

Nessuno poteva immaginare, neppure lontanamente, quanto sta accadendo in queste ore in Libia. Al confronto le rivolte della Tunisia e dell'Egitto sembrano pallidi sussulti popolari. A Bengasi prima, e ora in tutto il Paese, si assiste alla feroce eutanasia di un regime, pronto ad utilizzare tutti gli strumenti di morte per piegare le legittime domande di un popolo che, dopo oltre 40 anni di dittatura, ha deciso di alzare la testa e di far sentire per la prima volta la sua voce.
È talmente grave quel che le testimonianze, capaci di violare la censura del regime, ci fanno arrivare dalla Libia che vien persino da dubitare sulla loro veridicità. Purtroppo, invece, è tutto vero, come anche le fonti ufficiali cominciano ad ammettere: i cecchini assoldati fra i mercenari africani, che hanno l'ordine di sparare persino ad un corteo funebre pur di annientare i rivoltosi; i fedelissimi del colonnello Gheddafi che lanciano contro la folla i micidiali razzi Rpg, che in guerra possono distruggere un carro armato. Nel pomeriggio si era creduto che la minaccia all'Unione europea di non frenare più l'ondata migratoria, come era stato pattuito soprattutto con l'Italia, fosse la dimostrazione che il regime, pur ricattando, fosse ancora in grado di controllare la situazione.
Pare non sia così. Nonostante l'oscuramento di Internet, il taglio delle comunicazioni, il divieto ai giornalisti stranieri di entrare nel Paese, la verità è riuscita a filtrare.
Il regime si sta sfaldando. I comitati popolari che Gheddafi definiva l'unica «espressione del potere» stanno per essere giubilati, e ieri notte l'ambasciatore libico a Pechino ha persino annunciato la fuga di Gheddafi in Venezuela. Notizia difficile da verificare, anzi improbabile almeno giudicando le dichiarazioni del figlio-erede del dittatore, quel Saif al Islam che si è rivolto al Paese riconoscendo gli errori compiuti, sostenendo che la rivolta è stata manipolata dall'estero, che c'è un complotto contro
Antonio Ferrari
21 febbraio 2011

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