, la nostra, una crisi nel senso positivo del termine greco: passaggio di destabilizzazione per una stabilità ancora maggiore. Dunque un’opportunità.

VORREI allora provare a rimuovere le macerie negative della polemica per creare le condizioni adatte a una ricostruzione del dialogo politico, a cui siamo chiamati nel rispetto di militanti ed elettori che ci sostengono con dedizione e che tutti noi amiamo.

Lo faccio con riferimento alla lettera firmata insieme a Sonia Alfano e Giulio Cavalli. Il primo aspetto che vorrei fosse chiaro è il seguente: non ho mai agito con un intento distruttivo verso l’IdV né con l’obiettivo di lanciare un’opa per la leadership, ma al contrario sono stato mosso dal fine di rafforzare il partito. E’ stato posto, infatti, un problema che mi viene segnalato nelle diverse realtà locali che ho visitato, in segno di attenzione proprio verso i militanti e gli elettori. Un tema che da tempo, peraltro, segnalo al partito negli esecutivi e nei dibattiti, ma anche negli incontri che ho avuto con il presidente. Per questo il termine “pugnalata” (usato spesso in questi giorni per definire la lettera) è ingiusto.

Pugnalata è il fendente inaspettato e vigliacco inferto con dolo: quanto di più distante dal mio operato a cui era ed è estraneo ogni desiderio di nuocere e, in particolare, di farlo in modo nascosto. Porre il problema della questione morale/politica, poi, non significa affermare che il partito nel suo complesso è da gettare al macero come fosse un coagulo di corruzione e trasformismo. Significa, invece, ricordare che esiste un nervo scoperto per ogni soggettività politica: la selezione della classe dirigente che, inevitabilmente, è esposta al pericolo di ingressi e partecipazioni illegittime o non all’altezza. Per questo si deve vigilare costantemente e arrivare a un meccanismo di selezione che responsabilizzi tutti, che costringa ciascuno ad assumersi, rispetto alle candidature di ogni livello, la propria dose di responsabilità. Nel successo e nell’insuccesso. Lo si deve proprio ai militanti e ai dirigenti che pretendono onestà e competenza. In occasione dell’esecutivo di gennaio potremmo discutere di questo, arrivando a confrontarci sul modo specifico con il quale garantire tale assunzione collettiva di responsabilità. L’IdV è una comunità politica vitale e sana, l’IdV deve continuare ad esserlo, cercando di contrastare – e ha gli strumenti etici e ideali per farlo – la fisiologica (perché tipica di ogni partito) tendenza ad essere infiltrata da personaggi come Razzi, Scilipoti, Porfidia, De Gregorio e altri. Perché questi casi ci sono stati e non possono essere liquidati come errore occasionale, altrimenti il pericolo è quello di un loro ripetersi, il che sarebbe inaccettabile perché proprio loro screditano il lavoro che militanti ed elettori portano avanti tutti i giorni.

LA STRATEGIA liquidatoria non è degna dell’IdV, avendo l’IdV fame di trasparenza e onestà, essendo un partito dalle ambizioni elevate anche sul piano della propria correttezza interna e che deve essere “diverso” dagli altri. Detto questo, vorrei parlare dei sentimenti. E’ stata, la nostra, una lettera di rabbia e amore, dettata da chi crede nel progetto dell’IdV e ha sofferto nel vedere il governo Berlusconi reggere l’urto della sfiducia grazie al sostegno di tre traditori comprati.

Per questi tradimenti abbiamo sofferto tutti, come tutti crediamo nel progetto dell’IdV, allora ti chiedo e vi chiedo: riflettiamo e agiamo sul tema della classe dirigente e della rappresentanza, del tesseramento e dei congressi, della democrazia interna, per definire regole ferme perché sia garantita sempre la trasparenza. Affrontare tali argomenti, dunque, non vuol dire che il partito sia marcio e quindi da rifondare, significa riconoscere che si deve sempre migliorare.

L’ingresso di personalità “altre” rispetto alla politica tradizionale (Alfano, Cavalli, me e altri), come confermato dal successo elettorale del 2009, può essere stimolo per un cambiamento del partito in senso più moderno. Possibile e necessario un equilibrio con tanta militanza politica di qualità. In questi giorni, ho letto diverse critiche in merito ad un mio presunto atteggiamento da ex cathedra, da ultimo arrivato che impone lezioni di moralità e politica.

MI DISPIACE perché non è così, anzi spesso ho avuto l’impressione di esser percepito, da una parte della dirigenza, come corpo estraneo disgregante.

Non mi sento tale. A questo partito ci tengo e in questo partito voglio stare. Soprattutto, insieme a questo partito voglio lavorare, per la sua crescita, per quella del centrosinistra e di tutto il Paese, per costruire l’alternativa al berlusconismo. E’ ciò che sto facendo fin dalla campagna elettorale senza sosta: centinaia di iniziative su tutto il territorio nazionale che hanno contribuito a rafforzare l’IdV e che mi hanno portato a un consenso che mi riempie di soddisfazione, tanto quanto mi “pesa” per la responsabilità a cui mi chiama. Saremo sempre più forti se sapremo essere uniti, nelle diversità. Il pluralismo arricchisce, non disgrega.

mercoledì 29 dicembre 2010

Les Virtuoses (Brassed Off) (2/10)

a 1996 British film written and directed by Mark Herman. This film is about the troubles faced by a colliery brass band, following the closure of their pit. The soundtrack for the film was provided by The Grimethorpe Colliery Band, and the plot is based on Grimethorpe's own struggles against pit closures.

Vanessa-Mae plays Bach's Partita in E


Vanessa-Mae plays one of Bach's most famous compositions: Partita in E for solo violin.

Bach, J.S. Partita No. 3 in E, BWV 1006


played by Nathan Milstein

Ultima frontiera: proviamo a scappare nell’iperspazio


LUIGI GRASSIA

La Royal Society venne alla luce tre secoli e mezzo fa ispirandosi alla «nuova scienza» di Francesco Bacone. Nacque non solo per soddisfare curiosità, ma anche per trovare soluzioni ai problemi pratici dell’epoca: migliorare la navigazione, ricostruire Londra dopo il Grande Incendio eccetera. Nel XXI secolo le domande che ci poniamo sono in parte uguali e in parte diverse da quelle di un tempo; l’astronomo Martin Rees, subito prima di cedere la poltrona di presidente della Royal Society al genetista Paul Nurse, ha proposto 10 quesiti/misteri che stanno di fronte a noi e a cui sarebbe bello che la scienza rispondesse oggi o in un futuro prossimo.

Partiamo dalle domande più generali, che riguardano la natura del tempo e dello spazio.

Numero uno: che cosa c’era prima del Big Bang? A rigore il quesito è insensato, perché, sulla base di quanto ci risulta, il tempo (come lo spazio) è nato con il Big Bang, quindi non è esistito alcun «prima». Tuttavia il problema cacciato dalla porta rientra dalla finestra.

Anche qualora il nostro Universo fosse una fluttuazione quantistica del nulla, si sarebbe trattato di un nulla quantistico, cioè di un Caos con delle proprietà intrinseche, un Caos potenzialmente organizzabile. Forse non c’era un vero e proprio tempo, «prima» del Big Bang, ma è possibile che ci fosse «qualcosa», e che quel qualcosa contenesse anche un simulacro di tempo, o una potenzialità di tempo, o un equivalente funzionale del tempo... I cosmologi ci stanno lavorando non solo in termini filosofici, cercano anche di ottenere le difficili verifiche sperimentali proprie della scienza.

Una seconda domanda riguarda lo spazio: sappiamo (e questo è verificato sperimentalmente) che lo spazio dell’Universo si espande. Ma in che cosa si espande? Si espande in una specie di superspazio infinito pre-esistente (magari il «bulk» a 11 dimensioni della teoria delle stringhe/corde) della cui presenza, al momento, non abbiamo prove? L’astrofisica Lisa Randall ipotizza che molteplici universi galleggino nel «bulk», scontrandosi in un ciclo eterno di creazione e distruzione nello stile dei Kalpa indù, ma azzarda pure che pezzi di Universo possano essere deliberatamente staccati nell’iper-spazio, fuori dal tempo, e sottratti alla contingenza dei singoli universi, mettendo in salvo l’umanità futura dalle catastrofi cosmiche, come è nei sogni degli scrittori di fantascienza (leggete ad esempio «L’ultima domanda» di Isaac Asimov).

Facciamo un passo indietro. Altro che scavarci un rifugio nell’iper-spazio. Finora non riusciamo neanche ad andare sulle stelle più vicine. Ci riusciremo in futuro (
terzo quesito)? Qui la Royal Society si sbilancia nelle previsioni come non fa in altri casi: entro 100 anni, dice, gli esseri umani avranno raggiunto anche i pianeti più remoti del sistema solare e, quanto alle stelle, se riusciremo a inventare un mezzo di locomozione con una velocità anche solo pari all’1% di quella della luce, nel giro di 10 milioni di anni avremo popolato l’intera galassia. E che ci vuole?
Un’altra faccenda legata alla fantascienza riguarda la possibilità di registrare i ricordi e di renderli nuovamente fruibili. È la quarta domanda. Potremmo rivivere le esperienze esattamente come sono state e persino condividere le sensazioni visive, olfattive, tattili, erotiche e psichedeliche con altre persone.
Senza danni? No, nel film «Strange Days» queste attività potevano essere pericolose. Qui si oltrepassano i limiti della natura umana come la conosciamo.

Per lo meno finché ci resta una natura umana da esplorare, la Royal Society ci propone come
quinta domanda «che cos’è l’auto-coscienza?». Roger Penrose suggerisce che vi abbia un ruolo la meccanica quantistica. E l’auto-coscienza è qualcosa che nel giro di pochi decenni potremmo condividere con macchine pensanti.

La
sesta domanda riguarda la possibilità che scienza e tecnologia ci restituiscano presto un’individualità che la produzione di massa ci ha tolto: consumeremo prodotti personalizzati? Avremo medicinali fatti su misura per i nostri problemi di salute? Beh, siamo già sulla strada.

Segue
una raffica di tre domande più retoriche che altro (cioè importanti, ma senza risposta): il genere umano sarà capace di sviluppare un approccio scientifico ai suoi problemi? In particolare a quelli dell’energia e dell’inquinamento? E quando si fermerà la crescita demografica, di cui non si parla quasi più?

E a proposito di matematica, fra i problemi quello che più intriga gli esperti è la formula (se c’è) per ricavare tutti i numeri primi, quelli divisibili soltanto per se stessi e per uno. Scopriremo la formula (
decima domanda)? Per ora il numero primo più alto che abbiamo trovato ha 13 milioni di cifre. Può sembrare una curiosità strampalata scovarne sempre nuovi, ma se i matematici dicono che è importante, dobbiamo crederci.

Le 140 cause della morte di Mozart


EUGENIA TOGNOTTI

Ne vanta di primati il mistero della morte, a soli trentacinque anni, di Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei più grandi geni musicali di tutti i tempi. Il più oscuro. Il più dibattuto. Il più impenetrabile. Il più romanzato. Il più indagato tra medicina e storia nei due secoli abbondanti che separano il nostro tempo da quel 1791, quando, dopo alcune settimane di malattia, e mentre lavorava al Requiem, Mozart morì. Ma di quale malattia? Da allora, l'interrogativo non ha mai cessato di aleggiare. E continua, senza tregua, a proporre e riproporre ipotesi, spinte, alcune, dai progressi delle conoscenze mediche, mentre restano sullo sfondo i sospetti di avvelenamento per opera dei gesuiti, dei massoni, del suo rivale e acerrimo nemico, il compositore di corte Antonio Salieri. Senza dimenticare gli effetti di una combinazione di farmaci, tra cui il mercurio per il trattamento della sifilide. Lo studio più recente sostiene la tesi di una sindrome nefritica, complicanza renale di un'infezione da streptococco.

La supposizione si basa su una forzatura dei segni fisici patognomonici, quelli cioè che consentono la diagnosi di una malattia.

Infatti, i testimoni oculari, che gli furono accanto negli ultimi giorni di vita, non parlarono di un edema grave. Mozart si era messo a letto con febbre alta, accompagnata da abbondante sudorazione, dolori addominali e vomito, gonfiore alle gambe e indolenzimento. Stando alla diagnosi di uno dei medici - che notò un esantema - si trattava di una "febbre miliare" che fu curata con ripetuti salassi, in linea con le strategie terapeutiche dominanti per secoli. Sulla base di questi pochi dati certi, le ipotesi sulla causa della morte di Mozart, così come quelle sulla sua storia medica, si sono moltiplicate lungo i secoli fino ad alimentare una torrenziale produzione di studi “specializzati”. Che si arricchiscono, di continuo, di spericolate diagnosi retrospettive e di teorie strampalate e rocambolesche dovute a patologi, neurologi, psichiatri, farmacologi, perfino neurochirurghi, che hanno sottoposto a esami il cosiddetto "teschio di Mozart" che - come si è poi scoperto - non era quello del grande compositore austriaco, il cui corpo fu sotterrato - causa indigenza - in una fossa comune.

In un articolo pubblicato nell'edizione natalizia dell'autorevole rivista medica, British Medical Journal, il medico e musicologo francese Lucien R. Karhausen, già membro della Commissione delle comunità europee, ha messo insieme un impressionante, curioso catalogo che comprende ben 140 cause di morte, 85 malattie, 27 turbe mentali, tra cui deliri, crisi epilettiche, sindrome di Capgras, sindrome da deficit di attenzione e disordine d'iperattività. E, ancora, psicosi, depressione maniacale e via delirando. Come se non bastassero, negli anni Ottanta si è aggiunta la sindrome di Tourette, ritenuta responsabile delle note tese e dissonanti di uno dei Quartetti dedicati ad Haydn. Ne è risultata una “narrazione” psichiatrica che si ritrova nel film Amadeus, ambientato nella Vienna gaia e libertina del '700 dove il giovane Mozart, sboccato, gaudente, volgare, incanta con la sua musica la corte di Giuseppe II.

Letture selettive delle fonti originali, citazioni sbagliate, perversione dei criteri diagnostici hanno portato a una serie di errori d'interpretazione, sempre in agguato nelle diagnosi retrospettive. Il lunghissimo elenco delle malattie che avrebbero afflitto la breve vita di Mozart comprende: l'influenza, diversi tipi d'infezione da stafilococco, streptococco, o meningococco, per vincere le quali, in un'altra era, sarebbe stata sufficiente una confezione di antibiotici; setticemie varie, scarlattina o morbillo, febbre tifoide o paratifo, tifo, tubercolosi, trichinellosi. E via avanzando ipotesi, dalle malattie più comuni alle più rare.

Ma perché la storia medica dell'uomo che con la sua musica ha incantato il mondo intero suscita e continua a suscitare una così insaziabile curiosità? Che importa, dopotutto, come Mozart morì? E' stato uno dei più grandi geni e uno dei più talentuosi musicisti che la storia ci ha dato, ma alla fine era umano, come tutti, nonostante il suo dono divino, ed è stata un'umanissima malattia a porre fine ai suoi giorni.

Il Bunga Bunga di Belpietro


Il 24 dicembre La Repubblica ha pubblicato un sondaggio sulle prospettive della varie coalizioni in caso di elezioni anticipate. I numeri messi nero su bianco dall’istituto Demos sono utili per capire il nervosismo (non dichiarato) che serpeggia in questi giorni tra le file del centrodestra berlusconiano. Un nervosismo che ieri ha trovato un primo parziale e irrazionale sfogo nell’ormai celebre fondo di Maurizio Belpietro in cui il direttore di Libero racconta due “strane storie” su Gianfranco Fini senza nemmeno aver prima provato, per sua stessa ammissione, a verificarle.

Dopo la fiducia strappata per un soffio da Silvio Berlusconi il 14 dicembre, le prospettive tornano, del resto, a farsi nere per il Cavaliere. Certo, Futuro e Libertà è in crisi di consensi (secondo il sondaggio è al 5,3 per cento dopo aver superato la soglia dell’8 per cento in novembre). Ma molto peggio sta il premier, visto che il nascente Terzo Polo rende sempre più probabile una sua sconfitta in caso di chiamata alle urne.

Demos, infatti, spiega che se il Pd corresse con Idv e la sinistra, otterrebbe il 41, 4 dei consensi, contro 39,7 di Pdl e Lega e il 17,8 dei terzopolisti. Se invece si arrivasse alla grande coalizione anti-berlusconiana con dentro tutti (dalla sinistra fino al centro) il risultato sarebbe addirittura dal 57,5 per cento, contro il 40,2 per cento dei fedelissimi del Cavaliere. In un unico caso il premier avrebbe partita vinta. Se il Pd si alleasse con il Terzo Polo (totale 30,8), lasciando invece l’Idv sola al fianco della sinistra (28,8). In questo scenario i berluscones la spunterebbero con il 38,2 per cento.

La minaccia di Berlusconi di andare a elezioni anticipate, se la sua risicata maggioranza non sarà in grado di governare, è insomma assai poco credibile. Di fronte a sé il Cavaliere ha solo una strada: proseguire la campagna acquisti nella speranza di trovare alla Camera una ventina di deputati disposti a passare con lui. Ma la cosa è tutt’altro che semplice.

Gennaio si presenta come un mese gravido di incognite. C’è la Corte Costituzionale che potrebbe cancellare il legittimo impedimento. Ci sono i malumori della Lega preoccupata per le sorti della legge delega sul federalismo fiscale. E ci sono le inchieste giudiziarie aperte mesi fa e non ancora chiuse. Prima tra tutte quella sulla minorenne Ruby e i Bunga Bunga di Arcore. Prima o poi gli atti di quella indagine verranno depositati. E già oggi è chiaro che si tratta di carte estremamente imbarazzanti per il premier.

La escort di cui ha parlato Belpietro nel suo fondo, una prostituta di Modena che ai primi di dicembre (mentre impazzava sui giornali il caso Ruby) ha video-registrato il racconto di presunti incontri con Fini e si è presentata a Libero e Il Giornale, poteva forse servire per controbilanciare l’impatto mediatico dell’epilogo delle indagini sul giro delle ragazze a pagamento ospitate ad Arcore. Ma anche il quotidiano di via Negri pare averla trovata poco credibile. Tanto che un resoconto sommario della sua presunta testimonianza è stato pubblicato (e tra mille prudentissimi distinguo) solo dopo il pezzo uscito sul quotidiano concorrente.

Ma non basta. Perché l’articolo di Belpietro oltre che criticabile sul piano giornalistico (non si pubblicano notizie senza averle prima riscontrate), adesso si sta rivelando un boomerang politico.

L’effetto è quello di spingere i deputati finiani indecisi a stringersi ancora una volta accanto al loro leader. E di convincere Casini che con Berlusconi non è possibile fare veri accordi. Molto meglio lasciarlo cucinare a fuoco lento nel suo brodo. Perché, Bunga Bunga a parte, il peggior nemico del settantaquattrenne Berlusconi resta quello di sempre: il tempo.

Il lavoro artigianale di Stefano Zecchi


di Francesca Coin*

Ogni tanto dimentico che ai tempi della seconda guerra mondiale mio nonno era più o meno convintamente fascista. Ora ha quasi cent’anni e l’altra sera a cena ha posto una domanda. “Ti chiedo una cosa sola”, ha detto, dopo aver ascoltato in silenzio la conversazione che per due ore discuteva il potenziale delle proteste studentesche degli ultimi mesi. La sua domanda era rivolta a coloro che hanno attraversato le piazze il 14 dicembre a Roma. “La sentenza dei giudici (che non è ancora stata emessa) è giusta?” “Rilasciare dei criminali è giusto?” Questa era la sua domanda.

Si è torto lo stomaco già a me, dunque se possono seguano oltre i lettori. Aveva gli occhi rossi e puntava il dito come i patriarchi ai peccatori (mio nonno d’altro canto è un fervido uomo di chiesa). Mi colpiva l’inflessibilità delle sue conclusioni, l’autorità irata, l’assenza di consapevolezza sociale o di sensibilità.

Un effetto simile l’ha generato in me ieri mattina un articolo di Stefano Zecchi. “Bei tempi quando il famoso pezzo di carta dava il diritto ad entrare tra la gente che conta! Un lavoro importante, un bello stipendio: per molti era il biglietto da visita dell’emancipazione sociale”. Ma“era un altro mondo”. Oggi abbiamo un gran numero di laureati disoccupati, e “forse ancor più delusi e frustrati” di loro sono i genitori che desiderano per i loro figli un riscatto dalla povertà. Qual è la causa della disoccupazione dei giovani laureati, dunque? “È stato umiliato il lavoro degli artigiani, scrive Zecchi (filosofo, ndr.) producendo così intellettuali disoccupati (ed altri ahinoi occupati) a causa di “genitori dalle umili origini” e tuttavia “snob” (li definisce proprio così).

Ha una penna maliziosa Zecchi, per nulla preoccupata della disoccupazione, più interessata all’autocompiacimento e generalmente ansiosa di delegittimare il diritto all’istruzione presentandolo come un borghesismo illegittimo per le classi deboli. Utilizza la parola “snob” (ovvi i processi di proiezione contenuti nel linguaggio), richiamando le famiglie povere all’umiltà (che coraggio) e facendo appello per loro all’accettazione di un lavoro artigianale premoderno. Le sue argomentazioni sarebbero accettabili in un discorso dell’Europa del 1600 o pre-illuminista, prima ad esempio che Condorcet riconoscesse nell’istruzione pubblica un diritto universale necessario per portare l’umanità tutta oltre lo stato di minorità e di isolamento. Ma oggi questi discorsi appaiono anacronistici, gretti oppure demagogici. È barbaricamente demagogica l’opera del docente ordinario Zecchi, che sembra voler legittimare distrattamente una riforma che farà esattamente ciò che lui auspica, ovvero attribuire il diritto allo studio e al lavoro solamente a chi povero non è, riproducendo così un processo di inaridimento culturale di cui il suo articolo è già effetto e causa.

Zecchi non discute direttamente la riforma Gelmini, sottolinea solo l’inutilità del titolo di laurea (scollegando tale inutilità alla crisi del mercato del lavoro). Cita Sacconi e nomina il lavoro, ma non parla di neoliberismo, di banche d’investimento, di crisi degli stati sovrani, di esternalizzazione, di cassa integrazione. Si limita a dire che abbiamo “umiliato il lavoro artigianale” (lo rinobiliti lui, verrebbe da dire). In generale non offre nessuna soluzione ai drammi odierni, ma suggerisce di volere “più artigiani”, il che, leggerezza a parte, implica tra le righe che la saturazione del mercato non va contrastata con maggiori investimenti alla ricerca, ma va avvallata con una restrizione dell’offerta formativa sino a trasformare i giovani laureati qualificati e brillanti di oggi in lavoratori manuali.

Le parole di Zecchi sono leggere, e colpevole è la leggerezza del privilegio in tempi di crisi, come è pericolosa la sciatteria morale che essa ispira e che la ispira. Leggo Zecchi, e trovo la sua analisi deprecabile. È deprecabile perchè è priva di etica e di contenuti, è deprecabile per l’incuria verso un presente pieno di ferite, è deprecabile per l’atteggiamento paternalista ma privo di alcuna affettività paterna verso una generazione orfana seppur forte ma che ha già sufficienti problemi.

Forse è troppo chiedere un’analisi sensibile ad uomini egocentrici o autoritari, ma se è così ci basterebbe alle volte almeno un pò di generoso silenzio.

*Rete29Aprile

Attenzione: non intercettate Belpietro

GIOACCHINO GENCHI

GIOACCHINO GENCHI

Dopo il collaudo nella pista di Montecarlo, la macchina del fango si prepara a nuove competizioni. La scuderia è sempre la stessa. Il traguardo pure: distruggere Gianfranco Fini. Non hanno altra spiegazione le sibilline illazioni sulle avventure sessuali del presidente della Camera con una prostituta modenese e sul progetto del finto attentato in Puglia, raccontati da Belpietro nel suo editoriale su Libero del 27 dicembre. L’articolo è scritto bene ed il racconto è pure suggestivo. D’altronde, stando alle cronache degli ultimi mesi, di escort e di falsi attentati Belpietro se ne intende proprio.

Nello sfondo dell’ultimo scoop del direttore di Libero c’è pure l’esigenza di recuperare il flop sulla casa di Montecarlo, servito solo a far toccare con mano agli italiani lo squallore delle pantomime che hanno accompagnato la notizia, pari a quello di chi quella casa l’ha venduta, di chi l’ha comprata e di chi l’ha preso in affitto.

Lo scorso 30 settembre, mentre le colonne de il Giornale e di Libero tremavano per le smentite che piovevano sulle loro montature, la prima boccata d’ossigeno è arrivata con la notizia dell’attentato a Belpietro, accompagnato, il giorno dopo, dai titoli molto significativi delle due testate: “Certe idee si pagano così”, “Non ci faremo intimidire”. Un attentato un po’ strano a dire il vero. Al killer si sarebbe inceppata la pistola.

Proprio fortunato Belpietro, se consideriamo i precedenti, anche di un altro direttore de il Giornale. A Milano, infatti, la mattina del 2 giugno 1977, non si è inceppata la pistola 7,65 munita di silenziatore con la quale le Brigate Rosse hanno gambizzato Indro Montanelli. I terroristi sono riusciti a sparare tutti e sette i colpi del caricatore e persino l’ottavo che avevano messo in canna. A Palermo, la sera del 26 gennaio 1979, a Totò Riina e Leoluca Bagarella non si è nemmeno inceppato il revolver con il quale hanno ucciso con quattro colpi alle spalle il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese. Ancora a Milano, la mattina del 28 marzo 1980, ha funzionato alla perfezione, sparando ben cinque colpi, la pistola con cui i terroristi della Brigata XXVIII Marzo hanno ucciso il giornalista Walter Tobagi. A Napoli, la mattina del 23 settembre 1985, nessun guasto alla pistola con la quale i killer della camorra hanno sparato i 10 colpi che hanno ucciso il giornalista de il Mattino Giancarlo Siani. Stessa precisione e funzionalità balistica per la pistola che hanno utilizzato i sicari della mafia messinese la sera dell’8 gennaio 1993, a Bercellona Pozzo di Gotto, quando hanno trucidato il giornalista Beppe Alfano.

Se Belpietro è stato fortunato per l’inceppamento della pistola del killer, lo stesso non può dirsi per il poliziotto di scorta. Però, alla questura di Milano – dove non si può dire che non funzionino i telefoni – erano stati molto accorti nella scelta. Forse avevano proprio tenuto conto dei prodigi del poliziotto, che la mattina del 15 aprile 1995 aveva sventato un analogo attentato nei confronti dell’allora procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio. Per questo il poliziotto fu premiato e promosso al grado superiore, anche se, allora come quest’anno, il killer riuscì a fuggire.

L’attentatore di Belpietro è stato senza dubbio più bravo, visto che è riuscito a schivare i tre colpi di pistola che il poliziotto gli avrebbe sparato contro. Per dire il vero, la circostanza appare poco verosimile. Nessuno degli oltre centomila poliziotti italiani mancherebbe una sagoma a quella distanza. Lascia ancora più sorpresi che ciò sia potuto accadere ad un operatore delle scorte, se solo consideriamo la formazione e la frequenza dell’addestramento al tiro mirato a cui tutti i poliziotti delle scorte sono sottoposti. Il killer di Belpietro, però doveva proprio essere un fenomeno, visto che, dapprima travestito da finanziere, è riuscito a dileguarsi come Spiderman scavalcando un muro di cinta di oltre due metri, scivolando su una siepe senza lasciare traccia. Nel lancio si sarebbe pure mutato nell’uomo invisibile, visto che nessuna delle telecamere degli isolati vicini è riuscito a riprenderlo.

Dopo il fallito attentato del 30 settembre, a distanza di soli tre mesi, lo stesso Belpietro annuncia un presunto finto attentato in Puglia a Gianfranco Fini, che, a quanto pare, sarebbe pure disposto a farsi ferire per disarcionare Berlusconi dal Governo. La notizia è stata condita con le leccornie sessuali su Fini riferite dalla escort modenese. Visti i precedenti di Berlusconi in materia, sembra proprio quello che ci voleva per bilanciare la partita. Tutto appare inquadrarsi in uno dei soliti articoli sopra le righe di Belpietro, frutto delle investigazioni dei segugi e delle delazioni dei confidenti, che a Libero ed al Giornale non mancano mai.

Io non ne sono convinto. Quell’articolo, con le notizie riportate e per il modo con il quale sono state raccontate, è un invito ai magistrati ad indagare, come lo stesso Belpietro non ha esitato ad ammettere. Dopo la pubblicazione è seguita la conferma. Almeno tre procure hanno aperto delle inchieste. Belpietro ha raggiunto il suo scopo. E’ plausibile quindi che Belpietro possa venire intercettato, nel tentativo di appurare la fonte delle sue delazioni e le ulteriori notizie che gli potrà fornire. Questo, forse, è quello che Belpietro voleva quando ha pubblicato l’articolo.

Qualunque parola, qualunque informazione, qualunque accusa, vero o falsa fosse, che dovesse essere captata nei dialoghi del suo telefono, entrerebbe di diritto nel fascicolo processuale, senza alcun rischio di essere tacciati di calunnia. La fonte probabilmente resterebbe sempre ignota, visto che Belpietro gode delle stesse guarentigie dei preti: può raccontare il peccato ma è tenuto a garantire il riserbo sul peccatore. Se così fossa la macchina del fango potrebbe ambire a gareggiare in circuiti più fortunati e competitivi di Montecarlo e quanti si ostinano a contrastare l’egemonia di Berlusconi finirebbero sotto le attenzioni delle procure, a cui era rivolto il messaggio.

Mi auguro di essermi sbagliato nel presagio. Nel dubbio consiglio vivamente gli inquirenti di non intercettare Belpietro, visto che, per quello che scrive, penso che nemmeno al telefono direbbe cose vere ed attendibili.

Rai, il giudice del Lavoro: “Tiziana Ferrario deve essere reintegrata al Tg1″


Secondo il giudice del lavoro la conduttrice ha subito una "grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica"

Il tribunale di Roma sezione lavoro, giudice Marrocco, accogliendo il ricorso in via d’urgenza della giornalista Tiziana Ferrario (assistita dagli avvocati Domenico e Giovanni Nicola D’Amati), ha ordinato alla Rai di reintegrare la giornalista nelle mansioni di conduttrice del Tg1 delle 20 e di inviata speciale per grandi eventi. Il giudice ha ravvisato nella rimozione di Tiziana Ferrario dell’incarico di conduttrice del tg della rete ammiraglia una “grave lesione della sua professionalità per motivi di discriminazione politica a seguito dell’opposizione della stessa giornalista alla linea editoriale del direttore Augusto Minzolini”.

Secondo il giudice Marrocco, “i provvedimenti che hanno riguardato la Ferrario sono stati adottati in contiguità temporale con la manifestazione, da parte della lavoratrice, del dissenso alla linea editoriale impressa al telegiornale dal nuovo direttore. Con l’adesione da parte sua alla protesta sollevata dal cdr e diretta a far applicare nel tg i principi di completezza e pluralismo nell’informazione. E, infine, con la mancata sottoscrizione da parte della stessa del documento di censura al cdr il 4 marzo scorso”. Questi provvedimenti, si legge nella motivazione, “sono stati antitetici rispetto a quelli adottati nei confronti dei colleghi di redazione che non avevano posto in essere le suddette condotte”. In particolare, “in merito alla rimozione dell’incarico di conduzione del Tg1, dichiaratamente collegata dal direttore del telegiornale all’intento di ringiovanire i volti del tg, risulta in atti che identica decisione non ha coinvolto due giornalisti in sostanza coetanei della ricorrente (Petruni e Romita), i quali, di contro, avevano sottoscritto il documento 4 marzo 2010 di sostegno alla linea editoriale”.

Soddisfatta Tiziana Ferrario, che considera la sentenza ”importante perché afferma il principio fondamentale che i poteri del direttore di una testata giornalistica sono limitati dalla legge: non ha infatti il diritto di emarginare o mettere i giornalisti della sua redazioni in condizione di non lavorare. Dunque una sentenza ancora più importante in quanto può rivelarsi utile a tutti coloro che hanno subito il mio stesso trattamento, da Paolo Di Giannantonio a Massimo De Strobel, da Raffaele Genah a Bruno Mobrici alla stessa Maria Luisa Busi, che con grande coraggio ha deciso di rinunciare alla conduzione del Tg1 perchè non riteneva di essere più nelle condizioni di svolgere con serenità la propria professione”.

Alla sentenza del giudice ribatte Minzolini: “Paolo Frajese ha condotto il Tg per sette anni, Bruno Vespa per cinque. Tiziana Ferrario invece lo ha condotto per 30 anni”. Nessuna discriminazione politica, quindi, per il direttore, secondo cui la decisione del tribunale “è assurda perché interviene in decisioni di fatto del direttore”. Il presidente della Rai Paolo Garimberti ha espresso lo stesso pensiero che espresse quando a essere reintegrato dal giudice fu Paolo Ruffini: ”Le sentenze si rispettano non si commentano”.

A Minzolini esprime solidarietà il portavoce del Pdl Daniele Capezzone: “Se per caso, dopo circa sei lustri, il direttore del Tg1 decide di avvicendare alcuni conduttori e conduttrici, mi pare che la decisione possa essere rispettata. In un modo in cui tutti siamo flessibili, solo i mezzibusti del Tg1 devono essere considerati intoccabili?”. Secondo il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto, “oramai è evidente che i giudici in Rai decidono larga parte degli organigrammi interni come dimostra non solo quest’ultimo episodio della Ferrario, ma anche storie precedenti. Il fatto singolare poi è che questi interventi avvengono solo quando a essere spostati sono giornalisti di sinistra”. Parla di “magistratura al servizio della sinistra” il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, che dice: ”Siamo alla follia. Spero che questa decisione venga considerata dalla Rai come merita: un proclama scritto su carta straccia. A quando sentenze che dicano quali notizie divulgare e quali no? Siamo alla protervia togata che sfocia nel ridicolo. In altri casi, Alfano ha inviato ispezioni. Qui servirebbe un controllo medico”.

Di tutt’altro avviso le opposizioni. Secondo il responsabile Cultura e Informazione del Pd, Matteo Orfini, ”la sentenza sul reintegro di Tiziana Ferrario certifica qualcosa che purtroppo era già evidente: al Tg1 ci sono discriminazioni politiche che mortificano professionalmente chi la pensa diversamente dal direttore”. Il capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione di Vigilanza, Pancho Pardi, osserva: “Che la direzione di Minzolini fosse fallimentare, non lo attesta solo la sentenza del tribunale di Roma, ma anche e forse soprattutto il crollo dell’edizione del tg1 delle 20 nelle rilevazioni di un sondaggio commissionato proprio dalla Rai. Insomma non siamo lontani dalla realtà se definiamo la direzione di Minzolini la peggiore del servizio pubblico di tutti i tempi”.

Il leghista emiliano e i rimborsi fasulli chiesti alla regione

MARCO LUSETTI

Il Carroccio rischia di crollare sotto il peso dello scandalo delle irregolarità di una serie di fatture per le trasferte di Maurizio Parma, capogruppo leghista di via Aldo Moro. Si faceva rimborsare impegni personali e di partito come fossero attività istituzionale

“Meglio non avvisare Roberto Calderoli della faccenda dei fondi regionali del Carroccio perché sennò non ‘salta’ solo Maurizio Parma, ma tutta l’Emilia”. E’ questo uno dei passaggi di una conversazione telefonica del luglio 2009 tra il segretario della Lega nord Emilia Romagna Angelo Alessandri (e presidente della Commissione Ambiente alla Camera) e l’ex vicesegretario del movimento Marco Lusetti. I due parlano dello scandalo delle note spese fasulle presentate dal capogruppo leghista in regione Maurizio Parma. Una vicenda che adesso rischia di trasformarsi in una valanga di fango per il Carroccio che solo pochi mesi fa, alle ultime regionali, aveva conquistato più del 13% dei consensi. Lusetti, dopo aver tentato per due volte di spingere il partito a fare chiarezza sui presunti rimborsi taroccati, nel luglio 2010 è stato espulso. Ma lunedì scorso si è preso la sua rivincita: ha convocato una conferenza stampa, ha fatto ascoltare la registrazione della telefonata e ha mostrato una serie di documenti che secondo lui dimostrano le irregolarità commesse da Parma, oggi vicepresidente della provincia di Piacenza, nella gestione dei fondi a disposizione del gruppo regionale. Nelle mani dei cronisti finiscono così le ricevute che Parma girava agli uffici della regione per farsi rimborsare le trasferte.

Si inizia con un viaggio del 28 agosto 2008 quando l’esponente leghista sostiene di aver incontrato tra Pordenone, Bergamo e Pontida gli amministratori regionali di Friuli Venezia Giulia e Lombardia, chiedendo ed ottenendo dalla Regione Emilia Romagna un rimborso spese di 463 euro. Lusetti, però, racconta che in quegli stessi giorni, di scena a Pontida, c’era la tradizionale festa dei Popoli padani. “Non vorrei – dice l’ex leghista – che Parma si sia fatto rimborsare il viaggio per andare ad una festa di partito e non all’incontro con alcuni funzionari regionali”.

Un anno prima, il 16 e 17 settembre 2007, Parma si fa rifondere anche una trasferta a Venezia e Treviso per, si legge nel documento su carta intestata del gruppo regionale, una manifestazione sul federalismo fiscale e un incontro con gli amministratori regionali del Veneto. Totale: 201,60 euro. Spicci, ma è ancora Lusetti a mettere in dubbio la versione di Parma: “In quel periodo c’è il raduno dei leghisti a Venezia – rivela – e guarda caso la moglie di Maurizio Parma vive proprio a Treviso”.

Ma Lusetti non si ferma e fa saltare fuori altri due rimborsi spese “che puzzano proprio”: il primo, datato 26 dicembre 2006, riguarda l’affitto di una delle sale di Piacenza Expo per un convegno sugli enti locali, a cui Lusetti allega pure la ricevuta su carta intestata del centro fieristico. Parma, per quell’incontro a ridosso del Natale 2006, avrebbe ottenuto come rimborso 1.800 euro “anche se è strano- rileva Lusetti- che a Santo Stefano si organizzi un convegno sugli enti locali e nessuno se ne sia accorto”. Un incontro talmente segreto che non se ne sono accorti, evidentemente, neanche a Piacenza Expo visto che, interpellati, fanno sapere che nessuna sala per quella data e’ mai stata affittata e per il mese di dicembre del 2006 non furono calendarizzati eventi di natura privata.

Infine, Parma avrebbe anche ottenuto un rimborso spese per più di 5.000 euro (con due fatture, una da 3.600 ed un’altra da 1.640 euro) per una cena avvenuta il 30 marzo 2008 al Park hotel di Piacenza a cui partecipo’ anche Umberto Bossi: niente di irregolare ad una prima occhiata ma è proprio Lusetti ad offrire una chiave di lettura. “Io c’ero a quella cena – dichiara l’ex numero due del movimento – e ricordo benissimo che tutti i militanti hanno pagato di tasca propria la quota parte della cena, quindi e’ evidente che Parma ha chiesto un rimborso spese nonostante non ne avesse la ragione”.

Con il faldone di rimborsi “pieni di criticità”, Lusetti stava quindi cercando di incontrare il ministro Calderoli, visto che in sede di direttivo del partito, la mozione per la discussione di questi documenti poco chiari era stata congelata per ben due volte.

“Ma questa faccenda la chiudiamo noi” minimizza per telefono Alessandri invitando il suo vice a firmare una dichiarazione che farà avere ai piani alti del movimento. Lusetti non sembra convinto ma Alessandri chiede di velocizzare i tempi: “Ma no, ragazzi, non apriamo questi libri qua, ma stiamo scherzando? Non bisogna raccontare in giro questa storia, devi minimizzare – sprona Alessandri – perché questi qua, per quanto gliela spieghi, non la capiranno mai, vedono solo il problema loro” visto che “il problema è dell’Emilia, non solo di Maurizio Parma”.

Alessandri cerca quindi di contenere lo scandalo che potrebbe scoppiare da un momento all’altro e modificare la geografia politica della Provincia di Piacenza, neo eletta giunta Pdl e Lega che vince le elezioni per la prima volta dopo 50 anni di sinistra.

Ma dal 2009 al 2010 gli scandali legati alla Lega in amministrazione provinciale si susseguono uno dopo l’altro: un assessore, Davide Allegri, che affida piani regolatori allo studio di architettura dove lavora e ad un dipartimento universitario in cui insegna; un consigliere provinciale in quota Carroccio, Davide Maloberti, indagato per truffa ai danni dello Stato per la questione delle quote latte e, infine, il vicepresidente Maurizio Parma a cui non tornano i conti di quando era capogruppo in Regione. Ma Rosy Mauro, nuova reggente del partito emiliano, ne è sicura: “Non esiste nessuna questione morale nella Lega”.

di Massimo A. Paradiso

Amoralità


Quando si sente parlare di “questione morale” bisognerebbe reagire come Goebbels al sentir nominare la parola “cultura”: metteva mano alla pistola. Intendo con ciò dire che non esiste una “questione morale” nell’Idv di Di Pietro? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nella politica italiana? Intendo dire che non esiste una “questione morale” nell’etica pubblica o nella specifica deontologia di chi fa la mia professione, tra un Boffo e un altro, un Fini e un Belpietro, un Putin e un De Benedetti (cfr. lo speciale di ier l’altro allegato a “Repubblica”)?

No, naturalmente, giacché la questione è sotto gli occhi di tutti e solo tonnellate di ipocrisia impediscono di parlarne seriamente. Il punto è che quella che nel 1981, nell’intervista a Scalfari, un uomo e un politico irreprensibile come Enrico Berlinguer, segretario del più importante Partito Comunista dell’ occidente, definiva come “questione morale in politica
” abbinata al bisogno di “austerità nei consumi” è oggi diventata tutt’altra cosa. E facciamo torto anche alla memoria di quel Berlinguer mischiando rozzamente e ipocritamente le carte/parole. Non di questione morale (che richiama quindi il suo contrario nell’immoralità violante dei comportamenti, in politica come altrove) si deve parlare, ma di “questione amorale”: l’aggettivo dopo aver cambiato di segno si è autopolverizzato e quell’alfa iniziale ne fa fede in modo apparentemente irreversibile. Perché un conto è richiamare alla moralità considerandola violata, cosa ben diversa è farlo in assenza accettata di moralità, appunto nell’amoralità condivisa.

Riprendiamo da Di Pietro, il sondaggio di Micromega ecc. Di Pietro sarà pure “dialetto e castigo”, parlerà pure un italiano farcito come un panino ripieno di salumi diversi, ma fesso di sicuro non è. Anzi. Ed è ben consapevole del suo ruolo quando per esempio (ieri) rievocava la Costituzione violata a proposito della Fiat di Mirafiori e della Cgil messa all’angolo, creando i presupposti logici e politici per un fronte che invece il Pd esangue di Fassino non sa, non vuole, non può suffragare. Volete quindi che l’ex magistrato famoso nel mondo per Mani Pulite non sapesse perfettamente che per rientrare dal portone, dalla porta, dalla finestra o dall’oblò della politica del Palazzo che conta aveva bisogno di voti, da una decina d’anni a questa parte? E dove è andato a prendere voti il Tonino nazionale, nei conventi di clausura? E’ andato a sporcarsi le mani una volta pulite esattamente come gli altri, con i vari capobastone detentori da sempre di pacchetti di voti o di “ponti” elettoralistici con gruppi che questi voti collazionassero e/o rappresentassero.

Il punto è che battersi per la legalità in una politica consegnata all’illegalità e all’amoralità essendo obbligato (o dedito?) a usare gli stessi metodi crea un cortocircuito da paura, che anzi Di Pietro è riuscito a controllare in qualche modo fino ad ora. Ma lui sa benissimo come stanno le cose. Non potrà dirlo apertamente, ma che ci sia una “questione amorale” nel suo partito, in molti uomini del suo partito, nei comportamenti abituali della politica anche del suo partito, lo sa per forza fino al midollo. Ha dovuto servirsene per salire, ora gli stessi meccanismi premono per respingerlo in basso. Quindi niente ipocrisie: non si entra a Palazzo senza pagare certi prezzi. Altrimenti questo Palazzo lo si “assalta” (metafora!!!) dalla Piazza, sperando che il contagio e la commistione amorali accadano il più tardi possibile.

E’ il terreno prepolitico che è franato qui da noi, in tutti i campi, e quindi si arriva alla politica senza aver traversato alcun deserto e senza aver sofferto minimamente la sete. Sono persone vuote, prima che politici amorali, quelli che hanno appunto nebulizzato la morale in nome e per conto della (loro) Politica. Discorso analogo per la stampa, e la sua deriva. Non c’è deontologia senza etica dei doveri, nell’amoralità diffusa che avvolge sempre di più il Paese: il resto è fuffa, fuffa ipocrita al cubo.

Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2010