

di EUGENIO SCALFARI
LE RIVOLUZIONI dei popoli nordafricani e mediorientali hanno numerose differenze tra loro ma anche profonde analogie. Tra queste ce ne sono tre che meritano d'esser segnalate: sono guidate da giovani, hanno come primario obiettivo la conquista dei diritti di libertà e sono rivoluzioni laiche anche se nei paesi musulmani il loro grido di riconoscimento e di vittoria è spesso quello tradizionale "Allah è grande".
Bin Laden e il fondamentalismo talebano non potevano registrare una sconfitta storica maggiore di questa: Al Qaeda sperava d'essere alla testa di questo sconvolgimento storico; invece non ne è stata neppure la coda; semplicemente ne è rimasta fuori e non ha alcuna probabilità di inserirvisi. Lo sbocco finale è ancora incerto, in alcuni paesi dipende in larga misura dall'esercito e dai giovani ufficiali, in altri dalla nascente borghesia, in altri ancora dall'esistenza di forti legami tribali. Ma la conquista dei diritti di libertà (e di lavoro) spinge i rivoluzionari a guardare più verso ovest, cioè verso Occidente, che verso est. E non è un caso che ai giovani che hanno scacciato Mubarak dall'Egitto abbiano risposto i giovani e le donne iraniani che vorrebbero liberarsi dal giogo politico e culturale del regime khomeinista.
La stessa Israele è perplessa. Da un lato impensierita dalla caduta dei dittatori "moderati", dall'altro speranzosa di poter convivere con giovani democrazie prive di pregiudizi religiosi e storici.
Una concorrenza competitiva ma non militare, una più equa diffusione del benessere, della divisione internazionale del lavoro e delle tecnologie che caratterizzasse tutta l'immensa regione che va dai due fiumi mesopotamici fino al Sinai, al Nilo, al Sahara libico e algerino, all'Atlante, a Casablanca. Forse sarà un sogno, ma le premesse ne stanno prendendo corpo. Molto dipenderà anche da come si comporteranno l'America di Obama e l'Europa. E meno male che Obama c'è!
Il Presidente americano ha legato il suo futuro politico al trionfo della democrazia nel mondo musulmano. Ne parlò un anno fa al Cairo e l'ha ripetuto adesso con chiarezza ancora maggiore. L'obiettivo è terribilmente ambizioso, molto di più di quello che portò alla caduta del Muro di Berlino. Sbaglia chi continua a proporre come metro il confronto tra Obama e Bush: il confronto attuale riguarda Obama da un lato e il pensiero unico del reaganismo dall'altro. C'è materia per riflettere e operare in un mondo multipolare che implica per tutti e per ciascuno una scelta di ruolo e di responsabilità.
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Il prezzo si è impennato a causa della speculazione, ma non ha l'aria di tenere a lungo anche perché la monarchia saudita deve procurarsi nuovi titoli di benemerenza con l'Occidente e non ha alcun interesse a speculare al rialzo sui prezzi del greggio.
Ma il problema libico contiene due elementi di vera preoccupazione: la costruzione di una stabile democrazia e l'emigrazione nordafricana verso l'Europa, della quale le coste della Sirte costituiscono il pontile. Questi due elementi sono fortemente intrecciati tra loro ed è superfluo spiegarne le ragioni, tanto sono evidenti agli occhi di tutti.
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La telefonata dell'altro ieri di Barack Obama al premier italiano è stata interpretata dai berlusconisti come un segnale di prezioso rafforzamento politico del premier italiano sullo scacchiere internazionale. Altri osservatori più distaccati si sono augurati che le opposizioni non si mettano di traverso e non operino contro il governo in un'azione che dovrebbe essere un obiettivo condiviso e "bipartisan".
Non temano e non si preoccupino questi osservatori: per quanto possiamo capirne, l'opposizione non sarà così meschina da privilegiare i baciamano di Berlusconi a Gheddafi rispetto all'interesse nazionale. Esiste un peso politico e strategico dell'Italia nella questione libica che fa premio su ogni considerazione e così avverrà. Quanto a Berlusconi, la spinta dei fatti e la pressione americana l'hanno rapidamente costretto ad una virata di 180 gradi, dal baciamano a Gheddafi alla condanna senza appello del Rais. Del resto, mai come nel caso libico, vale la distinzione tra Stato e governo e non è di poco conto la dichiarazione del nostro Presidente della Repubblica che non ha disgiunto il tema dei diritti di libertà ardentemente sostenuti dai rivoluzionari e la comune responsabilità europea sul tema dell'immigrazione di massa.
Napolitano rappresenta lo Stato e lo Stato per bocca sua ha parlato chiaro e netto. Il governo faccia la sua parte e le opposizioni la loro.
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Il ministro Maroni si lamenta per la scarsa voglia dell'Europa di "spalmare" su tutti i Paesi dell'Unione la temuta ondata dell'immigrazione verso le coste italiane.
Le ragioni di questa difficoltà sono due. La prima riguarda l'Unione europea, la seconda i singoli Paesi membri.
L'Unione - se richiesta dal Paese interessato - può agire in prima persona per gestire i problemi dell'immigrazione. Qualora il procedimento sia avviato, la gestione dell'Unione si farà con i criteri europei. Esistono in proposito almeno due direttive e Maroni dovrebbe conoscerle.
Proprio perché immaginiamo che le conosca e proprio perché non condivide i criteri dell'Unione, ha preferito agire direttamente e bilateralmente. I respingimenti in mare non sarebbero avvenuti nel modo in cui sono avvenuti se fosse stata l'Unione europea ad occuparsene. Invece sono stati Maroni e Gheddafi.
Quanto agli Stati membri, quasi tutti hanno obiettato che si potrà "spalmare" quando il rapporto "pro capite" tra immigrati e cittadini avrà raggiunto in Italia lo stesso livello esistente negli altri Paesi dell'Unione. Così l'Austria, così
Ci rendiamo conto che
Post scriptum . Mentre tutto questo accade c'è un problema che continua ad avvitarsi su se stesso e sul nostro Paese: l'economia non cresce, siamo al penultimo posto dei Paesi europei (salvati come sempre dalla Grecia), al quarantesimo nella lista della produttività e all'ottantesimo in quella della competizione. Ma si sta profilando un altro gravissimo rischio: l'inflazione combinata con la deflazione, una tenaglia che potrebbe far stramazzare un toro e figuriamoci un'anatra zoppa come l'economia italiana.
Fino a marzo
(27 febbraio 2011)

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