giovedì 27 gennaio 2011

LA PM FIORILLO: “NOI E IL MASCHILISMO”


Annamaria Fiorillo pubblico ministero della Procura dei Minori di Milano era di turno la sera in cui la minorenne Karima el Mahroug, detta Ruby venne portata in Questura. La pm Fiorillo dispose il foto segnalamento, in quanto la ragazza era priva di documenti, e il collocamento presso una comunità protetta o in alternativa che venisse trattenuta in Questura in attesa del reperimento della struttura. Disposizione che venne disattesa: la minorenne venne affidata alla consigliera regionale del Pdl Minetti e il verbale, che non venne firmato dal Commissario Iafrate, in violazione della legge, non le venne mai inviato. Proprio ieri all'unanimità il Csm ha deciso di archiviare l’esposto inoltrato dal pm del Tribunale dei minori di Milano, Maria Antonietta Fiorillo, perché non ritiene lesa l’indipendenza e l’autonomia del magistrato, pur ammettendo che le sue disposizioni alla polizia giudiziaria erano state disattese, al contrario di quel che aveva affermato il ministro dell’Interno, Maroni. La pm aveva chiesto l'apertura di una pratica a tutela in seguito alle discrepanze tra la sua versione dell’affidamento di Ruby e quella di Maroni.

di Annamaria Fiorillo

Vorrei approfittare di questo scorcio di visibilità, del tutto involontario e transitorio, che mi deriva dal coinvolgimento nella vicenda “Ruby”, per esprimere adesione alla lettera pubblicata da Giulia Bongiorno su Repubblica del 21 gennaio, a pag. 37.

Lo faccio in quanto donna che accoglie l’appello conclusivo dell’autrice contro il maschilismo che permea molteplici aspetti della vicenda stessa: “Sono le donne che per prime devono farsi forti della loro dignità e della consapevolezza del loro valore – senza distinzione di età, credo politico, provenienza geografica – per esprimere a voce alta lo sdegno che questa mentalità suscita, ne sono sicura nella maggioranza di noi”. Colgo l’occasione, dunque, per sottolineare come anche nella magistratura, le donne, a parità di competenza e professionalità con i colleghi maschi, debbano scontrarsi con enormi ostacoli che riguardano non solo il dover conciliare, quando si è giovani, la loro vita personale e familiare con la temporaneità degli incarichi nella prima fase della carriera, spesso in sedi disagiate e con carichi di lavoro assai gravosi, ma anche il doversi misurare, aumentando l’anzianità di servizio, con l’efficienza carrieristica degli uomini i quali sono ben capaci di conciliare lo svolgimento delle funzioni con incarichi di natura organizzativa legati alle “correnti” il che li agevola nell’accesso agli incarichi direttivi e comunque di prestigio.

Tra i 15 giudici della Corte costituzionale che hanno preso la recente decisione in merito al legittimo impedimento c’è una donna soltanto, Maria Rita Saulle e tra i 26 componenti del C.S.M solo due sono donne.

Detto questo, sono preoccupata che l’accorato appello, per le premesse dalle quali muove e per le implicazioni che ad esso conseguono, anziché unire le donne, possa creare tra loro una spaccatura e risolversi così ancora una volta in un vantaggio per il nemico che – sia detto chiaramente – non è affatto il genere maschile e nemmeno un solo determinato individuo maschio (che per pudore chiamerò “l’Innominato”), ma un certo tipo di mentalità, di decadenza culturale e di malcostume che in questo momento sembrano prevalere nella nostra società e di cui quell’individuo è il prodotto e la rappresentazione, cioè l’effetto, non la causa.

Si ha l’impressione leggendo la lettera di Giulia Bongiorno, certamente condivisibile nella denuncia della fatica e della delusione che pesano sull’attuale condizione femminile, che essa si riferisca ad una categoria di donne in un certo senso privilegiate, perché dotate di talenti e in corsa per affermarsi nel lavoro e nella società.

Sono queste che da sempre lottano, si ribellano e sfidano gli ostacoli di un ambiente maschilista, producendo valore . Dall’altra parte ci sarebbero quelle che per mancanza di qualità oppure per avidità e per calcolo si prostituiscono non tanto e non soltanto fisicamente agli uomini, quanto moralmente al sistema che le premia solo se sono belle e accondiscendenti.

In realtà moltissime donne, belle o non belle, più o meno dotate di capacità, non possono essere collocate né di qua né di là: esse vivono onestamente il loro ruolo di mogli, compagne, amanti o madri, rassicurando con il loro appoggio leale uomini che a loro volta le rassicurano fornendo loro un’identità ed un posto nel mondo che esse non possono e non vogliono mettere in discussione. Queste donne “credono” nell’uomo che hanno scelto e per lui abbracciano il “suo” partito.

Perciò è inutile mettere in discussione la loro fede, sarebbe come cercare di convincere un tifoso a cambiare squadra di calcio.

Mi rendo conto che una tale metafora può apparire banalizzante e riduttiva, ma la uso per farmi meglio comprendere dai lettori maschi.

Alle lettrici vorrei ricordare quanta sofferenza procura fidarsi ed affidarsi ad una persona per poi esserne imbrogliata e tradita .

Il meccanismo che scatta è quello di non volere vedere il tradimento, vergognandosi di se stesse e della propria dabbenaggine, di alleggerire l’onta pensando che “così fan tutti”.

Se ciò avviene nel campo delle relazioni sentimentali, non dissimilmente si verifica nella politica quando il consenso si fonda su fattori emotivi che il rappresentante sa abilmente gestire sul piano della comunicazione, costruendo di sé l’immagine di un vincitore che generosamente si prende cura delle sue protette.

Ma le protette devono convincersi che non hanno affatto bisogno di tutela, che sono così dignitose e libere da scegliere di guardare fatti e persone lucidamente con i loro occhi, così coraggiose da mettersi in discussione. Forse si può ricordare loro che, come diceva Mao Tse Tung, le donne, tutte le donne, sono “l’altra metà del cielo”, che anche in loro Gandhi riponeva la massima fiducia, indicandole come le protagoniste del progresso nella storia.

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